2.

1547 Parole
2.Un paio di settimane prima “Ricordati quanti film siamo andati a vedere, cercando di imparare a camminare come gli eroi che pensavamo di dover diventare. Ma dopo tanto tempo abbiamo scoperto che siamo proprio come tutti gli altri” (B. Springsteen, Backstreets) Pioveva. Marini aveva aperto gli occhi un breve istante, ma non era necessario. Il tac tac delle gocce d’acqua sul vetro della finestra era andato avanti tutta la notte e lo poteva sentire anche a palpebre abbassate. Era una di quelle mattine che vorresti svegliarti in compagnia di qualcuno, in un letto caldo, e dopo aver ascoltato il rumore della pioggia, stare a crogiolarti sotto le coperte, abbracciato al corpo morbido di una donna, senza fretta di alzarti e uscire, così, per il gusto di fissare quel momento. Non che lui avesse fretta. Infatti rimase ancora sdraiato, chiedendosi per quanto tempo sarebbe potuto andare avanti così. Non chiudeva occhio, non riusciva a dormire e rilassarsi nemmeno per quel minimo che forse gli sarebbe bastato. Era inutile fingere. Aprì gli occhi con un sospiro, inquadrò la luce del giorno che filtrava, debole, dalle persiane chiuse e girò lo sguardo intorno alla sua stanza da letto. Sulla sedia erano gettati i vestiti e la biancheria del giorno prima; pistola e distintivo erano sul comodino, accanto all’inutile boccetta di Valium. Per il resto, non gli sembrò di notare altra roba sparsa in giro, ed era strano, visto l’abituale caos in cui si dibatteva. Le due grosse valigie chiuse accanto alla porta gli ricordarono il motivo di quella anomalia. Aveva già messo tutto il resto in macchina la sera avanti, e in casa, a parte il mobilio di quart’ordine, le borse e i suoi vestiti sporchi, non ci sarebbe dovuto in effetti essere nient’altro. Neanche un po’ di caffè, probabilmente. Si mise a sedere con un altro respiro pesante e strisciò fino alla giacca, afferrando il pacchetto di sigarette e l’accendino. Dopo la prima boccata, decise che poteva alzarsi in piedi e si avvicinò alla finestra. Fuori era tutto grigio, sotto la pioggia fitta il lago pareva calmo, anche se, ogni tanto, qualche colpo di vento scuoteva gli alberi della passeggiata deserta. Pensò che in fondo quell’appartamento aveva una bella posizione (“vista lago” diceva il cartello di affittasi, e non aveva mentito). Gli dispiaceva lasciarlo. Aspirò a fondo la Camel. Era solo una delle tante partenze a seguito di uno degli innumerevoli trasferimenti della sua carriera. Parola idiota e senza senso, carriera. Sono entrato in polizia per la carriera? Il pensiero era troppo complesso per quella mattina, la domanda leziosa e la Camel finita, così Marini tornò a chiedersi perché cazzo non ho lasciato fuori un po’ di caffè? Andò in bagno a buttare il filtro spento. Un’altra sigaretta finita. Un’altra pagina della sua vita da girare e dimenticare. Come Valeria. Lei, e la carriera. I soliti pensieri, quelli che forse non gli facevano chiudere occhio. Lo sapeva, continuava a pensarci e seguitava a non dormire. Ecco perché, a parte la vista lago, non c’era altro che gli spiacesse lasciare lì, a Lecco. Vista lago. Tornò a guardare all’esterno. Sembrava che là fuori piovesse e basta, dall’altra parte del vetro non succedeva niente, e neanche dentro. Per il vicecommissario Marini aggiunto era già accaduto tutto, fin troppo. Fin troppo. Aveva pensato che potesse essere amore, a un certo punto. Poi, di colpo, era finita. Così, senza capire perché, con un vago senso di insoddisfazione e in mancanza di un vero motivo. Era stato solo un paio di giorni prima. Con la solita sigaretta in bocca Marini stava guardando l’alba fuori dalla finestra. – Sai che c’è? – aveva chiesto Valeria. Seduta sul bordo del letto aveva indosso solo la sua camicia azzurra e nient’altro, le gambe nude accavallate. – Sei troppo poliziotto, metodico, grigio, abitudinario, inflessibile, silenzioso, definitivo, rancoroso, cazzo. Non parli neanche quando facciamo sesso. Sei sempre serio. E poi questa mania delle bolle di sapone – Marini avrebbe giurato che nel chiarore del primo mattino gli occhi le stessero ridendo (scherzava?). Dio, avevano fatto l’amore da poco, Marini non sapeva come si era sentito Adamo nel vedere la prima donna, ma lui, si sarebbe inginocchiato davanti a quelle gambe e avrebbe ricominciato da capo. – Che c’entrano le bolle, adesso? – Prendi mai iniziative tu? No, dici che tanto finirà tutto in una bolla di sapone, tieni tutto dentro, non parli con nessuno, sembra che tu abbia paura non dico del giudizio degli altri, ma anche di quello che forse potrebbero dire di te e di quello che fai. Lo stava rimproverando, ma in fondo, era esattamente quello che pensava anche lui. Non credeva in nulla, meno che mai in se stesso e nella sua capacità di far qualcosa. Da bambino amava fare le bolle di sapone, perché tanto duravano poco e nessuno poteva dirmi nulla, nessun giudizio, nessun commento, fanculo! E stava bene così. Si avvicinò a lei per sfiorarle la pelle liscia. Magari stava scherzando. – Prendi questo nostro amore, per esempio – aveva continuato ancora lei. E che c’entrava l’amore? No, forse non scherzava, ma Marini sentì che era meglio darsi da fare prima che anche questa bolla scoppiasse, come tutte le bolle della sua vita che si erano disfatte in un rigagnolo appiccicoso: l’amore era una cosa troppo grande per lui, non voleva pensarci, tanto sarebbe finito in fretta. Quando mai era durato? – Dovresti provarci almeno una volta, dovresti uscire da stesso e provarci – aveva detto infine, mentre lui percorreva il suo corpo con le mani e lei gli si abbandonava nuovamente. Dovrei provarci sì, ma non so come non so quando, maledizione! Avevano fatto l’amore a lungo, rilassati e tranquilli. Poi il tempo, da grigio che era, era cambiato in pioggia, e lei gli aveva chiesto: – Perché adesso non parli? Marini non aveva nulla da dire, in effetti; poco prima l’aveva osservata nella penombra, quando si era brevemente assopita dopo l’amore ed era splendida, con quelle gambe infinite e quei capelli neri, lunghi. – Perché non parli più adesso? Lui era rimasto immobile e silenzioso, vicino alla finestra, il suo posto preferito. Non ho niente da dire, amica mia, fuori piove e sto pensando, ho un’immagine confusa nella mente e vorrei ricordare meglio. – Non mi parli e non mi sorridi più come facevi ancora pochi giorni fa, non ti capisco, o forse sei tu che non capisci – aveva soggiunto lei. Marini credeva di non capirsi neanche lui, era lì e non sapeva perché. Gli era sembrato, all’improvviso, che tutto stesse andando a puttane, in fondo, giù, in fondo come a un pozzo nero, qui e nel mondo, e per il mondo non sapeva ancora che fare, ma forse so cosa fare per me, le aveva detto alla fine, accendendosi una sigaretta, l’ennesima. Lei lo aveva guardato senza capire, e Marini aveva proseguito nei suoi pensieri, e non ricordava più se le avesse parlato o se fosse tutto dentro la sua testa. E poi voglio ricordare meglio quella vecchia immagine che ho in testa, di un lontano pomeriggio d’agosto… ero io, sì ero io, e con me non c’eri tu. Lei aveva allineato una pista di coca sul tavolino di vetro e aveva aspirato dal naso, lontana da lui e aveva chiesto: – Ne vuoi? – No, grazie. Devo ricordarmi chi ero e chi mi vuole davvero bene – le aveva detto, senza aggiungere più niente. Era finita. Le aveva lasciato i soldi che le doveva per quell’ultima volta, con un piccolo extra e se ne era andato, senza sbattere la porta. Marini aveva deciso che lei non c’entrava e soprattutto, che lui doveva tornare se stesso. Era stato solo un paio di giorni prima. Marini si riscosse dal ricordo, staccandosi dalla finestra. Niente faccende in sospeso, meglio così. In quel posto dove non aveva combinato nulla, fuorché quasi innamorarsi di una puttana, non c’era niente che valesse la pena portarsi dietro. Si doveva presentare a Monza dopo mangiato. E allora tanto valeva mangiare e farla finita con la vista lago. Si avviò al McDonald’s del lungo lago, sotto una pioggia fitta e sottile. Federico “depresso” Marini. Il locale era deserto, il lago grigio. Marini ordinò un’insalata di pollo e un caffè, pagò e si sedette a un tavolo del piano di sopra, vista lago e con tre cigni indolenti che tenevano lontano un gruppo di germani sbattendo le ali. Masticando controvoglia continuava a ripensare ai mesi passati a Lecco, senza riuscire a ricordare cosa avesse fatto di preciso. Sono un poliziotto. Ero un bravo poliziotto. Sentiva di non avere concluso niente dopo il fatto; solo piccole indagini di paese. Inezie. In realtà, non sarebbe stato in grado di citare un qualsiasi successo investigativo ottenuto sotto la sua direzione negli ultimi anni, da quando era stato trasferito più volte, come una trottola. Aveva commesso un errore durante una conversazione con un giovane giornalista de “Il Secolo XIX”, aveva parlato di macelleria messicana ed era entrato in dettagli su quello che aveva vissuto a Genova. In seguito a quell’episodio era diventato una specie di fantasma. Non era stato sbattuto fuori, ma era chiaro che la sua carriera era compromessa in modo pesante: sedi periferiche, incarichi marginali, in cui aveva messo (o meglio, non messo) del suo. In sostanza, il nulla. Una lenta, costante discesa. Un fantasma di sbirro che non aveva più il controllo della propria vita. Si era messo di lato e guardava il mondo andare avanti senza di lui. Non provava partecipazione, né tanto meno entusiasmo, per niente, e si era lasciato andare. Sono ancora un poliziotto e dovrei fare qualcosa per dimostrarlo, da adesso in avanti.
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