– Sua Signoria aveva ragione – disse di nuovo, al servo, con una voce fievole. Si sedette sovra una di quelle poltrone a sdraio. – Resto un poco, qui – riprese poi, con voce anche più fievole. Il servo s’inchinò e sparve. Luigi restò seduto, con la faccia fra le mani: ogni tanto, levava la testa e guardava ancora, all’orizzonte, lo yacht che diminuiva sempre di dimensioni. In cuor suo, ancora il nome di Hermione gli saliva alle labbra in onda di disperato affetto; ma la voce di quello che non può mai tacere in noi, gli diceva, subito: A che la chiami? È inutile. Egli riabbassava il capo, oppresso per sempre da una fatalità che lo colpiva nelle sorgenti istesse della vita. Poi, un’acuta puntura lo trafisse, lo fece balzare da quella sedia, girando per la terrazza, rientrando in salone, r

