4.In viaggio
L’AD era al volante di una Ferrari 365 GTB4, senza fari retrattili, più conosciuta anche come Daytona, soprannome dato dagli appassionati dopo la tripletta vincente ottenuta nel 1967, nella famosa corsa automobilistica di 24 ore. Il suo modello preferito, quello che aveva sognato da bambino, fin dal Natale in cui, tra gli altri regali, suo padre gli aveva messo in mano una perfetta riproduzione in scala uno a ventiquattro.
Uscito dall’hotel aveva svoltato a sinistra in Route de Malagnou, dopo aver percorso Quai du Général-Guisan, Rue Versonnex, Avenue Pictet de Rochemont, Route de Chene, e dopo aver girato a destra in Avenue de L’Amandolier. Carlo Moscatelli aveva fretta, doveva essere all’appuntamento in un paio d’ore al massimo. Guidava guardando fisso davanti a sé, tra le luci della città. Non era previsto che lei salisse in macchina per tornare a Milano. Lui le aveva prenotato una comoda prima classe con partenza alle undici del giorno dopo, ma lei gli aveva fatto una tale scenata, in albergo, e lui alla fine non aveva potuto fare a meno della sua compagnia. Carlo quella stessa mattina aveva inaugurato la convention della WWLab con un breve discorso di saluto, poi si era eclissato in una saletta riservata, limitandosi a osservare dagli schermi a sua disposizione, con gli occhi puntati su Frassinelli, il Direttore Finanza e Controllo, sulla Di Bastiano, la responsabile dei servizi logistici, e su Renato Landi, il giovane neoresponsabile delle vendite territoriali sul quale riversava tante speranze. Per Cardi il discorso era diverso, lo conosceva sin troppo bene, ormai.
Claudia era stata inquadrata spesso dai tecnici della regia, e Carlo, sarà stato per lo spacco vertiginoso offerto dall’abito rosso, aveva più volte sentito riaccendersi il desiderio di averla, come gli capitava da tempo, nonostante lei portasse già i segni dell’età e dei numerosi lifting.
Ancor prima che finisse la convention l’AD s’era ritirato in solitario nella suite dell’hotel, aspettandola. Desiderava solo fare sesso, prima di tornare a Milano, dove lo attendevano, ma lei era entrata in camera infuriata, e non c’era stato verso di farla ragionare. Il libro, il libro era la sua ossessione, quel maledetto manoscritto di trecento pagine che lei aveva buttato giù per superare la delusione dovuta al flop dell’ultimo reality (Il piccolo chalet). Aveva deciso di scrivere la storia della sua vita e la aveva intitolata Ragazza di strada – da studentessa della scuola alberghiera a regina della tv italiana. Ora lo voleva pubblicare con la più grande e colta casa editrice italiana, Ennedì.
Claudia era entrata come una furia nella suite e aveva preso a bere da qualsiasi bottiglietta trovasse nel frigo-bar.
– E tu devi aiutarmi. Devi chiamarli, convincerli. Come cazzo si sono permessi di dire che è illeggibile? Illeggibile? Ma che ne sanno loro di cosa legge la gente! È cultura pop. Non possono non pubblicarlo. Li devi chiamare, capito? Pagali, se devi! Cosa cazzo sei a fare l’AD della più ricca azienda italiana se non riesci neanche a farti pubblicare un libro, Carlo?
Addio sesso, addio serata di riposo. Claudia aveva continuato a bere e a sbraitare, nonostante Carlo cercasse di calmarla. L’aveva rassicurata sulla pubblicazione del libro e una striscia di coca aveva fatto il resto. Carlo sapeva bene che Claudia Fato era una diva tv depressa, incamminata verso il tramonto. La stagione dei reality dal grande successo stava terminando, l’audience scemava e nessun inserzionista voleva rischiare di nuovo, non c’era nessun nuovo programma in vista per lei nella nuova stagione televisiva e ormai le offrivano più partecipazioni a convention che inviti a serate in tv.
Dopo avere sniffato la cocaina Claudia si era calmata. Poi all’improvviso aveva preso a piangere, implorandolo di non lasciarla sola, di non farle prendere il treno l’indomani mattina e di accompagnarla a Milano quella notte stessa.
– Va bene Claudia – le aveva risposto – ma io ho un appuntamento e dovrai aspettarmi.
Così adesso, mentre la Daytona imboccava la A40, già in territorio francese, Carlo si domandò come potesse scaricarla. Claudia si stava assopendo, sul sedile del passeggero. Lui guardò il suo Panerai. Si stava facendo tardi. Premette con decisione sull’acceleratore, fino a sfiorare i duecento orari. Non voleva arrivare tardi a Boffalora, quella era gente che non amava aspettare, comunque voleva sbrigarsela in fretta. Claudia l’avrebbe mollata al primo motel. Ora era meglio concentrarsi sulla guida. L’appuntamento di quella notte lo preoccupava non poco: Ghost non era riuscito a saperne di più, quelli erano abituati a scambiarsi ancora le informazioni su pezzi di carta. Anche se Carlo poteva intuire di cosa si sarebbe parlato.
Arrivò velocemente a Taconnaz, quindi passò il traforo senza problemi, entrando nei confini italiani. Dopo Aosta cominciò a spingersi intorno ai duecentocinquanta e nei pressi di Ivrea si accorse di un lampeggiante che lo seguiva; un attimo dopo sentì anche la sirena, rallentò d’istinto fino a centottanta e vide la macchina azzurra della stradale che si affiancava. L’agente gli fece capire con ampi cenni di accostare, si fermò alla prima piazzola di sosta utile e aprì il finestrino, senza scendere. Claudia, appena fermata la macchina, aprì gli occhi un istante, mormorando qualcosa. Carlo vide l’agente che si avvicinava al suo finestrino e notò nello specchietto retrovisore l’altro che si fermava in piedi, a distanza, con il mitra pronto a inquadrare tutta la scena.
– Buonasera. – fece il poliziotto – Tenga cortesemente le mani bene in vista e prenda lentamente patente e libretto.
Carlo cercò di sfoderare il suo miglior sorriso, voleva essere gentile e, soprattutto, non perdere tempo.
– C’è qualcosa che non va, agente? – chiese, mentre porgeva i documenti nella mano guantata dell’uomo. Il poliziotto illuminò l’interno della Daytona con una torcia, si soffermò qualche secondo su Claudia addormentata, senza dare segni di averla riconosciuta.
– Signore, lei sta viaggiando a una media di duecentododici chilometri orari. Sono costretto a ritirarle la patente e a sequestrarle l’automobile. Faccia scendere la signora e si accomodi gentilmente con lei sulla nostra, dove faremo il test etilico. Manderemo un carroattrezzi a prelevare la sua auto, che per ora resta qua.
Carlo non si scompose, non fece alcun movimento brusco, né perse il suo sorriso. Sorridere sempre.
– Agente, lei sta facendo un ottimo lavoro. È molto bravo. Educato, gentile ma chiaro e fermo al tempo stesso…
– Scenda dalla macchina, signore, e faccia accomodare la signora, per cortesia, adesso!
– …e la ammiro molto. Ammiro chi fa il suo dovere con zelo, come lei. Non ho problemi a scendere dalla macchina, ma le chiedo solo una piccola cortesia – disse Carlo, sfilando le chiavi dal cruscotto e dandogliele in mano. – Ecco, queste sono le chiavi, non posso scappare. La signora qua è molto stanca e io ho fretta. La prego di controllare, con attenzione, il mio nominativo collegandosi alla sua banca dati. Faccia con comodo. Il suo collega può stare qua a controllarci. Vada, coraggio!
Il poliziotto restò per un attimo interdetto, poi prese le chiavi e chiamò il collega, che si avvicinò di cinque, sei passi. Con i documenti in mano, entrò nell’automobile di servizio, un potente Forester 4WD, e si mise a controllare i documenti. Carlo non smise di sorridere, pregando che Claudia continuasse a dormire, mentre l’agente con il mitra continuava a guardare proprio lei. Forse l’aveva riconosciuta, o si stava chiedendo quanto costasse quella Daytona. Carlo continuò a restare immobile, controllando con la coda dell’occhio l’orologio del cruscotto, poi sentì l’altro poliziotto, il primo, scendere e avvicinarsi. Guardò Carlo con fare mortificato e si piegò fino a quasi entrare con la testa dentro il finestrino. Aveva le spalline con le tre “v” rosse di Assistente Capo. Restituì i documenti all’ AD e mormorò:
– Mi scusi dottor Moscatelli. Non l’avevamo riconosciuta.
Poi esitò un attimo, fece una smorfia, e proseguì: – Dovrò comunque fare rapporto, dottore, mi spiace.
Non era scemo, l’assistente.
– Come si chiama, assistente capo? – chiese Carlo senza smettere di sorridere.
– Giannichedda Vincenzo, dottore.
– E di dove è, assistente Giannichedda?
– S. Cipriano d’Aversa, Caserta.
– Bella zona, Caserta. Ho molti amici, laggiù. E, mi dica, lei si trova bene, qua… – Carlo fece un ampio gesto con la mano, a indicare il paesaggio – …nelle valli piemontesi?
L’assistente lo guardò perplesso. Dove voleva arrivare quel tizio?
Carlo riprese, guardandolo fisso negli occhi. – Sa, io sono sicuro che dalle sue parti i nostri amici apprezzerebbero tantissimo un nuovo sovrintendente capo zelante e preciso come lei, che saprebbe fare le cose giuste. È quello che manca, da quelle parti. Ci sono già abbastanza agenti rompicoglioni, non trova?
Detto questo, Carlo sorrise di nuovo. Lo sguardo di Giannichedda adesso era quello di uno che comprende, che aveva trovato la sua convenienza. L’altro agente trattenne a stento la sorpresa, mentre l’assistente capo gli fece abbassare del tutto il mitra e concluse.
– Certo, dottore, sono d’accordo con lei. Non si preoccupi per il rapporto. Può tranquillamente andare. Buon viaggio a lei e alla signora.
Mentre i due si allontanavano Carlo Moscatelli, l’AD di WWLab, ripartì in fretta in direzione Milano. Le sue credenziali presso il Ministero degli Interni funzionavano bene, ma non sarebbero servite a nulla se fosse arrivato troppo tardi a Boffalora.
Carlo pensò che il potere, quello vero, dava i brividi. Non era tanto evitare una multa o un sequestro d’auto, ma decidere della vita di un uomo, influenzarne le azioni, piegarlo ai suoi disegni facendo intendere la fortuna o la rovina, a seconda delle scelte che avrebbe fatto, con una semplice frase, beh, era questo il Potere. Condurre il gioco, come con delle marionette, lo eccitava.
Tornò a viaggiare nella notte, intorno ai duecentotrenta, come se nulla fosse. In un battibaleno si trovò a Novara Est, e da lì a pochi minuti avrebbe imboccato l’uscita di Marcallo Mesero.
Fu in quel momento che ricevette una telefonata.
La suoneria del cellulare era disattivata, ma la luce verde che lampeggiava sul display non lasciava dubbi. Guardò il numero chiamante, meditando se rispondere o no. Prefisso di Ginevra.
Ci risiamo, pensò, quei due coglioni lo hanno fatto di nuovo.
Fermò la macchina, su una piazzola di sosta poco prima del casello autostradale, indeciso se rispondere o no.