4
La Maserati balzava da una corsia all’altra scartando il traffico. Ruggiva elegante, lasciandosi alle spalle auto e scooter. E proprio come Vera, facendo voltare parecchie teste al suo passaggio.
L’uomo guidava a scatti. Lei lo guardò inespressiva, celando il disprezzo. Ora le faceva schifo e lui lo sapeva. Glielo aveva anche detto, una delle tante volte che avevano litigato.
Mise in fessura il finestrino, non sopportava nemmeno più l’idea di dividere la stessa aria con lui. Respirare quello che era già stato nei suoi polmoni.
E pensare che c’erano stati tempi che a letto loro due avevano fatto follie. Ma ora no. Mioddio, inorridiva alla sola idea. Quella parentesi era chiusa.
«Sei bella» grugnì lui poggiandole la mano enorme sulla gamba. Tra le nocche spuntavano cespuglietti ispidi e biondicci.
Mi dai il voltastomaco, pensò. Ma sorrise. Anche se un po’ tirata.
Così incoraggiata, la mano divenne sfrontata.
Gli avrebbe graffiato la faccia, tolto gli occhi. «Concentrati sulla guida, non vorrai causare un incidente» disse invece con finta malizia. Non era il giorno adatto per discuterci.
«Sei come la benzina» farfugliò spavaldo. «Fai venire voglia di respirarti, poi però spappoli il cervello.» Rise con insolenza e le schioccò un bacio, ma ritirò la mano.
Puzzava d’alcol, si era rimesso a bere, l’idiota.
«Sai cosa diceva sempre il mio vecchio?».
Oddio ricomincia con suo padre. Sentiva lo stomaco contorcersi. Chiuse gli occhi, avrebbe pagato mille euro per potersi sdraiare sotto le coperte in compagnia di una borsa dell’acqua calda.
Doveva pensare ad altro.
Inspirò, l’odore della costosa selleria in pelle la invase. Quello le piaceva, era morbido e magnifico come l’abbracciava.
Il metro con cui si misura il successo è il superfluo. A cos’altro serve un diamante, se non a dimostrare di potere gettare una fortuna per una pietruzza incolore.
Quando era ragazzina, Monia, sua madre, che era donna acida e frustrata, le rinfacciava di essere troppo ambiziosa. Che ci avrebbe pensato la vita a tarparle le ali, arrugginendole i sogni d’oro.
Quanto si sbagliava!
Suo padre invece non diceva mai niente. Faceva il fresatore vicino a Macerata, abitavano lì. Si chiamava Mario, ed era un tipo terribilmente buono e apatico. Troppo. Un uomo dovrebbe essere solo moderatamente caritatevole. Ma lui non ne era capace, non aveva carattere.
Crescendo con quei due, la donna capì di essere diventata proprio come quelle orchidee che adorava. Magnifiche da togliere il fiato, ma senza profumo. E un fiore che non ha odore è un fiore a metà, privo di anima.
Era capricciosa, viziata e testarda. E desiderava l’inutile e il superfluo con bramosia incontrollabile.
Anche gli uomini, naturalmente.
Quel Lucio, per esempio, aveva una bocca fantastica, da impazzirci. Un viso gentile e uno sguardo affidabile che la metteva a suo agio. Ma l’unica cosa che le importava veramente, era l’essere sicura di avere fatto colpo. Che la desiderasse fino al punto di non ritorno.
Chiuse gli occhi, si crogiolò in quel pensiero e sentì lo stomaco distendersi.
Sorrise.
Sapeva di avere fatto colpo.