Il tutor

1583 Parole
Rose Questa volta ho vinto io. Credeva di avermi messa al tappeto e invece non ci è riuscita. Esco dall'aula e cammino fiera per i corridoi dell'università, faccio sosta vicino i distributori automatici e decido di prendere un cappuccino. Sto per inserire la moneta dentro la bocchetta quando qualcun altro lo fa per me. "Questo te lo offro io", dice Sarah sorridendomi. "Sono povera, si, ma un cappuccino me lo posso ancora permettere", rispondo con aria ironica. Restiamo in attesa per alcuni istanti, poi il tic della macchinetta mi riporta alla realtà, estraggo la calda bevanda e inizio a sorseggiare. Sarah inserisce un'altra moneta nel distributore e preme un tasto a caso. Non riesco a trattenermi dal ridere. "Ma fai sempre così?", le chiedo. "Così come?", dice di rimando. "Scegli bevande a caso?" "E' sempre bello provare qualcosa di nuovo nella vita, non credi? Lascio scegliere alla macchinetta." "Che filosofia bizzarra!", esclamo continuando a sorseggiare il cappuccino bollente. Si avvicina alla macchinetta e prende il bicchiere. "Lo vedi? Ginseng! E' il mio preferito", esclama soddisfatta. "Non vale però, lo conosci già." "E' sempre come la prima volta quando bevi un ginseng, fidati.", esclama ammiccando lo sguardo. Sorrido e poco dopo getto il bicchiere nel cestino. "Grazie.", le dico. "E per cosa?", chiede. "Per il cappuccino.", replico, ma in realtà vorrei ringraziarla per essere così com'è. "Scusa, me lo mantieni un attimo?", dice d'un tratto porgendomi il suo bicchiere. Lo afferro e lo tengo stretto mentre la guardo alitare sugli occhiali e pulirli con un lembo della maglietta. Riprende il bicchiere tra le mani. " Il brutto di portare gli occhiali", continua, "bere qualcosa di caldo è un'impresa.", ride. Non riesco a spiegare a parole l'effetto che mi fa stare con lei. E' la cosa più bella e naturale del mondo: mi sento a casa. Sarah è un libro chiuso da scoprire un po' alla volta. Non racconta nulla del suo passato, è riservata e abbastanza guardinga dal mettere in mostra i sentimenti, ma voglio trovare la chiave per poter entrare anche solo per un momento nella sua mente. "Ti sei dimenticata della lezione di oggi.", dice improvvisamente. "Che lezione?", chiedo non al corrente di quel nuovo impegno. "Sono il tuo tutor, ricordi? Oggi iniziamo", mi comunica. "Ma io devo lavorare!", rispondo di rimando. "Ho parlato io con Jack, ti lascia libera per due ore al giorno.", dice guardandomi. Ci rifletto su. Non sono pronta. "E' solo una settimana, vedrai, imparerai tante cose nuove." Mi lascio convincere e accetto. "Allora ci vediamo alle 3 a due isolati da qui.", mi comunica prima di scappare via. Resto vicino ai distributori automatici ancora un po'. Con lo sguardo mi concentro sugli studenti che salgono e scendono le scale, con la mente sono altrove. "Avrò fatto bene a scegliere lei come tutor? Non che l'abbia davvero scelto io, è successo tutto così in fretta...", - d'altro canto penso di conoscerla da così poco tempo, e non voglio che quel tempo speso a stretto contatto possa rovinare quel qualcosa senza nome che piano piano stiamo costruendo, mattone dopo mattone. "O almeno... che sto cercando di costruire io.", mi dico. Il problema è che sono sempre stata una ragazza con la testa sulle spalle, ho sognato molto poco sul mio futuro durante l'infanzia e l'adolescenza: qualcos'altro ha sempre destato la mia attenzione. Ho rimandato continuamente ogni cosa e mi sono accontentata di quello che capitava. Così quando Jack mi ha assunta ho creduto che quello fosse il traguardo della mia vita, quando invece era solo l'inizio. Non bisogna mai perdere di vista i propri sogni, se si hanno, oppure se non si è mai sognato sul proprio futuro bisognerebbe iniziare a farlo. E mi ritrovo a provarci. Non sono più una ragazzina, sono nella via di mezzo, e ho una paura tremenda di sbagliare. Tuttavia voglio imparare, scoprire, conoscere. Sento di aver avuto così poco... voglio realizzarmi, per me stessa, non per gli altri. E' come se ogni notte per tutta la vita avessi trascorso in compagnia della luna e non avessi mai sognato di raggiungerla. Estraggo il telefono dalla tasca e mi avvicino verso l'uscita. Compongo il numero di Jack. "Ciao Jack, come sta Sam?", gli domando. "Ciao, Rose. Sta molto meglio, anche se ha bisogno di riposare. Forse tra due giorni la dimetteranno. Ho bisogno di parlarti, appena puoi." "Passo dall'ospedale stasera, va bene?", gli comunico. "A dopo, ti aspetto.", dice chiudendo la conversazione. Ripongo il telefono nella borsa e mi accendo una sigaretta. L'aria è gelida oggi, mi si congela il naso. "Chissà cos'avrà di tanto importante da dirmi Jack.", penso tra me e me. Prendo a camminare senza meta per le vie della città. L'appuntamento con Sarah è tra due ore e ho voglia di sgranchirmi le gambe. Decido di non allontanarmi tanto – sarà meglio restare nei paraggi per non fare tardi. La puntualità non è mai stata il mio forte - mi conosco bene. Osservo le assolate vetrine concentrandomi sui vestiti. Manca un mese a Natale, e dovrò decidermi a trovare qualcosa da regalare alla mia famiglia. Il tempo passa in fretta. È ora di ritornare, penso. Non so che aspettarmi, so solo che questo tempo che trascorreremo insieme potrà farmi bene o potrà farmi male. Mi vanno bene entrambe le cose.   "E' sempre come la prima volta quando bevi un ginseng, fidati.", esclama ammiccando lo sguardo. Sorrido e poco dopo getto il bicchiere nel cestino. "Grazie.", le dico. "E per cosa?", chiede. "Per il cappuccino.", replico, ma in realtà vorrei ringraziarla per essere così com'è. "Scusa, me lo mantieni un attimo?", dice d'un tratto porgendomi il suo bicchiere. Lo afferro e lo tengo stretto mentre la guardo alitare sugli occhiali e pulirli con un lembo della maglietta. Riprende il bicchiere tra le mani. " Il brutto di portare gli occhiali", continua, "bere qualcosa di caldo è un'impresa.", ride. Non riesco a spiegare a parole l'effetto che mi fa stare con lei. E' la cosa più bella e naturale del mondo: mi sento a casa. Alex è un libro chiuso da scoprire un po' alla volta. Non racconta nulla del suo passato, è riservata e abbastanza guardinga dal mettere in mostra i sentimenti, ma voglio trovare la chiave per poter entrare anche solo per un momento nella sua mente. "Ti sei dimenticata della lezione di oggi.", dice improvvisamente. "Che lezione?", chiedo non al corrente di quel nuovo impegno. "Sono il tuo tutor, ricordi? Oggi iniziamo", mi comunica. "Ma io devo lavorare!", rispondo di rimando. "Ho parlato io con Jack, ti lascia libera per due ore al giorno.", dice guardandomi. Ci rifletto su. Non sono pronta. "E' solo una settimana, vedrai, imparerai tante cose nuove." Mi lascio convincere e accetto. "Allora ci vediamo alle 3 a due isolati da qui.", mi comunica prima di scappare via. Resto vicino ai distributori automatici ancora un po'. Con lo sguardo mi concentro sugli studenti che salgono e scendono le scale, con la mente sono altrove. "Avrò fatto bene a scegliere lei come tutor? Non che l'abbia davvero scelto io, è successo tutto così in fretta...", - d'altro canto penso di conoscerla da così poco tempo, e non voglio che quel tempo speso a stretto contatto possa rovinare quel qualcosa senza nome che piano piano stiamo costruendo, mattone dopo mattone. "O almeno... che sto cercando di costruire io.", mi dico. Il problema è che sono sempre stata una ragazza con la testa sulle spalle, ho sognato molto poco sul mio futuro durante l'infanzia e l'adolescenza: qualcos'altro ha sempre destato la mia attenzione. Ho rimandato continuamente ogni cosa e mi sono accontentata di quello che capitava. Così quando Jack mi ha assunta ho creduto che quello fosse il traguardo della mia vita, quando invece era solo l'inizio. Non bisogna mai perdere di vista i propri sogni, se si hanno, oppure se non si è mai sognato sul proprio futuro bisognerebbe iniziare a farlo. E mi ritrovo a provarci. Non sono più una ragazzina, sono nella via di mezzo, e ho una paura tremenda di sbagliare. Tuttavia voglio imparare, scoprire, conoscere. Sento di aver avuto così poco... voglio realizzarmi, per me stessa, non per gli altri. E' come se ogni notte per tutta la vita avessi trascorso in compagnia della luna e non avessi mai sognato di raggiungerla. Estraggo il telefono dalla tasca e mi avvicino verso l'uscita. Compongo il numero di Jack. "Ciao Jack, come sta Sam?", gli domando. "Ciao, Piper. Sta molto meglio, anche se ha bisogno di riposare. Forse tra due giorni la dimetteranno. Ho bisogno di parlarti, appena puoi." "Passo dall'ospedale stasera, va bene?", gli comunico. "A dopo, ti aspetto.", dice chiudendo la conversazione. Ripongo il telefono nella borsa e mi accendo una sigaretta. L'aria è gelida oggi, mi si congela il naso. "Chissà cos'avrà di tanto importante da dirmi Jack.", penso tra me e me. Prendo a camminare senza meta per le vie della città. L'appuntamento con Alex è tra due ore e ho voglia di sgranchirmi le gambe. Decido di non allontanarmi tanto – sarà meglio restare nei paraggi per non fare tardi. La puntualità non è mai stata il mio forte - mi conosco bene. Osservo le assolate vetrine concentrandomi sui vestiti. Manca un mese a Natale, e dovrò decidermi a trovare qualcosa da regalare alla mia famiglia. Il tempo passa in fretta. È ora di ritornare, penso. Non so che aspettarmi, so solo che questo tempo che trascorreremo insieme potrà farmi bene o potrà farmi male. Mi vanno bene entrambe le cose.
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