TORTE PUBBLICHE
1985
Viabilità e Infrastrutture.
Così recitava la targhetta fuori dall’ufficio di Riccardo Bellini, al secondo piano del palazzo della Provincia di Asti. Lui era il responsabile di quella sezione da quando, quasi quattro anni prima, aveva vinto il concorso bandito su misura per lui, come avviene per quasi tutti i concorsi pubblici in Italia. Aveva tre collaboratrici, tutte donne sotto i quarant’anni. Una era difficile non notarla, più larga che alta, un accenno di peluria scura tra il naso e il labbro superiore, un vistoso neo sul lato del naso adunco, sempre vestita nei modi più impensabili e con accostamenti cromatici stridenti e insensati. Anche l’odore non era dei più eterei e leggiadri, per non parlare dell’alito, ma aveva una voce suadente e vellutata, al telefono la si sarebbe immaginata come Jessica Rabbit, salvo poi scontrarsi con la dura realtà che la ritraeva molto più simile alla Beppa Joseph di Alan Ford. Per ironia della sorte, il suo nome di battesimo era Giuseppa, a tu per tu la chiamavano Giusy, ma appena era fuori dal campo visivo diventava Beppa. Ad ogni modo, quando si trattava di mediare telefonicamente, il ruolo le spettava di diritto.
Le altre due erano invece di bell’aspetto e sapevano di esserlo. Sembrava di assistere alla messinscena rivisitata di Cenerentola, dove le Cenerentole erano due e la sorellastra una sola, che racchiudeva in sé il peggio di entrambe.
Il signor Bellini era alto, atletico, con una bella chioma castana sulla testa e aveva una gran dose di quell’irresistibile fascino maschile che riesce a far capitolare molte donne, mascolino nell’aspetto ma gentile e raffinato nei modi. Ne era più che consapevole e ne faceva un uso a tratti smodato. C’erano delle stanze all’ultimo piano di Palazzo Grassi, stanze per lo più vuote e inutilizzate, che diventavano luoghi di incontri tra colleghi in pausa pranzo o anche solo in pausa caffè o semplicemente in qualsiasi momento gli andasse di farlo, non si ammazzavano certo di lavoro. E il signor Bellini conosceva molto bene quelle stanze, così come le conoscevano le sue due cenerentole e altre colleghe. Chi, nel 1985, ancora non le conosceva era la signora Marta Rivetti, la di lui moglie nonché madre dei suoi due figli.
Era il suo debole invincibile, non riusciva a tenerlo a bada. Non aveva altri vizi, niente fumo, niente alcool, niente gioco, nessun interesse morboso per auto o moto. Solo la femmina. Questo lo tormentava dal mattino alla sera e ogni qual volta se ne presentasse l’occasione non se la faceva sfuggire. Nel palazzo tutti sapevano tutto di tutti e tutti per lo più se ne fregavano.
Ma c’erano cose su cui Riccardo Bellini non intendeva transigere. Per quanto consapevole dei clientelismi e della serpeggiante corruzione che lordava tutto ciò che era la pubblica amministrazione, si riteneva comunque un servitore dello Stato e non avrebbe giammai legato la sua persona a certi giochetti. Concorso a parte, si intende. Così, quando si accorse che l’appalto per la ripavimentazione della strada provinciale da Asti a Villanova era stato affidato alla ditta sbagliata, andò su tutte le furie. La società Cometti Asfalti aveva fatto un’offerta del 30% più alta rispetto alla Bitumi Parenti, eppure la seconda, ben più economica o di ottime credenziali, era stata esclusa dalla gara per un vizio di forma.
Il presidente della Provincia rispondeva al nome di Bruno Vincenzi e si era interessato personalmente a quella vicenda. Bellini ci mise poco a scoprire che la moglie di Vincenzi, Ivana Poletto, aveva una sorella di nome Daniela la quale era sposata con un certo Ugo che di cognome faceva Cometti, sorprendentemente titolare dell’omonima ditta vincitrice dell’appalto miliardario. C’era poco da capire, le cose andavano così da che mondo è mondo. Ma l’avallo finale avrebbe dovuto essere proprio del responsabile Viabilità e Infrastrutture. Quanto ci avrebbe messo la Finanza o chi per loro a scoprire quel legame così palese e così inopportuno? Non voleva certo finire lui dietro le sbarre e comunque sia non era corretto procedere in questo modo. Avanti di questo passo distruggeremo l’intera Nazione, pensava tra sé il Bellini.
Così raccolse la documentazione che provava l’assenza di ogni vizio di forma ed entrò nell’ufficio del presidente mettendo bene in chiaro che lui non avrebbe firmato nessuna delibera a meno che l’appalto fosse stato assegnato al giusto vincitore.
Il dottor Vincenzi non gradì, glielo lesse negli occhi, ma cercò di dissimulare l’irritazione mostrando un sorriso di inaspettata compiacenza.
“Bellini, Bellini” sospirò distendendosi comodamente sulla poltrona in pelle nera portando le mani dietro la nuca. “Riccardo, da quanto tempo ci conosciamo?”
“Direi da una decina d’anni” rispose.
“Esatto. E da quanto tempo sei responsabile Viabilità?”
“Quattro anni o poco più.”
“E in questi anni hai avuto molti dispiaceri?”
“No, fino ad oggi almeno.”
“Suvvia, non vorrai fare il paladino della giustizia?”
“Scusa Bruno, non capisco cosa intendi.” In realtà aveva capito molto bene, ma voleva sentirselo dire.
“Intendere? Cosa dovrei intendere? Non intendo nulla, solo che i vizi di forma sono tali proprio perché hanno una forma viziosa. Forse non hai letto bene il bando di gara e il modo non squisitamente e proceduralmente corretto in cui hanno redatto l’offerta quelli della Parenti.”
“Veramente ho letto tutto più volte e in nessun caso ho trovato irregolarità. Non voglio essere un paladino della giustizia, solo non vorrei dover aver a che fare io con la giustizia.”
“Ma suvvia, di cosa vai preoccupandoti? Alla fine l’importante è che il lavoro venga fatto bene e questa ditta, la Cometti, è molto ben referenziata.”
“Anche troppo.”
“Cioè?” d’un tratto Vincenzi si fece serio.
“Cioè credo tu lo sappia molto bene, Bruno.”
“Stavolta sono io che non capisco cosa intendi.”
“Intendo, Bruno, che se ci sono arrivato io a scoprire che la sorella di tua moglie è sposata col signor Cometti in persona, quanto pensi che ci metta un giudice della sezione penale a venirne a capo?”
Vincenzi si staccò dallo schienale, si sporse sulla scrivania verso Bellini e guardandolo fisso negli occhi gli parlò a bassa voce, quasi sibilando. “Riccardo, non andare oltre le tue competenze, non metterti a gettare sabbia negli ingranaggi, come ben sai sono molto ben oliati da molti anni, un motore che funziona bene è conveniente non fermarlo, in fin dei conti ci porta avanti tutti.” Fece una sospensione, poi riprese: “Chi credi che abbia scritto il bando di concorso per l’ufficio Viabilità? Oh guarda guarda, a ben rileggerlo sembra che sia stato fatto su misura per te.”
Bellini rimase in silenzio per qualche istante, cercando di riordinare le parole che avrebbe voluto pronunciare. Poi si espresse. “Senti Bruno, non sono venuto qui per sentirmi rinfacciare la tua magnanimità in cambio della mia connivenza. Lo so, lo so bene che se qualcuno volesse, il mio posto potrebbe essere messo in discussione e potrebbero annullare il concorso e degradarmi a usciere e so anche che per qualche strana alchimia il tuo nome non salterebbe mai fuori e sarei l’unico a rimetterci, ma qui la cosa è grossa, ben più del mio avanzamento di carriera. Stiamo parlando di un appalto di oltre dieci miliardi di lire! Devo farti io il conto di una differenza del trenta per cento? Qui non parliamo del mio concorso forse truccato, qui parliamo di un appalto sicuramente pilotato e la firma sui documenti che lo proveranno sarà la mia, Bruno, non la tua, la mia!” concluse battendo un pugno sulla scrivania.
“Calmati Riccardo, calmati. Si trova sempre una soluzione nella pubblica gestione. Trenta per cento, eh? E se il cinque fosse tuo?” gli chiese aprendo le mani a palmo all’insù con un sorriso bonario.
“Ehi, non provarci, sai!? Il cinque? Cinque anni di prigione, vuoi dire! E che cazzo Bruno, credi davvero che quelli della Parenti se ne stiano zitti e bravi a vedersi portar via un lavoro così per un vizio di forma? Cosa ci va che facciano una denuncia? Cosa ci va che scoprano il legame tra te, il marito della sorella di tua moglie e poi magari il mio concorso truccato? Sarà ben chiaro che mi hai voluto alla Viabilità come tuo braccio armato. Cosa credi di fare? Questo deve essere solo il primo di una lunga serie di appalti assegnati alla Cometti? Adesso è chiaro perché ti ha fatto comodo avere il sottoscritto a capo di quell’ufficio, è molto chiaro. Tu e quell’altro gestite i giochi a vostro piacimento, ma a firmare sono io e sono io a prendermela in quel posto. No Bruno, la risposta è no. E non provare a rilanciare, altrimenti sarò io stesso a chiamare quelli della Parenti e spiegargli come stanno le cose.”
“Che testa di mulo che sei, Bellini!” sbottò il presidente. “Ma chi credi che verrà mai a controllare? Come credi che vadano gli appalti pubblici in Italia? Più la torta è grande, meno controlli ci sono, lo sai perché? Perché in una torta grande avanzano sempre delle fette per i controllori. Se ci fosse da installare un lampione o una panchina ti dovrei dar ragione, ma qui non c’è nulla da temere. E per quelli della Parenti il vizio si trova per davvero, abbiamo dei buoni avvocati da queste parti Riccardo, non ti crucciare. In effetti ricopri la tua posizione solo da pochi anni, è un po’ poco, avrei dovuto aspettare ancora un po’, che ti facessi un po’ più di esperienza del mestiere, ma vedrai che imparerai in fretta, ci saran così tante torte e pasticcini che ci farai indigestione” concluse, convinto di aver scritto la parola fine a quella discussione.
Ma Bellini era indisposto e incazzato. “Signor Vincenzi, o meglio signor presidente, forse non le è chiaro che il sottoscritto non è in vendita e tanto meno intende accollarsi responsabilità penali non sue. E si informi un po’ meglio sul suo cognatino, potrebbe trovarsi un giorno in guai molto più seri di quanto pensa. Questa farsa finisce qui, si trovi un altro imbecille e ringrazi il cielo che non vi denunci subito tutti quanti. Fate le vostre porcate finché vi gira bene, ma lasciatemene fuori!” Si alzò, prese i suo incartamenti e fece per andarsene.
“Fermati subito, Bellini!” gli intimò Vincenzi levandosi in piedi e puntandogli l’indice contro. Si fermò. “E sia! Sei un perfetto idiota, ma sia come vuoi. Questa salta, o la farò firmare a qualcun altro, ma tu cerca di rientrare in possesso delle tue facoltà mentali, stai buttando al vento un’occasione d’oro, potresti fare una vita da nababbo a spese dei contribuenti. Ma hai paura della tua ombra, Riccardo, e che cazzo!”
“Che schifo, ma ti senti? A spese dei contribuenti? Ma da quando sei diventato così, Bruno? Che c’è, vuoi presentarti alle prossime politiche? Vuoi fare il parlamentare? Ti donerebbe, sai? Saresti perfetto in quel ruolo, sai quante torte troveresti lì? Torte... tavole imbandite di ogni ben di Dio per i vampiri come te. Ma non hai un minimo di decenza? Hai già uno stipendio di tutto rispetto, che diamine!”
“Mi fai quasi tenerezza. Questo spirito da cavalier cortese da dove salta fuori?”
Bellini rise sarcastico. “Pazzesco. Stai parlando di turbativa d’asta, falso ideologico, corruzione, concussione, spreco di denaro pubblico, nepotismi e chissà quant’altro come se fosse la norma e come se fossi io quello che ha bisogno di una camicia di forza.”
“Ma questa è la norma, Riccardo. Non l’ho inventata io, è dall’alba dei secoli che in questo Paese le cose van così, cercare di opporsi è come cercare di contrastare una mandria di bufali in corsa correndogli incontro. C’è stato un tempo in cui anche io ero come te, credimi, ma non ne vale la pena. Ti ho favorito perché ti consideravo un amico e in te rivedevo un po’ me e mi sembrava gentile darti modo di elevarti un po’ socialmente ed economicamente, non per usarti come capro espiatorio come sostieni tu.”
“Senti presidente, sei più anziano e più esperto e navigato di me, te lo riconosco, ma non provare a raggirarmi con ’ste manfrine da politico scafato. Dici di volermi aiutare mentre ti servo solo per far da parafulmine a te e tuo cognato e se va a finire che mi portano via in manette tanto ne troverai altri cento disposti a fare questi lavori, giusto?”
“Giusto, ne troverei altri cento, anzi mille, disposti ad arricchirsi a fatica e rischio pressoché nullo. Sbagliato, non sarai un parafulmine e nessuno ti metterà le manette, non ci sarà nessuno che avanzerà nessuna denuncia, se fai parte del gioco sei al sicuro, credimi.”
“Oh sì, ti credo eccome. Ecco, questa è un’altra cosa che mi inquieta profondamente.”
“Cosa?”
“Sapere chi sono i giocatori, o dovrei dire i burattinai.”
“Spiegati.”
“Bruno, forse tu sei solo un disonesto amante dei soldi facili, ma Cometti temo che sia tutta un’altra pasta. E non venirmi a dire che non ne sai nulla.”
“Cosa dovrei sapere? Cosa c’è che tu sai che io non so?”
“Senti, lascia perdere, ti ho detto che questo è un gioco a cui non intendo giocare. Trovatevi qualcun altro. Rimpiazzami, sostituiscimi, sei tu no il presidente qua dentro? Ma lasciami fuori da questo schifo o dalla finanza ci vado io stesso. Se affondo io stai pur tranquillo che qualcuno viene giù con me.” Sbatté la porta e se ne andò.
L’ufficio del presidente era al primo piano, in una stanza con le pareti insonorizzate e due linee telefoniche, di cui una privata per suo uso e consumo.
Turbato e amareggiato, Vincenzi tornò alla scrivania e, dal telefono privato, compose un numero. Quando all’altro capo risposero disse semplicemente: “Ugo, sono io, abbiamo un problema.”