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Le cose grandi possono cominciare in maniera insignificante. Una sinfonia con un colpo d’archetto, un record del mondo con un padre che iscrive ad atletica il figlioletto gracile.
I marinai, gente che deve imparare a vivere se vuole rimanere viva, lo sanno che bisogna annusare l’aria e sentire nelle orecchie quando cambia il vento. Perché anche la tempesta più furiosa incomincia con un singolo gocciolone d’acqua. E pure questa tempesta si era annunciata con una goccia, o meglio due: i fianchi di Vera. E Lucio sentì i brividi nella schiena, ma non ci fece caso. Era entusiasta per natura. Bastava vederlo ridere per capire.
D’altronde, nemmeno Guendalina era mai riuscita a guastargli la voglia di stare al mondo.
Già, Guendalina. Anche lei ebbe la sua parte...
Si erano messi insieme alle superiori. E i compagni di classe li guardavano straniti chiedendosi cosa ci trovasse in lei, Lucio. Che era enorme e sgraziata, con i capelli come un groviglio di lana pelucchiosa, e antipatica quanto una bicicletta senza il sellino.
Be’, Lucio era il più piccolo di quattro fratelli, e chissà quanti altri ne avrebbe avuti se suo padre, Cosimo, muratore, a quarantadue anni non fosse cascato da un’impalcatura. Infilandosi i ferri dell’armatura di una colonna, nello stomaco. Così sua madre Maria, sarta, che era stata una donna incantevole – il sorriso Lucio lo aveva preso da lei – tirò avanti da sola, come poteva, quella masnada di figli maschi, sfiorendo immediatamente.
Al piccolo Lucio, la povertà giungeva moltiplicata di quarta mano. Non gli era mai toccato niente di nuovo in vita sua, e qualsiasi cosa arrivasse a lui, scarpe, maglioni o pantaloni che fossero, aveva un buco o qualche toppa, e aveva già fatto il giro di tutti i suoi fratelli.
Il padre di Guenda invece, possedeva un magazzino di articoli per fioristi. Vendita all’ingrosso, fatturato alle stelle. Ecco cosa ci trovava Lucio in lei.
Lucio non era tagliato per numeri o scartoffie. Amava il rock, l’arte e gli scacchi, che per lui, così come per i suoi fratelli, rappresentavano quasi una religione.
Guendalina invece, odiava non solo il rock ma, poiché inutili, tutte le arti: «Perché se lavori» gracchiava «l’arte te la devi mettere da parte».
Gli scacchi poi li detestava rabbiosamente. Ma soprattutto Guenda, oltre ogni umano limite e ragione, odiava spendere i propri soldi. Sebbene lei, ovviamente, non si definisse tirchia bensì parsimoniosa.
Fu così che in pochi anni Lucio si ritrovò completamente inghiottito da quella mentalità perversa. Sia lui che Guendalina vennero assunti nella ditta del suocero e si sposarono. Divisione dei beni, neanche a dirlo. Con pranzo e cerimonia degni di una mensa aziendale. E dopo il viaggio di nozze, una settimana in Spagna passata a prendere contatto con ditte produttrici di nastri funebri, rientrarono e giù a testa bassa sul lavoro. Come fossero in guerra.
A Lucio, che ispirava una fiducia naturale, dimostrandosi pertanto fortissimo nelle vendite, era stato assegnato il compito di seguire i clienti di Emilia Romagna, Toscana e Marche. Frullava quattordici ore al giorno col furgoncino stipato di campionario polveroso. Tra fiori di plastica e prodotti per confezionare corone da morto. E veniva pagato solo a provvigioni, proprio come l’ultimo dei rappresentanti.
Gli passavano davanti fiumi di soldi che guardava, immaginava... e basta.
Guenda stava in ufficio, mangiava schifezze e ingrassava un chilo al mese. Come se ce ne fosse stato bisogno.
Suo suocero, Gerlando Ottodoni, Gerlando… già vedovo, era un dobermann: stessi canini, e ringhiava anche peggio se Lucio si beccava una multa per divieto di sosta.
Furono quattro anni di anticamera nazista, poi al vecchio scoppiò una venuzza nel cervello e di tutto il suo regno gli rimase una carrozzella da paralitico, i pannoloni forniti dall’Asl e la bava di saliva che gocciolava sulla maglietta della salute.
Guendalina “la Parsimoniosa” che per l’occasione Lucio aveva rinominato “Buon Sangue Non Mente”, infilò subito suo padre in un istituto comunale per disabili, prese le redini dell’azienda, e da lì incominciò il nazismo vero.
Lucio non aveva più diritto nemmeno a un compenso, prelevavano solo ciò di cui avevano bisogno. E Guenda, va da sé, non aveva mai bisogno di niente.