Sarah
Torno a casa, giusto il tempo per capire come sta Jenny.
Dopo il bacio dell'altra sera l'ho trascurata molto, e non la biasimo se non vuole parlarmi.
Apro la porta d'ingresso e la vedo intenta a leggere un libro.
"Chi si rivede", esclama incrociando il mio sguardo.
"Scusami, sono stata una stronza.", tento di giustificarmi.
"Oh, lo sei sempre – non è una novità.", esclama.
Mi avvicino a lei e le prendo la mano.
"Ascolta, Jenny, so che stai attraversando un momento difficile, ma sfogarti con me servirà a farti sentire peggio", le dico tutto d'un fiato.
"C'è un'altra, vero?", mi chiede improvvisamente.
Arrossisco e metto una mano sui capelli.
"N... no, non c'è nessun altra al momento.", le dico ostentando sicurezza.
"Non ti credo, Stone. Spero ne valga la pena."
"Lo spero anch'io", penso tra me e me avviandomi verso la mia camera e lasciandola sola con il suo libro.
In realtà credo che queste lezioni in più sarebbero inutili per una come Rose, dal momento che è bravissima già così.
In effetti mi chiedo perché ne abbia bisogno.
Però oggi voglio giocare una delle mie carte vincenti, voglio approfondire un po' di più la sua conoscenza, capirla e lasciarmi cullare dalle emozioni che provo sul momento.
Voglio dare inizio a qualcosa di diverso e inaspettato.
Ci penso su.
"Ecco, questa è quella giusta", esclamo uscendo di scatto dalla stanza.
"Jenny, mi presteresti la macchina per favore? Te la riporto nuova, immacolata, lavata e profumata.", m'inginocchio supplicandola.
Mi guarda per interminabili istanti, poi estrae le chiavi dalla tasca e me le getta.
"Uno... un solo graffio e sei morta", redarguisce.
"Agli ordini.", esclamo sorridendole.
Torno in stanza, mi cambio ed esco di casa.
La macchina di Jenny è parcheggiata a due isolati più in là, per cui faccio un tratto a piedi prima di puntare il telecomando elettronico in direzione della vettura.
Mi ci infilo dentro, sposto il sedile all'indietro.
"Dio, ha delle gambe piccolissime per riuscire a guidare così", esclamo ridendo per quella battuta stupida.
Accendo lo stereo, "Killing me softly with these words, killing me softly", gracchia lo stereo.
"Quanti ricordi", penso tra me e me.
Era il tempo dell'università, delle prime cotte, delle prime risposte alle tantissime domande. E quella canzone a tenermi compagnia.
"Credi che sia bello diventare grandi?", mi aveva detto molti anni prima un'amica conosciuta in college.
Non le avevo risposto. E a distanza di tempo posso affermare di non saperlo ancora.
Erano così spensierati i tempi in cui bastava poco per essere felici - e guarda adesso invece – una costante corsa verso ciò che ti fa stare bene.
Prima ci avrebbero pensato i genitori – se qualcuno avesse avuto questa fortuna –ora invece dovevi pensarci da solo.
Metto in moto l'auto e parto a tutta velocità.
Ho sempre amato il brivido del pericolo, del rischio.
Mi getto a capofitto in ogni cosa, e so che non dovrei.
Eppure più cresco e più si fa spazio in me questo desiderio impellente di non cambiare, restare la stessa, anche a discapito delle sensazioni e degli eventi.
Arrivo venti minuti dopo e parcheggio la macchina. La chiudo con il telecomando controllando di non aver lasciato nulla in vista dentro, e mi avvio verso il luogo concordato con Rose.
L'aria è leggermente più mite. Ho deciso di indossare qualcosa di più leggero perché so già che a causa dell'agitazione suderò molto.
Io e lei da sole, senza preoccupazioni, senza nessuno che possa interromperci. Per davvero.
La aspetto con trepidazione e finalmente la vedo – ha lo zaino in spalla e mi saluta con la mano da lontano.
Attraversa la strada attenta.
"Sei arrivata puntuale," le dico sorridendole.
"Si, di solito lo sono sempre", dice timidamente.
"Per questa prima lezione ho pensato di andare in un bel posto.", le comunico.
"E dove?", le chiedo.
"Tu vieni con me e lo vedrai", le dico avvolgendomi nel mistero.
Iniziamo a camminare e poco dopo arriviamo davanti alla macchina di Jenny.
"Non mi avevi detto che saresti venuta con la macchina", dice tutto d'un fiato.
"Me l'ha prestata un amica, non è mia. Di certo non possiamo andarci a piedi.", replico.
Entra senza fare ulteriori domande.
Per tutto il viaggio restiamo in silenzio, la osservo di tanto in tanto, giusto per godermi il suo modo goffo di sporgere la faccia fuori dal finestrino e lasciarsi spettinare dal vento controcorrente.
"Siamo arrivati.", esclamo due ore dopo.
"Ma dove siamo?", dice guardandosi intorno cercando di individuare qualcosa che le sia famigliare.
"Non troverai nulla di famigliare qui, non siamo a Londra."
Mi guarda.
"Come non siamo a Londra?", strilla preoccupata.
"Sta tranquilla, questa è Kensington. Fidati.", le dico tranquillizzandola.
Lascio la macchina in un posto tranquillo e ci incamminiamo.
Facciamo lo slalom tra la fitta vegetazione e ci avventuriamo per il bosco come due perfette forestiere.
"Avrei messo scarpe più comode se solo avessi saputo", mi comunica.
"Non ce ne sarebbe stato bisogno... siamo arrivati."
Sposto il fogliame di un fitto cespuglio e le permetto di vedere ciò che i miei occhi hanno contemplato così tante volte.
"No... non è possibile.", esclama piena di stupore.
"Si invece. Oggi questo posto è tutto nostro!", esclamo a mia volta.
Prende a correre da una parte e dall'altra, allontanandosi da me. E' così veloce... non riesco a starle al passo.
"Ma è meraviglioso", dice alzando le mani verso il cielo.
"Lo so.", le dico sorridendo.
Ero sicura che sarebbe piaciuto a lei tanto quanto era piaciuto a me la prima volta.
"Questo è il paradiso di sicuro", grida a pochi metri da me.
Mi aspetta e la raggiungo poco dopo.
Quello che abbiamo di fronte è di sicuro il panorama che ogni letterato vorrebbe trovarsi davanti: la dimora di Virginia Woolf.
D'un tratto corre verso di me gettandomi le braccia al collo.
"Ancora non ci credo, dimmi che non sto sognando," dice estasiata.
La guardo e mi chiedo cosa sia stata la mia vita prima di quel sorriso. E' così bella quando è felice.
Nessuno dovrebbe farle del male.
"Vieni, ti faccio entrare.", le comunico.
Non se lo fa ripetere due volte.
Arriviamo poco dopo verso la porta principale. La casa sembra essere tutt'una con la fitta vegetazione. Passiamo accanto ad alberi di frutto e fiori di ogni specie.
Ha la classica struttura rustica delle case del 900', e non vedo l'ora di entrarci di nuovo.
Apro la porta con la chiave e lascio che sia lei a familiarizzare con l'ambiente.
C'è una poltrona rossa e altre due color mogano, un servizio da tè sul tavolino e quadri raffiguranti i diversi momenti della vita della scrittrice. Su un tavolo più in là ci sono le sue opere più importanti, dattiloscritte. Rose si sofferma su quelle, ed è totalmente in estasi.
"E' la sua scrittura", urla, "è la sua scrittura".
Le sorrido, e mi godo la scena.
Sale velocemente al piano di sopra, tutto è così avvolto nel mistero. La stanza della Woolf è qualcosa di sublime, ha un certo fascino e una sua poesia. Pensare che lei scriveva guardando proprio dalla sua finestra o dalla terrazza su.
Chissà quali dovevano essere i suoi sentimenti.
Dirimpetto al letto c'è una libreria piena zeppa di libri, Rose ne sfila uno, poi due, legge le trame, si compiace, ne prende altri.
E' nel suo mondo, e lascio che si goda questi momenti.
Ritorno al piano di sotto e prendo uno dei libri di Virginia scritti a mano. Apro una pagina a caso.
„Profondamente sospirò e si gettò - c'era nei suoi gesti una passione che merita la parola - sul nudo suolo ai piedi della quercia. Godeva nel sentire, sotto l'effimera apparenza dell'estate, la spina dorsale della terra; ché tale era per lui la dura radice della quercia, oppure - l'immagine seguendo l'immagine - era il dorso d'un gran destriero che cavalcava; o la tolda di una nave in preda alle onde; qualsiasi cosa, insomma, purché solida, poiché egli anelava a qualche cosa cui ormeggiare il suo fluttuante cuore; quel cuore che ogni sera in quella stagione, quando s'aggirava per le campagne, pareva ricolmo di aromatiche e languide sensazioni d'amore. Alla quercia egli lo legò."
Quelle parole mi colpiscono profondamente. Ripongo il libro sul tavolo e mi siedo sulla poltrona: la aspetto.
Poco dopo Rose arriva, mi coglie alla sprovvista, avvicina il naso sul mio collo e respira a intervalli.
"Resterei qui a inebriarmi del tuo profumo per ore.", sussurra al mio orecchio per poi sparire di nuovo.
L'ho immaginato? Mi chiedo.
Sono davvero arrivata al punto in cui non riesco a distinguere ciò che vorrei con quello che ho già?
mozioni che provo sul momento.
Voglio dare inizio a qualcosa di diverso e inaspettato.
Ci penso su.
"Ecco, questa è quella giusta", esclamo uscendo di scatto dalla stanza.
"Jenny, mi presteresti la macchina per favore? Te la riporto nuova, immacolata, lavata e profumata.", m'inginocchio supplicandola.
Mi guarda per interminabili istanti, poi estrae le chiavi dalla tasca e me le getta.
"Uno... un solo graffio e sei morta", redarguisce.
"Agli ordini.", esclamo sorridendole.
Torno in stanza, mi cambio ed esco di casa.
La macchina di Jenny è parcheggiata a due isolati più in là, per cui faccio un tratto a piedi prima di puntare il telecomando elettronico in direzione della vettura.
Mi ci infilo dentro, sposto il sedile all'indietro.
"Dio, ha delle gambe piccolissime per riuscire a guidare così", esclamo ridendo per quella battuta stupida.
Accendo lo stereo, "Killing me softly with these words, killing me softly", gracchia lo stereo.
"Quanti ricordi", penso tra me e me.
Era il tempo dell'università, delle prime cotte, delle prime risposte alle tantissime domande. E quella canzone a tenermi compagnia.
"Credi che sia bello diventare grandi?", mi aveva detto molti anni prima un'amica conosciuta in college.
Non le avevo risposto. E a distanza di tempo posso affermare di non saperlo ancora.
Erano così spensierati i tempi in cui bastava poco per essere felici - e guarda adesso invece – una costante corsa verso ciò che ti fa stare bene.
Prima ci avrebbero pensato i genitori – se qualcuno avesse avuto questa fortuna –ora invece dovevi pensarci da solo.
Metto in moto l'auto e parto a tutta velocità.
Ho sempre amato il brivido del pericolo, del rischio.
Mi getto a capofitto in ogni cosa, e so che non dovrei.
Eppure più cresco e più si fa spazio in me questo desiderio impellente di non cambiare, restare la stessa, anche a discapito delle sensazioni e degli eventi.
Arrivo venti minuti dopo e parcheggio la macchina. La chiudo con il telecomando controllando di non aver lasciato nulla in vista dentro, e mi avvio verso il luogo concordato con Piper.
L'aria è leggermente più mite. Ho deciso di indossare qualcosa di più leggero perché so già che a causa dell'agitazione suderò molto.
Io e lei da sole, senza preoccupazioni, senza nessuno che possa interromperci. Per davvero.
La aspetto con trepidazione e finalmente la vedo – ha lo zaino in spalla e mi saluta con la mano da lontano.
Attraversa la strada attenta.
"Sei arrivata puntuale," le dico sorridendole.
"Si, di solito lo sono sempre", dice timidamente.
"Per questa prima lezione ho pensato di andare in un bel posto.", le comunico.
"E dove?", le chiedo.
"Tu vieni con me e lo vedrai", le dico avvolgendomi nel mistero.
Iniziamo a camminare e poco dopo arriviamo davanti alla macchina di Jenny.
"Non mi avevi detto che saresti venuta con la macchina", dice tutto d'un fiato.
"Me l'ha prestata un amica, non è mia. Di certo non possiamo andarci a piedi.", replico.
Entra senza fare ulteriori domande.
Per tutto il viaggio restiamo in silenzio, la osservo di tanto in tanto, giusto per godermi il suo modo goffo di sporgere la faccia fuori dal finestrino e lasciarsi spettinare dal vento controcorrente.
"Siamo arrivati.", esclamo due ore dopo.
"Ma dove siamo?", dice guardandosi intorno cercando di individuare qualcosa che le sia famigliare.
"Non troverai nulla di famigliare qui, non siamo a Londra."
Mi guarda.
"Come non siamo a Londra?", strilla preoccupata.
"Sta tranquilla, questa è Kensington. Fidati.", le dico tranquillizzandola.
Lascio la macchina in un posto tranquillo e ci incamminiamo.
Facciamo lo slalom tra la fitta vegetazione e ci avventuriamo per il bosco come due perfette forestiere.
"Avrei messo scarpe più comode se solo avessi saputo", mi comunica.
"Non ce ne sarebbe stato bisogno... siamo arrivati."
Sposto il fogliame di un fitto cespuglio e le permetto di vedere ciò che i miei occhi hanno contemplato così tante volte.
"No... non è possibile.", esclama piena di stupore.
"Si invece. Oggi questo posto è tutto nostro!", esclamo a mia volta.
Prende a correre da una parte e dall'altra, allontanandosi da me. E' così veloce... non riesco a starle al passo.
"Ma è meraviglioso", dice alzando le mani verso il cielo.
"Lo so.", le dico sorridendo.
Ero sicura che sarebbe piaciuto a lei tanto quanto era piaciuto a me la prima volta.
"Questo è il paradiso di sicuro", grida a pochi metri da me.
Mi aspetta e la raggiungo poco dopo.
Quello che abbiamo di fronte è di sicuro il panorama che ogni letterato vorrebbe trovarsi davanti: la dimora di Virginia Woolf.
D'un tratto corre verso di me gettandomi le braccia al collo.
"Ancora non ci credo, dimmi che non sto sognando," dice estasiata.
La guardo e mi chiedo cosa sia stata la mia vita prima di quel sorriso. E' così bella quando è felice.
Nessuno dovrebbe farle del male.
"Vieni, ti faccio entrare.", le comunico.
Non se lo fa ripetere due volte.
Arriviamo poco dopo verso la porta principale. La casa sembra essere tutt'una con la fitta vegetazione. Passiamo accanto ad alberi di frutto e fiori di ogni specie.
Ha la classica struttura rustica delle case del 900', e non vedo l'ora di entrarci di nuovo.
Apro la porta con la chiave e lascio che sia lei a familiarizzare con l'ambiente.
C'è una poltrona rossa e altre due color mogano, un servizio da tè sul tavolino e quadri raffiguranti i diversi momenti della vita della scrittrice. Su un tavolo più in là ci sono le sue opere più importanti, dattiloscritte. Piper si sofferma su quelle, ed è totalmente in estasi.
"E' la sua scrittura", urla, "è la sua scrittura".
Le sorrido, e mi godo la scena.
Sale velocemente al piano di sopra, tutto è così avvolto nel mistero. La stanza della Woolf è qualcosa di sublime, ha un certo fascino e una sua poesia. Pensare che lei scriveva guardando proprio dalla sua finestra o dalla terrazza su.
Chissà quali dovevano essere i suoi sentimenti.
Dirimpetto al letto c'è una libreria piena zeppa di libri, Piper ne sfila uno, poi due, legge le trame, si compiace, ne prende altri.
E' nel suo mondo, e lascio che si goda questi momenti.
Ritorno al piano di sotto e prendo uno dei libri di Virginia scritti a mano. Apro una pagina a caso.
„Profondamente sospirò e si gettò - c'era nei suoi gesti una passione che merita la parola - sul nudo suolo ai piedi della quercia. Godeva nel sentire, sotto l'effimera apparenza dell'estate, la spina dorsale della terra; ché tale era per lui la dura radice della quercia, oppure - l'immagine seguendo l'immagine - era il dorso d'un gran destriero che cavalcava; o la tolda di una nave in preda alle onde; qualsiasi cosa, insomma, purché solida, poiché egli anelava a qualche cosa cui ormeggiare il suo fluttuante cuore; quel cuore che ogni sera in quella stagione, quando s'aggirava per le campagne, pareva ricolmo di aromatiche e languide sensazioni d'amore. Alla quercia egli lo legò."
Quelle parole mi colpiscono profondamente. Ripongo il libro sul tavolo e mi siedo sulla poltrona: la aspetto.
Poco dopo Piper arriva, mi coglie alla sprovvista, avvicina il naso sul mio collo e respira a intervalli.
"Resterei qui a inebriarmi del tuo profumo per ore.", sussurra al mio orecchio per poi sparire di nuovo.
L'ho immaginato? Mi chiedo.
Sono davvero arrivata al punto in cui non riesco a distinguere ciò che vorrei con quello che ho già?