Capitolo 3

453 Parole
3 Vera tentò un sorriso, ma non fu una cosa convincente. «Cosa ci fai qui?» gridò quasi, l’uomo. Calò un silenzio elettrico. Tutta la gente dentro il locale smise di fare quello che stava facendo e si girò verso di lui. «Un caffè… è freddo e sono esausta» sospirò. «Il giudice non si decideva a farla finita». Sebastiano non vide Lucio, non ci fece caso o non lo riconobbe. Ma comunque stessero le cose, era dubbioso. E la sua espressione sbilenca non sembrava fare coppia con qualcuno a posto col cervello. Lucio distolse lo sguardo infilandolo prudente, in una pagina a caso del libro. «Vado in bagno» inveì il bestione e sparì giù per le scale. Vera corse da Lucio: «Mi sono accorta che mi seguiva, ma volevo rivederti lo stesso» bisbigliò. «Non sapevo come fare!». «Ma chi è, tuo marito?». «Ecco… sì» sospirò costernata. Gli scappò da ridere: «Che tipo». «È asfissiante. Non mi lascia un secondo. Ma questa sera rimarrà a Bologna, io invece rientrerò a casa. Ti va di cenare insieme?» guardava nervosamente la scala che portava al bagno. «Vederci? Sì certo, ma come?». «Mi fermerò a Cattolica, abbiamo una casa lì» rovistò nella borsetta minuscola, Fendi. «Questo è il biglietto da visita di un ristorante. Prenota tu. Per le nove». Si udì la porta sbattere e i passi decisi risalire la scala. Vera sussultò, spedì un bacio a Lucio e si precipitò alla cassa, dopodiché uscì assieme a Sebastiano. Lucio rimase a fissare il biglietto del ristorante, poi, folgorato da un’idea, l’infilò nella tasca schizzando fuori senza pagare la consumazione. Il barista provò a inseguirlo, ma desistette maledicendolo sull’uscio, agitando il pugno. «Metta sul mio conto» disse di rimando. Tirava un vento così forte da fare rotolare i piccioni per aria. Piume, cartacce e polvere. Volava di tutto. Il manifesto rosa di un musical era stato in parte divelto e sventolava rumorosamente. La città era stata letteralmente tappezzata dalle locandine, pubblicità di “L’amore vince sempre”. Che avrebbe dovuto essere lo spettacolo dell’anno. Si era rivelato invece un flop tremendo. Un centinaio di metri più avanti, Vera e Sebastiano camminavano veloci. Lui l’avvinghiava in vita costringendola ad ancheggiare da una parte solo, dimezzando così il piacere di tutti quelli che si giravano per guardarla. Lucio li seguì finché non entrarono in un garage a ore. E poco dopo li vide schizzare fuori a bordo di una Maserati metallizzata che toglieva il fiato, tanto era bella. Sparirono sul ponte di Galliera, infilandosi dentro un cielo blu che in Pianura Padana lo vedi sì e no due volte nell’arco di una vita. Ma da est, brutto presagio, arrivavano nuvole grandi e marroni. Dure come le zolle di un campo arato. Lucio si perse a osservarle e loro, approfittando della sua attenzione, cercarono di dirgli molte cose. Ma lui in quel ribollire ci scorse solo un Cavallo e un Alfiere. Che gli fecero venire voglia di andare a giocare a scacchi.
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