Poteva Cesare Dias buttarsi in ginocchio innanzi a quel letto, baciare quei piccoli piedi bianchi e gelidi, baciare quelle piccole mani che si tingevano di viola sull’avorio del crocefisso, poteva baciare quel volto che non aveva ancora osato di guardare, ella non avrebbe inteso, ella non lo avrebbe ridetto, giammai. Solo con lei, che era morta, significava esser solo con se stesso; poter infine sciogliere l’annoso laccio; poter buttar via la pesante e salda e lucida corazza che gli aveva fiaccate le membra; e esser uomo di carne, di sangue e di nervi, con le sue miserie, con le sue tenerezze, con le sue desolazioni: esser un uomo e forse non piangere, e forse non amare, e forse non sentire neanche la atroce puntura del rimorso, e forse non avere neanche il terrore della Fine che colpisce i più forti, e forse, essere una creatura senza viscere, senza palpiti, senza singulti, senza sussulti, ma un uomo! Quella porta donde poteva entrare un parente, un prete, un servo! Ah la sua ora era giunta in cui potesse essere quello che era; in cui potesse parlare a se stesso, la Verità, turpe o luminosa, arida o tenera, in cui potesse essere come tutti sono, felice, infelice; carnefice, eroe, vittima, ma uomo! Ma la grande e miserabile paura di tutta la sua esistenza ancora lo teneva. Niuno doveva vedere Cesare Dias esser un uomo come un altro anche nella fatale tappa della Morte!
Seduto, immobile, fissando lo sguardo sul candore del letto di morte, che pareva vaporasse come una bianchissima nuvola, Cesare Dias pensava che la giovane donna di cui egli vegliava il supremo sonno su questa terra non lo aveva mai veduto essere un uomo come gli altri, con le stesse debolezze spirituali, con le stesse indomabili e umane viltà dei sensi, con quelle tenerezze rare e profonde che sgorgano dalle anime più chiuse e più dure, con quelle ore di miseria morale che colpiscono i cuori più forti – mai. Adesso, Anna era morta, gli occhi erano chiusi, le mani erano fatte glaciali, il cuore aveva cessato di palpitare, non udiva, non vedeva: nessuna figura umana, tenera, appassionata, dolorata, convulsa, potea più colpirla; nessun sentimento umano di amore, di dolore, di terrore la potea più interessare: ma giammai, nella breve vita vissuta accanto all’uomo che ella amava ed adorava con tutte le sue forze, giammai ella aveva sorpreso il minuto della emozione, talvolta, forse, il fastidio, che è l’espressione dell’egoismo, ma sempre, poi, l’indifferenza. Si rammentava bene, Cesare, di aver ammucchiato intorno al proprio cuore più alti, più formidabili i ghiacci che salvano dalle commozioni, che conservano la salute e la pace, che danno la forza dell’aridità solitaria, e sovra tutto che ispirano quel deserto disprezzo di ogni cosa e di ogni persona con cui tanto felicemente vivono gli egoisti, si rammentava di aver fatto ciò specialmente contro Anna, contro quel temperamento vibrante ed eccessivo, contro quel cuore innocente, passionale ed estremo, contro quella immaginazione focosa, esuberante e pure assorbita nelle sue amorose e tenere fantasie. Quanto l’aveva disprezzata, per tutte le emozioni che agitavano la fremente anima, per gli abbandoni che ne vincevano la volontà, per quelle follie del cuore che si facean più forti nei sogni della fantasia, per quel dare tutta se stessa, così, apertamente, a un sentimento, a una passione, per la incoerenza della sua mente, per l’assorbimento, in un solo desiderio alto, rovente, scopo della esistenza, centro del mondo: quanto l’aveva disprezzata, Anna, per questa sua immensa debolezza, per cui tutti potevano vedere e commentare i suoi pallori, i suoi turbamenti, le lagrime delle sue delusioni, i furori della sua gelosia! Poiché ella era una attrice, inconscia, naturale, umana, schietta fino all’audacia, debole fino alla vigliaccheria, innamorata fino alla pazzia; poiché ella era dalla parte infinita di umanità che dà spettacolo di sé, lui, Cesare, che si era messo sovranamente dalla piccola parte degli spettatori, sentiva per lei un disdegno senza pietà, un disprezzo senz’ombra di carità. Egli rideva, sì, aveva sempre riso di quegli impulsi nobili e folli, di quelle spirituali voluttà di dolore, di quegli sguardi smarriti e di quelle labbra tremanti, di quelle parole balbettate nel turbamento dei nervi eccitati, di quei singhiozzi che scuotevano le esaltate fibre, di quel fuoco, infine, che avvampava e consumava l’anima di Anna! Ne aveva sempre riso, in un disprezzo senza collera e senza compassione, e assai più invincibile si era levata la barriera delle eterne nevi, fra loro. Egli aveva resistito con la freddezza all’amore nascente nel cuore di Anna, reprimendone gli slanci con l’ironia, col sarcasmo; egli aveva resistito, con una indifferenza finanche crudele, alle lettere di amore appassionate e disperate, agli sguardi d’amore ardenti della fiamma interiore e umidi di desolate lagrime; egli aveva resistito al mortale languore che minava l’esistenza di Anna, sino all’ora in cui temette di vederla morire. Ah, che soltanto, soltanto la Morte è una cosa seria, è una cosa che ferisce, che avvilisce, che dà alla più salda anima umana lo spavento del fatto irrimediabile! Un sol minuto, in cui egli aveva consentito a sposare la fanciulla, perché la morte non la cogliesse prima della sua ora: ma, per compensarsi di quel momento di paura e di pietà, che alta, alta, invalicabile montagna di ghiacci egli aveva elevata, fra sé ed Anna! Padrone inflessibile di se stesso, dei propri sensi, dei propri desiderii, egli aveva elargito all’appassionata sua sposa una forma d’amor coniugale tranquillissima, misurata corretta – corretta, era la sua gran parola – e talvolta anche beffarda, giuocando con l’impeto giovanile, col giovanile entusiasmo di Anna, fingendo di non vedere o fingendo di sorridere della commozione mortale che la vinceva, quando le sue labbra la baciavano sulle labbra!
Nella veglia mortuaria, presso quella creatura distesa, giacente, avvolta nella nuvola bianca, donde l’avrebbero discesa nella terra nera, per sempre, Cesare si ricordava che cos’era stata la passione di Anna, per lui. Quel cadavere di cui appena appena s’intravedevano le linee, sotto i flutti dell’amplissimo velo nuziale, era stata la giovane donna bella; e più che bella, attraente di espressione, di vitalità, di calore; più che attraente, affascinante per i luminosi occhi, per il magnifico fiore del sorriso, per il sangue che correva a vivificare la bruna tinta del volto, per la morbida e carezzevole persona, così fatta per l’amore. Quante volte quegli snelli e brevi piedini, simili al marmo, ora, nel tessuto lievissimo della seta bianca, nelle scarpette di seta, freddi e immobili come il marmo, ora, nelle loro babbucce ricamate, rosei, vividi, eran venuti, dalla stanza di Anna alla stanza di Cesare, col ritmico passo, camminando rapidamente verso l’amore – ed eran tornati indietro lenti, molli, stanchi, trascinantisi, poiché la indifferenza li aveva respinti! Quelle braccia incrociate sul petto, quelle mani intrecciate sopra il crocefisso, braccia e mani che mai più avrebbero avuto un indistinto movimento di vita, quante volte amorosamente si erano legate al collo di Cesare come una catena che non si voleva sciogliere, salde, tenaci, e pur morbide, povere care braccia e povere carezzevoli mani, fatte solo per abbracciare e per carezzare, disciolte dal beffardo sorriso di chi trovava che esse abbracciavano troppo, disciolte, cadute, prese da una lassezza mortale, poiché chi amava sentiva che il proprio destino era fallito, miseramente fallito! Sotto le folte pieghe del velo, fermate dagli spilloni di perle, nereggiavano le brune trecce della morta, che nessuna mano di acconciatrice più avrebbe pettinato e profumato. Quante volte avevano sfiorato la faccia di Cesare, quante volte, disfatte, si erano sparse per le spalle, per l’amore, per il dolore: e una convulsa mano e aveva raccolte e riacconciate, malamente, poiché veramente quella donna era fatta deserta e desolata dall’amore. Il volto, il volto della morta, per la pietà della donna che l’aveva vestita, misteriosa e sacra pietà per gli estinti e forse per i viventi, era nascosto sotto il velo: ma Cesare ricordava quella breve fronte piegante sotto la massa dei neri capelli e sulla quale, come in un libro aperto, egli aveva letto soltanto il pensiero dell’amore; quegli occhi languenti di tenerezza, folgoranti di amorosa collera, folgoranti di amoroso sdegno, luminosi di una umile e assai rara gioia; sempre innamorati, sempre, se si levava il sole o se tramontava; nella notte come nel giorno, fra la gente come nella solitudine; quelle labbra rosse e schiuse come il fiore del melograno, fatte solo per dire la parola dell’amore, fatte solo per baciare, per baciare sino a che venisse la suprema fatalità del distacco. Quante volte egli si era beffato di quella fronte limitata dove non si racchiudeva che un solo pensiero, quante volte aveva fatto riempire di lagrime quegli occhi innamorati, guardandoli freddamente; quante volte aveva respinto per giuoco, per crudele giuoco, quelle labbra innamorate! Ah, che né più un passo d’amore darebbero quei piedini, né un bacio quelle labbra, né uno sguardo quegli occhi: poiché l’Amore li aveva respinti, la Morte, la Morte aveva preso tutto. Adesso l’attrice si era uccisa; e adesso, invano egli tentava di essere il glaciale spettatore dell’esistenza, come era sempre stato. Gli è che non lo avrebbe mai creduto, che Anna si sarebbe uccisa. Non forse era stato un sistema di assiomi della sua natura scettica ed egoistica: che tutte le persone passionali soffrono ma non muoiono; che tutte le anime deluse languiscono, ma non si uccidono; che tutti i cuori amanti ed infelici preferiscono il loro amore e la loro infelicità, alla fine di tutto; che tutti i temperamenti violenti ritrovano in se stessi l’equilibrio, ma non muoiono; che chi dice di volersi uccidere non si uccide, che i suicidi di amore sono, quasi tutti, dei suicidi per dissesti finanziari? Oh, egli aveva le sue teorie, le sue convinzioni, su questa ignobile follia che è il suicidio; egli era fortissimo su questa miseria degli umani cervelli, ed egli aveva delle note di incredulità e di disprezzo a ogni fatto simile, espressione di ironia sanguinosa contro gli sciocchi, contro i mediocri che non sanno accettare le responsabilità della vita o non sanno dominarle; ma per lo più non ci credeva al suicidio; diceva che era una invenzione da cronisti di giornali a corto di notizie. E mai, mai, avrebbe creduto al suicidio di Anna. Fremere, sussultare, singhiozzare, sì; aver le guance smorte, gli occhi dalle occhiaie livide, le labbra bianche, sì; non ridere più, non sorridere più, avere l’eterno velo delle lagrime innanzi agli occhi, sì; piangere, torcersi le braccia, torcersi le mani, sì; passare le giornate nell’accasciamento e le notti nell’insonnia, sì; essere giovane e sentirsi vecchia di cento anni, esser bella e non amare più la propria beltà, essere amata e non vedere l’amore; sì, sì, sì, tutto questo lo fanno queste creature di emozione, queste anime date alla Passione – ma uccidersi, no.
Quante volte aveva crollato le spalle, alla disperata minaccia di sua moglie, non credendole, disprezzandola anche più per questa vana parola, ingiuriandola col sogghigno, con lo sguardo ironico. Non le credeva! Era uno scettico ed era un egoista; aveva saggiato il fondo di tutte le vanità; aveva per le cose e per gli uomini un immenso disdegno, ma adorava la vita, Cesare, ma non gli pareva che nessuna speranza ideale, nessun premio luminoso, nessuna consolazione suprema valesse l’esistenza quotidiana; ma il pensiero della Morte era sempre quello che lo faceva rabbrividire nelle migliori ore dei suoi piaceri, ma il desiderio della Morte, prima del tempo, gli sembrava così mostruoso, che le minacce di Anna lo facevan sorridere. Ventitré anni, aveva ventitré anni, sua moglie; non si muore, a quell’età, per un amore non corrisposto, per una speranza infranta, per aver invocato la festa suprema del cuore e non averla ottenuta! Si continua ad amare, a sperare, a soffrire, e ogni giorno porta la sua parvenza nuova, che inganna, che fa transigere, che fa aspettare, e si chiede la forza al cuore e la si ottiene, quando si ha ventitré anni. Uccidersi, Anna, mai!
Ella era bella e sana, e aveva lunghi anni innanzi a sé, e tutte le dolcezze del nome, della fortuna, del lusso la circondavano, ed era piena di fervida vitalità, e le speranze sue rinascevano con l’alba, più candide e più rosee, e poteva, sì, poteva tentare ancora di vincere il duro cuore dell’uomo che amava, e poteva finanche sperare di soffocare, di spegnere il proprio amore, entrando ella stessa, fortunata, felice, trionfatrice, nel tempio dell’indifferenza dove solo gli elettissimi che non hanno mai amato e gli eletti che hanno finito di amare possono penetrare. Perché si sarebbe dovuta uccidere, quando aveva solo ventitré anni? Egli sorrideva, in un sarcasmo che la faceva mortalmente impallidire; ella non rispondeva, chinava il capo, come se si rimproverasse la propria debolezza, come se si disprezzasse da se stessa di non uccidersi subito, in presenza di quel tristo e crudele marito: e il tristo e crudele marito se ne andava, sogghignando, carezzando sovranamente il mustacchio, nella soddisfazione di avere ancora avvilita quell’anima innamorata, convinto che ella non si sarebbe mai uccisa e felice di averle gettato in faccia la sua debolezza e la sua vigliaccheria. Anche nell’ultima scena che avevano avuto insieme nella mattinata, quando la povera donna aveva detto tutte le parole della sua disperazione, quando gli si era trascinata alle ginocchia, ella innocente ed egli colpevole, quando ella aveva gridato a lui, alla terra e al cielo, che quel tradimento le era insopportabile, che quel tradimento la faceva morire, egli non le aveva creduto, egli l’aveva spinta, passo, passo, contro il precipizio, con le sue brevi, fischianti, insultanti parole, egli l’aveva sospinta, vedendola vacillare, smarrita, perduta, sino all’abisso, credendo che ella si sarebbe fermata lì, come sempre. Non le aveva prestato fede, quando essa aveva proclamato, nell’alta sua disperazione, che non avrebbe sopportato il tradimento, e infine, mentre usciva, quando ella aveva cercato di trattenerlo dicendogli: se te ne vai, io muoio; egli le aveva quietamente risposto che non ci credeva, che ella non sarebbe morta niente affatto, e se ne era andato, tranquillo di spirito, e forse contento di aver superato una delle più difficili scene della sua vita. Pure, Anna si era uccisa. Egli era andato assai placidamente a far colazione al club volendo punire sua moglie della gran noia che ella gli aveva dato; poi era andato a tirare di scherma, esercizio che gli piaceva immensamente e che non trascurava quasi mai; poi era andato a vedere, nel box, il nuovo cavallo di Giulio Carafa: e tutte queste solite cose della sua giornata egli le aveva compiute con la massima libertà di spirito, senza un soffio lieve di rimorso, senza un’ombra di presentimento. Come va che, di un tratto, quando sulla porta della scuderia di Carafa, vedendo la faccia stravolta e le labbra tremanti del messaggero, egli, lo scettico, l’egoista, colui che non credeva né alle minacce di suicidio, né al suicidio, colui che aveva schiaffeggiato e vilipeso sua moglie sotto l’ironico insulto, come va, che egli aveva subito pensato che Anna si era uccisa? Subito. Un gran calore lo aveva arso, dallo stomaco alle estremità come ad un improvviso attacco di febbre, ed egli aveva visto, nitidamente, che sua moglie era morta. Niente aveva chiesto, era andato taciturno, solamente pallido, e l’aveva portata con sé.