Capitolo 5

337 Parole
5 Assorto in mezzo al traffico dell’ora di punta, Lucio passeggiò fino a Broncospasmo. Che poi era il soprannome che aveva dato al suo furgone. Un Volkswagen uscito dalla fabbrica molto tempo prima che lui nascesse. Originariamente azzurro e di gran moda, ora ridotto a un rottame bianco colica. Vi salì sopra, accese il cellulare e dopo aver titubato un pochino, chiamò il ristorante, prenotando per la serata. Inutile mentirsi, si sentiva emozionato. Vera era una donna che lasciava il segno. Tolse il pesante Rolex d’acciaio, nascondendolo nella tasca segreta cucita sotto il sedile. E dopo avere impiegato quasi cinque minuti per avviare il motore – “Broncospasmo”, appunto – si incamminò verso il circolo degli scacchi. Qualche bella partita era la terapia giusta per sciogliere la tensione. Gli bastò l’idea di sentirsi i pezzi sotto le dita per stare meglio, ma squillò il telefono, rovinando l’incanto. Era la Marcia Funebre, la suoneria riservata a sua moglie. Inutile disperarsi, tanto lo sapeva che l’avrebbe cercato. La voce lo aggredì immediatamente: «Ma dove sei finito, è un’ora che telefono!». «Ciao Guenda, ho fatto il giro di Ravenna» rispose calmo. «Be’, e come è andata?» sembrava un corvo. «Bene direi, erano a secco. Ho piazzato un sacco di roba. Nastri, spugne per cuscini da morto e quasi tutti i vasi di ceramica dell’anno scorso. Quelli che non voleva più nessuno.» «Ma gli hai dovuto fare molto sconto?» rantolò terrorizzata. «No Guenda, è stato un affare.» «Mah, adesso ci guarderò io se è stato un affare» si era già ripresa. «Altre novità?» «Niente. Ah, dimenticavo…» «Cosa?» Serviva una scusa per incontrare Vera: «Stasera non rientro, domani c’è la Fiera dei fiori. In provincia di Arezzo. E mi hanno fatto un ordine. Ma ne hanno bisogno prima dell’alba, che poi partono per il mercato.» «Molta roba?» «Abbastanza. Comunque ho già tutto sul camion». «E dove dormi?» che voleva dire, non spenderai mica dei soldi? «In furgone, giusto un paio d’ore. Li conosco quelli delle fiere, alle tre sono già in magazzino che caricano. Va bene» tagliò corto. «Dopo passo da casa, faccio una doccia e mi metto in cammino.» «Senti, ve’.» «Sì?» «Vedi di mangiare qualcosa, che sennò finisce che vai al ristorante.» Dall’altra parte un click, Guenda aveva riattaccato. Salutarsi al cellulare era un inutile spreco di tempo. E di denaro.
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