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Lucio sedette. Era a disagio, non amava aspettare, così si trincerò dietro al menù. Come se gliene importasse qualcosa.
Passarono i minuti, incominciava a disperare.
Finalmente udì quel ticchettio leggero che stava diventandogli familiare. Sollevò la testa e la vide arrivare.
Minuscola, grandi occhi scuri, e lunghi e agitati capelli corvini che si dimenavano lungo la schiena. Era fantastica.
Porgendolo al cameriere, Vera sfilò il piumino bianco, rimanendo con un vestito da sera impalpabile. Nero e cortissimo da perderci la ragione.
Aveva gambe slanciate e camminava sui tacchi alti disinvolta come fossero scarpe da ginnastica.
Ancora una volta la guardarono tutti, ma per lei doveva essere una cosa normale.
Ancheggiò tra i tavoli. Vide Lucio e si illuminò: «Alla fine mio marito s’è tenuto la macchina e ne ho dovuta noleggiare una con autista. Ho fatto un po’ tardi… Che frana! Di nuovo» chiuse gli occhi, ne riaprì uno soltanto. «Mi perdoni?»
Non importava quello che diceva, anzi a Lucio non importava più di niente, e l’unica cosa che capiva era che aveva un gran bisogno di respirare.
Ordinarono a un cameriere con due baffetti alla Clark Gable e quasi altrettanto carisma. In possesso del sangue freddo necessario per non sbirciare dentro la scollatura sotto ai suoi occhi.
«Bel vestito.»
«Solo il vestito?» lo schernì Vera. «Volevo mettermi gli stivaloni di pelle, però piccola come sono tanto varrebbe attaccarci le bretelle e andarsene a pescare.»
Lui rise ma si interruppe immediatamente, pietrificandosi. Col piede scalzo sotto il tavolo, Vera stava risalendo la sua gamba. «E poi ammettiamolo, sono così scomodi da sfilare, se mi viene voglia di fare la birichina».
Il cameriere sgombrò quel po’ di affettato che era rimasto e servì tagliatelle al ragù. «E nella vita cosa fai?» domandò Lucio cercando di riprendere il controllo.
«Sono medico, anestesista per la precisione. Oggi ero a Bologna per una consulenza. Oramai passo più tempo in tribunale che in sala operatoria». Cambiò improvvisamente il tono della voce: «Oggi… mi spiace tanto per oggi, per il comportamento di…» raschiò la gola «mio marito». La bottiglia dell’acqua era tutta appannata. Si accigliò, passandoci nervosamente la mano sopra. Gli anelli fecero tintinnare il vetro e i brillanti brillarono. «Odio la nebbia» disse impercettibilmente.
Lucio non capì quell’atteggiamento, ma si sentì in dovere di tranquillizzarla, prendendole la mano: «Nulla. Non preoccuparti, è stato un incontro avventuroso. Sono contento che tu sia venuta, sennò ci saremmo persi».
«Tu sei sposato?» domandò a bruciapelo.
Lucio ritirò il braccio, grattò una tempia. «Diciamo di sì» ammise.
«Non va a gonfie vele, vero?»
«Eh già» rispose spiegando la sua condizione.
Lei sorrise: «Siamo tutti sulla stessa barca.»
«Già, pare sia così» sorrise anche lui. «E tuo marito, invece, di che si occupa?»
«Ha una fabbrica di mobili. Troppo grande, oramai è un’industria. Ma fa anche altre cose noiosissime. Politica, affari» tamponò le labbra col tovagliolo prima di sorseggiare il Barbaresco. Continuò: «È sempre impegnato e distante. Però possiamo dire di essere rimasti buoni amici.»
Grigliata mista, dessert, caffè e conto. Lucio dovette insistere per pagare.
E poi… silenzio, un po’ di quel sano imbarazzo che accompagna un primo appuntamento, quando si deve arrivare al dunque.
«E adesso?» domandò Lucio. La voce gli uscì un po’ strozzata.
«Mah, ho quella casa di cui ti parlavo. È qui vicino, ti va di bere qualcosa?»
Lucio inarcò le sopracciglia, inspirò. Annuì.
La aiutò a infilarsi il piumino, che era liscio e sul collo profumava di lei, come vaniglia e frutta matura.
Il desiderio scacciò l’imbarazzo, la vergogna tuttavia tornò subito. Appena uscirono dal ristorante.
La carcassa di Broncospasmo che li attendeva.
Vera emise un: «Wow» mentre apriva la portiera che, cigolando, pareva dovesse precipitarle sui piedi.
«Mi spiace» disse Lucio. «Non potevo venire in macchina. Io dovrei essere fuori per lavoro» E poi una macchina non ce l’ho, pensò grattando la testa.
«Non preoccuparti» sorrise. «Mi fa sentire molto figlia dei fiori. Anzi, se non facesse così freddo mi toglierei queste scarpe impossibili da portare e camminerei scalza.»
Risero, anche se la battuta non era un granché.
D’altronde, la tensione dovevano pure sfogarla in qualche modo.