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Le diciannove e cinquantacinque. Cielo immenso, stelle tremolanti e una mezza luna caramellata.
Il traffico sulla Statale era scorrevole. Giusto un piccolo rallentamento dopo Rimini e qualche autovelox in agguato, più letale di un cobra: valla a spiegare a Guenda, una multa per eccesso di velocità in Romagna, quando lei ti crede in Toscana.
Nonostante il pedale del gas a tavoletta, Broncospasmo non toccava gli ottanta, e pareva esplodere. Tossiva e batteva in testa, e vantava i quattro pneumatici più lisci d’Europa.
A Lucio pareva di stare nella cabina di uno di quei vecchi aerei della seconda guerra mondiale. Ascoltava qualcosa anni ’80, poi partì Enola gay. Allora alzò il volume e si mise a cantare a squarciagola, inventando tutte le parole che non erano Enola gay.
Pensò che a vederlo, così, dovesse sembrare un matto, ma era felice. Gli sembrava di potere prendere le stelle con le mani e buttarle per aria come tanti coriandoli luminosi.
Arrivato a Cattolica impostò il navigatore. Che normalmente teneva nascosto sotto il sedile, in quanto anch’esso, proprio come il Rolex e la giacca sartoriale blu elettrico che indossava, era stato comperato di nascosto.
Fondi neri, li chiamava così i soldi che riusciva a tenere per sé. Ultimamente erano davvero molti.
Il ristorante si trovava a pochi minuti dallo svincolo. In anticipo sull’appuntamento, decise di girovagare. Non gli andava di arrivare per primo. E poi per quel giorno aveva già aspettato anche troppo.
Così puntò verso il lungomare.
Parcheggiò nello spiazzo di uno dei tanti stabilimenti balneari ancora in letargo.
C’era una gran tranquillità, poche auto e qualche raro passante.
Spense il motore. Abbassò il finestrino, con stridore spietato di violino.
Si udiva la risacca del mare, un cullare meraviglioso. Chiuse gli occhi. L’aria era fredda ma non sgarbata e sapeva di pino, di salsedine e di tutte le estati che aveva passato in riviera, in colonia, quando era bambino. Lo assalì una strana nostalgia felice, una di quelle rare, di natura benigna.
Squillò il cellulare, un numero bello da vedersi: «Ciao Anna come stai?» si trattava della figlia di una sua cliente, appassionata di recitazione.
Esplodeva di gioia.
«Che energia! Non dirmi che…»
«Proprio così invece!»
Era il giorno delle belle notizie.
«Sai, la commedia» disse lei incupendosi «quella che avevano deciso di mandare in scena al posto nostro…»
«Quella lagna melensa. È stata un disastro.»
«Infatti. Sono stati costretti a ripescarci.»
«La vostra era una cosa aggressiva. Si chiamava…» Lucio se la ricordava ancora, nonostante gli sfuggissero i dettagli.
«Per i buoni sentimenti rivolgetevi altrove.»
«Già è vero, ha del carattere. Sono proprio felice.»
«Eh no. Non te la caverai così, non stavolta. Dobbiamo festeggiare.»
«Certo. In questi giorni usciamo» lo diceva sempre, ma per un motivo o per l’altro finiva per non chiamarla mai.
Glielo fece giurare.
Anna se lo meritava proprio.
Ci sono giorni in cui il mondo sembra girare davvero nel modo giusto.
Lucio ripartì, soddisfatto e in leggero ritardo.
Era convinto che dieci minuti sarebbero stati sufficienti. Il navigatore satellitare però si intestardì, facendogli fare un giro assurdo. Ripassò tre volte nello stesso posto, prima di decidersi a chiedere a un passante.
Arrivò trafelato, pronto a scusarsi. Con trentacinque minuti di ritardo.
Il ristorante era una vecchia casa colonica ristrutturata, con l’aia intorno e antiche ruote di carro appese alle pareti. Odore di carne alla brace, accompagnato dallo sfrigolio proveniente dalla cucina.
Grazie all’illuminazione tenue e all’arredamento di legno scuro, la sala era intima e accogliente. Una vetrata generosa dava verso le colline, che ormai erano ombre un poco più scure del cielo.
C’erano diverse persone a sedere, coppie perlopiù, ma anche un uomo solo – mezz’età, castano, forse tupè, addentava una coscia di pollo – che lì in mezzo sembrava un calzino spaiato.
Il cameriere accompagnò con molto garbo Lucio al tavolo, apparecchiato per due e che recava al centro il cartellino della prenotazione: Zanotti.
Di Vera, però, ancora non c’era traccia.