Quando Laura era comparsa sulla porta, udendo quei pianti e quelle grida dei servi che nulla valeva a frenare, egli non l’aveva neanche guardata in faccia, e con un gesto largo, quasi dando ragione alla poveretta morta, con la voce che annunzia un avvenimento fatale e quindi inevitabile, egli le aveva detto: Anna si è uccisa. Laura era caduta riversa, senza un grido, bianca come il suo vestito bianco, svenuta: egli parve non se ne accorgesse. Egli sentiva sempre un gran fuoco allo stomaco e per la persona, e le ore che passavano, da quel pomeriggio a quella notte, non temperavano quell’ardore febbrile. Sentiva, sempre più forte, l’istinto dell’azione che scompigliava ogni sua volontà di calma, di freddezza: sentiva che quel fuoco divoratore che gli faceva tumultuare il sangue nelle vene, era il segnale che in lui lo spettatore era morto, che egli era un uomo, un uomo simile agli altri, simile nella confusione de’ suoi sentimenti e delle sue impressioni, a colei che se ne era andata, esaurita in tutte le sue nobili fiducie; sentiva che quanto aveva fatto dal minuto intenso in cui aveva conosciuto la morte di sua moglie, sino allora era la verità umile e nuda, di un cuore umano che è dinanzi ad una catastrofe. Per questo vegliava, nella notte, presso il cadavere di Anna; per questo sentiva, nella notte, un indistinto, prepotente bisogno di levarsi, di andare presso quel letto, di sollevare quel velo, per vedere il suo volto.
Ma l’ardente e crescente e dolorosa curiosità che è in tutti coloro cui morì una persona, quella curiosità fatale e indomabile e torturatrice di vedere il cadavere, quella brama insaziata di fissare nella mente, nella fantasia quei tratti, quelle tinte, quelle linee, quel morboso e tormentoso desiderio di appropriarsi con la lunga contemplazione, di quella immagine che dopo breve ora sparirà per sempre dalla terra, questa triste voluttà degli occhi e del cuore era combattuta, in Cesare Dias, da una sottile sensazione di sgomento. Pensava che si sarebbe levato dalla poltrona dove si abbandonava da tanto tempo, che si sarebbe appressato al letto e avrebbe guardato la faccia della morta, senza velo: la voleva guardare così intensamente, così a lungo, che giammai più altra visione si sarebbe potuta scolpire nella sua immaginazione; guardarla tanto, la faccia di Anna, da prenderne il possesso, il solo estremo possesso di coloro cui morì una persona.
Eppure, con questo desiderio che si faceva così acuto, ancora non si muoveva, legato da una paura latente. Forse era la paura di vedere la Morte in tutta la sua espressione, egli che aveva sempre avuto un fremito segreto di orrore, pensando di dover morire; forse era un vago terrore, impreciso, indefinito, vago terrore di vedere uno spettacolo inaspettato; forse sentiva, vagamente, agitarsi un sentimento ignoto nel suo cuore, ne temeva lo scoppio, innanzi al volto di Anna. Saliva, saliva col calore febbrile, dal cuore al cervello, questo desiderio ultimo, questa suprema croce e suprema delizia di coloro cui morì una persona, ma imperioso anche, si andava facendo il terrore. Ogni tanto, per rincuorarsi guardava la figura della giovane morta, bianco-vestita, sul bianco letto, sotto il morbido velo nivale, cercava distinguere i lineamenti, sotto le pieghe; e quella creatura morta, distesa su quel funebre giaciglio, aveva un aspetto così mite, innocente e infinitamente doloroso, niente altro che doloroso, che il suo coraggio si rialzava e la sua brama di vedere Anna si faceva invincibile. Non trascorreva, forse, l’ora della notte mortuaria? Gli restava poco tempo; la sua mente era lucida: egli sapeva bene che questa era l’ultima notte che passava con sua moglie; sapeva che all’indomani l’avrebbero chiusa nella cassa di quercia e l’avrebbero chiusa nella terra, e sulla terra avrebbero chiusa e suggellata la lapide di marmo, e sulla lapide avrebbero chiuso la ferrea porta della cappella Dias, al Camposanto. Chiusa, smarrita, perduta, scomparsa per sempre, l’immagine! Gli restava poco tempo, per vederla bene, per vederla fino alla immedesimazione della visione, per vederla tanto da rivederla, sempre, per tutta la vita. Infine, quale tremenda verità poteva sorgere dal viso di quella creatura? Era così candido e teneramente desolante l’aspetto nebuloso di quel letto e di quella morta vestita dei suoi abiti nuziali, in una poesia di bianchezza, di fiori freschi e bianchi, di cerei ardenti. E con uno sforzo immenso, simile a quello che gli pareva adatto a sollevare il mondo, egli si alzò, fece un passo verso il letto. Ma fu, a un tratto, debolissimo, incapace di camminare più oltre: aveva caldo e si sentiva languire. Forse era l’aria di quella stanza, già carica del penetrante profumo dei fiori, ermeticamente chiusa, e tutta ardente, oramai, malgrado il freddo della notte invernale, per il calore dei cerei. Il suo respiro era oppresso, la sua testa vacillava; il letto e la bianca salma gli si confusero innanzi agli occhi, fluttuando lentamente e stranamente in un biancore tenue, evaporante. Pure, con la forza macchinale dell’istinto, egli andò verso il grande balcone di cui erano abbassate le portiere di pesante stoffa chiara e, abbassata la grande tendina di merletto, passò dietro, schiuse le imposte e i vetri, cercando aria, sentendo che aveva bisogno di respirare fuori, nella notte, per non morire. Un soffio di vento burrascoso entrò nella stanza, sollevò la gran tendina, fece vacillare tutte le fiammelle dei cerei, e parve che tutta la camera avesse ondeggiato.
Cesare Dias, piegato sul balcone, beveva l’aria notturna avidamente, lasciava che il vento lo investisse, che gli scompigliasse i capelli e gli abiti: si chinava, come prestando orecchio alle bizzarre parole che parea dicesse la bufera, sul mare, per la città, sulle colline, il gran balbettìo sordo e stridente della tempesta; e i suoi sensi si confortavano, in quell’ombra, in quel silenzio, dove solo la burrasca metteva i suoi gridi improvvisi, i suoi singhiozzi; il suo cervello si liberava dalla gran languidezza mortale dove aveva sentito cadere tutte le sue forze. Fischiava, urlava intorno al suo capo il fiero vento che veniva dal mare sconvolto, che sconvolgeva la terra, piegando gli alberi neri della Villa, nera nella tenebra notturna, quasi scuotendo le case della Riviera tutte nere, nella notte. E, improvvisamente, nella mente di Cesare Dias sorse un ricordo vivissimo, nitido crudele, nella sua nitidezza: il ricordo di una figura di donna avvolta nella pelliccia, che si piegava nell’angolo del balcone, sulla ringhiera, per guardare bene nella via, nella notte alta, se ritornasse a casa l’uomo che ella adorava. Oh, la rivedeva la figura di sua moglie, su quel balcone, tremante di freddo e di impazienza, ma riarsa dall’amore e dalla gelosia, contando le ore, le mezz’ore, i quarti d’ora in cui egli passava la notte, al giuoco, a qualche facile capriccio!
Ritornando a casa, in quelle notti, stanco, pallido, con gli occhi abbattuti, l’anima inaridita, egli guardava in su e un lieve sorriso di trionfo lo rianimava, un istante, vedendo lassù quella povera donna tormentata: e subito dopo, nel suo disprezzo per tutte le donne innamorate, che commettono la sciocchezza di stare al balcone, nelle notti d’inverno, per aspettare un oblioso, un indifferente, egli rientrava in casa, andava a letto senza neanche entrare ad augurarle la buona notte. Spesso, mentre era chiuso nella sua stanza, in quelle notti, egli aveva udito un passo lieve attraversare il corridoio, aveva udito il respiro di Anna che origliava alla sua porta: aveva sorriso di orgoglio, di pietà, ma non aveva aperto, addormentandosi nella profonda lassezza dei soliti piaceri che lo attiravano potentemente, malgrado la loro monotonia. Gli occhi di Anna, scintillanti sotto il cappuccio, nell’angolo del balcone, nell’attesa delle notti d’inverno, egli li vedeva ancora: ancora udiva il lieve respiro di quell’anima in pena, dietro la porta, e il profondo sospiro con cui ella se ne andava.
Rientrò. Non resisteva ai ricordi: la realtà della stanza funebre era meno tormentosa: e un fascino lo riconduceva presso a quel letto di morte. L’ora fuggiva, la notte si faceva alta, egli voleva vedere sua moglie morta, prima che l’alba sorgesse. Rientrò. Lasciò il balcone aperto, temendo di esser preso un’altra volta dalla soffocazione. Il vento entrava, facendo voltare la gran tendina di merletto, abbassando le pure e diritte fiammelle dei cerei, muovendo le stoffe delle portiere, facendo battere i foglietti da scrivere, sulla scrivanietta, dando a quella camera l’aspetto di una barca filante sulla schiuma dell’onde, in alto mare. E immediatamente Cesare Dias ebbe un moto di ribrezzo a tutta quell’agitazione di tempesta, nella stanza dove dormiva la morta: gli parve che la gran calma pura e ardente della camera fosse stata violata, gli parve che tutto il mondo esteriore, estraneo, fosse entrato in quella taciturna e solitaria sua veglia: e andò a richiudere, subito, ermeticamente, ancora una volta, ridando l’aspetto austero nella bianchezza, nella freschezza dei fiori, ridando la pace a quell’ambiente mortuario, dove non doveva entrare neppure la voce della bufera. Dei fogli erano caduti, li raccolse, li depose sulla scrivanietta: passò innanzi allo specchio, si guardò macchinalmente. E mentre non aveva sui tratti che un mortale pallore, e uno smarrimento negli occhi, mentre non aveva né singhiozzato, né pianto, gli parve di vedere nello specchio un uomo di cento anni, disfatto, decomposto, già appartenente alla tomba, un centenario consumato dalla Vita. E sotto tale impressione, indietreggiò, corse al letto di morte, tolse i fiori che delicatamente posavano sul velo, sollevò il velo, guardò Anna, vide Anna.
Cesare Dias vide uno stupefacente e terribile spettacolo. Cessato il clamoroso combattimento tra la vita e la morte, chetata l’estrema ribellione, finita la suprema convulsione, si allarga sulla faccia del cadavere una grande pace: vi sono morti che sembrano dormire tranquillamente: vi sono morti sul cui volto è tanta augusta serenità che le lagrime dei vivi s’inaridiscono, nel misterioso rispetto del di là. Fiorisce, talvolta, sul viso dei morti una nuova e imperitura bellezza che mai ebbero da vivi: e i cari desolati ne hanno un senso d’ideale trasfigurazione. Ma la faccia di Anna Acquaviva era, veramente, terribile a vedersi. Da otto ore la Morte aveva fatto il suo gran lavoro di pacificamento, ma ella conservava il suo viso di agonizzante disperata. La piccola bocca di Anna era contratta dolorosamente, come se ancora dovessero uscire grida, singulti, desolate parole da quelle labbra violette: gli occhi erano appena socchiusi, quasi che ancora volessero vedere lo spettacolo dell’universo: e una intensa, profonda espressione di rammarico era in tutte le linee di quella faccia morta. Disperata di morire!
Cesare indietreggiò, si coprì il volto con le mani, non resistendo a quella vista che era tutto il Grande Rimprovero di chi era morta per lui, vissuta troppo poco, mentre adorava la vita, vissuta senza essere amata, mentre il solo suo segreto era l’amore, uccisa dalla Indifferenza, mentre era la Passione. Adesso intendeva, Cesare, la pietà della povera donna che aveva acconciata la morta e che ne aveva nascosto il viso, perché egli non lo vedesse, perché non sentisse tutto lo sconfinato dolore che aveva accompagnato l’agonia di quella suicida. Ah no, non era morta freddamente, fatalmente, obbedendo a una oscura legge ineluttabile, andandosene, con la calma tragica delle creature su cui soffiò il destino, immortalmente stanca, non avendo più forza di resistere! No, no, non voleva morire, questa donna dal volto contratto e dalla bocca esprimente un rancore immenso alla propria sorte; non voleva morire, questa donna morta, le cui palpebre non si erano potute chiudere perfettamente, desiderose di guardare ancora l’uomo che essa amava, e disperata di non doverlo vedere più; non voleva morire, questa donna morta, sulla cui fronte vi era una ruga profonda, come di chi ha subìto il solco del più orrido pensiero; non voleva morire, aveva ventitré anni, si era uccisa dopo la più atroce agonia, gridando il suo dolore, gridando contro la immane ingiustizia che la uccideva – e le violette labbra erano stirate sui piccoli denti bianchi stretti stretti: quella bocca, orribile a dirsi, pareva che soffrisse ancora.
Aveva indietreggiato, Cesare, e si era coverto gli occhi, ma che importava? Aveva visto. Un solo minuto di visione gli aveva data tutta la conoscenza del Grande Rimprovero: e nessun velo di carne, nessun fitto coverchio di quercia sovra una bara, nessuna lapide marmorea, nessun cancello di bronzo, tutta la solidità del legno, del metallo, della pietra gli avrebbero potuto togliere giammai la profonda, incancellabile memoria di quella visione. Si spiegava, ora, il suo ardente desiderio di scoprire quel volto dal suo velo, quel desiderio saliente, rovente, che lo aveva tormentato sino allo spasimo, mentre tutto l’aspetto della morte, in quella stanza, aveva la mitezza, la tenerezza, solo la mitissima, misericordiosa tenerezza. Era la voce degli imperiosi fati umani quella che lo spingeva, da due ore, a guardare quel viso: era tutta la sua tremenda responsabilità che lo urgeva, segretamente, perché egli conoscesse la misura profonda di quel che aveva commesso. L’uomo appassionato e tradito non può resistere a non guardare l’immagine della donna che, per esempio, lo deluse: l’uomo colpevole ritorna sul campo del suo delitto: l’uomo che deve morire cammina alla sua morte, senza fallare un passo: e tutti sono chiamati da una voce interiore che li mette in cospetto del proprio fato, e obbediscono a una forza nascosta. Ah, egli aveva resistito: ma con tutte le attrazioni del mistero, dell’ombra, della notte, lo chiamava quel viso di morta, celato sotto il velo! Aveva voluto guardare: e niuno aspetto di paesaggio stupendo o pauroso, niun volto umano bellissimo o bruttissimo, glaciale nella inespressione o vivace di sentimento, niente, niente avrebbe potuto mai più sovrapporsi all’orribile aspetto di Anna, sul letto di morte.