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2052 Parole
Egli abbassò le mani, affascinato: e i suoi occhi lungamente, lungamente si fissarono su quel misero volto, dove tutta la umile e tragica istoria era scritta. Ricordava. Era il medesimo volto disperato che gli era apparso, al mattino, quando, chiamato da sua moglie, era entrato nella sua stanza, a udirsi rimproverare il disamore, il disprezzo, la crudeltà: quegli occhi semiaperti lo avevano guardato ardenti dalla disperazione, lavati invano da fiumi di lacrime: quella bocca convulsa gli aveva parlato le parole supreme che egli aveva schiaffeggiato dei suoi sarcasmi: quella bocca aveva singhiozzato, aveva gridato: egli ancora la rivedeva, viva, innanzi a sé, contratta dal dolore, livida, fremente, e così, così, la rivedeva morta. Ricordava. Quelle mani piccole e già mezzo violette erano raggricchiate sul crocefisso, e così, vive, egli le aveva intese aggrapparsi alle sue, tentando di trattenerlo, aggrapparsi al suo collo, ed egli le aveva respinte, e così, così le rivedeva morte: quel corpo rigido sotto la veste nuziale, egli lo aveva visto, alla mattina, dibattersi sotto gli impeti della disperazione, contorcersi, irrigidirsi, come se avesse un tronco di spada attraverso le fibre, e così, così, ora lo rivedeva, come se anche nella morte la misera donna non avesse potuto liberarsi di quel tronco d’arme. L’orribile aspetto gli era noto. Lo ricordava. E dunque l’agonia atroce era cominciata dall’ora in cui egli aveva spinto all’abisso la misera donna, senza pietà, senza misericordia, cieco e sordo, non intendendo il delitto, non sentendo che uccideva: dunque l’agonia era cominciata dalla notte prima, in cui Laura aveva spinto, audacemente, aspramente, sua sorella verso l’abisso, faccia a faccia, passo a passo, guardandola negli occhi per suggestionarle l’idea della perdizione, senz’affetto fraterno, senza carità, non vedendo, non udendo, e non sapendo, forse, di uccidere: dunque, l’agonia era cominciata anche prima, nella sera, quando Anna, tornando bella e splendidamente acconciata dal teatro, era venuta a origliare dietro le portiere, aveva udite le parole d’amore che si dicevano Cesare e Laura, aveva visto e udito gli amorosi, appassionati baci che essi si davano, aveva udito il tenero saluto degli amanti: Addio, amore. Da allora l’ultima bufera aveva travolto lo spirito della misera donna, e sui tratti della sua faccia, sconvolti, sulle linee della sua persona, torcentisi, si era messa quella espressione che viveva, atroce, atroce a dirsi, oltre la morte. Certo, da quel momento ineffabile in cui il tradimento le era apparso, ella aveva camminato, spinta, spinta da Cesare, da Laura, da se stessa, verso il suicidio che era a capo della breve sua strada, e per una notte e per la metà di un giorno ella aveva compiuto la sua piccola strada, indietreggiando, inorridendo di quello che era accaduto, inorridendo di quello che andava ad accadere, combattendo con l’orribile aspetto della vita e con l’orribile aspetto della morte. E la verità sorgeva da quel volto tragico, con le pupille nere che si vedevano dalle palpebre socchiuse, con i piccoli denti serrati e disperati su cui le violacee labbra si stiravano, con la gran ruga che tagliava la fronte: sorgeva la verità da quelle mani rattratte che invano si erano attaccate alla vita, da quel corpo irrigidito nell’ultima convulsione che lo aveva infranto. Una sola verità, l’unica verità. Anna aveva resistito alla freddezza, aveva resistito al disdegno, aveva resistito al disprezzo, aveva resistito alla indifferenza, poiché, forse, una ignota speranza si agitava nel fondo del cuore: non aveva resistito al tradimento. Per esso, era morta. Dopo la tremenda scoperta, ancora si era trascinata per una notte e per mezza giornata, come chi precipita, si attacca agli spigoli taglienti della roccia: e poi, si era uccisa. Ma veramente, veramente, non era il colpo di rivoltella che le aveva attraversato il cuore, quello che l’aveva uccisa. Anna era morta, dalla sera innanzi, quando aveva visto suo marito e sua sorella baciarsi, morta per il Tradimento. Ed essi non avevano avuto pietà di lei; appassionata moglie di Cesare, tenera sorella di Laura, Cesare e Laura si erano messi insieme per adoperare contro lei la crudeltà insopportabile del tradimento. Senza pietà! Il comune e tenue e pur forte vincolo che tiene i cuori degli uomini grandi e piccoli, ricchi e poveri, illustri ed oscuri, la pietà ch’è la forma ultima dell’amore, sentita anche dagli scettici, anche dai cinici, anche dai brutali, il vincolo sottile e saldo che resiste anche quando tutti gli altri sono spezzati, la pietà, la pietà che assolve, la pietà che redime, questo legame di tutta l’umanità essi lo avevano infranto. Era innocente, era amorosa, era giovane, e amava, l’avevan fatta la più infelice fra le donne e non ne avevano avuto pietà. Il vecchio infermo trova il ricovero; il bambino povero trova il pane; il povero vergognoso trova la segreta carità; tutte le miserie, tutte le infelicità, tutti i disastri, tutte le sventure trovano la compassione, trovano la carità; non Anna! Ella aveva chiesto, ella, la innocente, ella, la tradita, che avrebbe avuto il diritto di uccidere, tanto era orribile il tradimento, ella aveva domandato ai loro cuori di uomini, di cristiani, al cuore di un marito, di una sorella, la pietà, essa che avrebbe dovuto chiamare colpevoli, per la punizione innanzi a tutti i tribunali, da quello della legge a quello di Dio. Anna, dinanzi al tremendo peccato di sua sorella, aveva dimenticato l’offesa, aveva perdonato, sì, perdonato: ed aveva domandato pietà, aveva domandato che il passato si perdesse, che Laura le lasciasse questo amore, senza il quale sarebbe morta, aveva chiesto compassione di donna, carità fraterna, ella che era innocente! No, Laura non aveva avuto pietà: fiera nel suo cuore, innamorata del suo peccato, sentendo nel cuore e nei nervi solo la orgogliosa, imperiosa voce del suo peccato, ella aveva negato la pietà alla misera creatura che agonizzava. Anna, dinanzi al perverso tradimento di suo marito, aveva voluto, con uno sforzo immane, obliare la perfidia glaciale e la corruzione obbrobriosa, e si era prostrata innanzi a lui, gli aveva chiesto che questo non fosse più, gli aveva domandato di partire, di fuggire, di mettere il tempo e lo spazio fra sé e la corruzione e la perfidia: essa che era pura, che aveva vissuto solo nella idolatria dell’amor suo, aveva chiesto che Cesare avesse pietà di lei, a Cesare il corrotto, a Cesare il perfido, a Cesare che aveva insidiato la pace e l’onore di sua sorella, ella aveva chiesto pietà. E niente, niente, anche Cesare aveva negato, nel freddo furore dell’uomo che si vede disturbato nel suo quieto e segreto ideale di perfidia e di corruzione, nella superbia invincibile del proprio egoismo. La misera Anna aveva preso le mani dei suoi carnefici e le aveva baciate: aveva bagnato delle sue lagrime quelle mani senza pietà: si era inginocchiata davanti a coloro che la facevano morire e aveva detto loro le parole supreme delle creature disperate. Non avevano avuto pietà, Cesare, Laura, chiusi nel loro interesse, chiuso il cuore, chiuse tutte le fibre, incapaci di fremere, di commuoversi di piangere, al male che faceva morire Anna e che essi avevano commesso. Neppur l’ombra del rimorso aveva sfiorato la loro coscienza e neppur l’ombra della pietà, che è anche nel cuore dei maggiori colpevoli, aveva velato i loro occhi, velato la loro voce. Senza pietà. Le due parole salivano alle labbra di Cesare Dias mentre guardava sua moglie uccisa: salivano precise, insistenti, ostinate, così ostinate che egli finì per ripeterle, piano, piano, parlando come innanzi a un vivo: – Senza pietà, senza pietà – mormorò, chinandosi verso la morta. Ma ella era ben fredda, bene immobile, nel suo dolore, che ancora si dipingeva sul volto bruno già pieno di ombre, nel rammarico inconsolabile per la grande ingiustizia che Dio e gli uomini avevan commesso contro lei, morta da otto ore, morta oramai, senza che niuna voce di tenerezza e di desolazione la potesse più scuotere, senza che nessuna mano carezzevole e disperata la potesse più far fremere, senza che nessun bacio di amore, di pietà, di dolore, potesse più far palpitare quell’appassionato cuore, muto per sempre. Cesare vedea bene la immobilità, la freddezza, l’insensibilità della morte, ma ancora, con un accento tremante e inconsolabile, riprese a dire le due parole fatali: – Senza pietà, senza pietà, senza pietà!... Ardeva la sua testa e le tempie battevano, come se il sangue vi si precipitasse nel maggior calore e nel maggior tumulto: ardevano le sue mani e tremavano i suoi polsi, sotto l’urto vibrante del caldo sangue, e nella vertigine lenta e molle di quell’ora, i profumi dei mille fiori sparsi per la stanza gli davano un languore mortale, e le fiammelle dei cerei che si elevavano, pure diritte, come spirituali forme di luce aspiranti al cielo, gli sembravano moltiplicate. Un groppo gli stringeva la gola, imbarazzandogli il respiro, obbligandolo a sospirare profondamente, ogni tanto, senza che la oppressione del suo petto si alleviasse. Non distingueva più, se quel malessere che si faceva più ampio, che lo invadeva tutto, a ondate, fosse un tormento fisico venuto dalla veglia notturna, fra i fiori, fra i cerei, davanti a quella morta, o se fosse una suprema crisi morale indistinta, indefinita, dove tutto di sé naufragasse. La languida vertigine lo avvolgeva in turbini più larghi, il profumo si faceva irresistibile, le fiammelle vibravano di luce, ed egli disse ancora, piegato sul viso della morta, affascinato dal viso della morta, disse con uno straziato accento: – Senza pietà, senza pietà... A che serviva lo strazio di quelle due parole, dette sul volto di Anna, ripetute desolatamente e monotonamente, quasi che esse riassumessero ogni impressione, ogni espressione dell’animo di Cesare? Invano si piegava, pronunziandole, a vedere se nulla si mutasse, nell’orribile aspetto della morta: poiché egli vedea sempre la tortura di quelle linee; la tortura di quegli occhi semiaperti a cui neppure la morte dava riposo; la tortura ineffabile di quella bocca convulsa; la ruga della fronte, come una cicatrice del pensiero; le mani raggricchiate anche sul crocefisso, dove ogni pena si placa. E allora, per la prima volta in quella notte funebre, per la prima volta nella sua vita, Cesare ebbe il senso dell’irreparabile. Tutto può mutarsi e trasformarsi: la passione può diventar pace: l’indifferenza può diventar affetto: i ricordi possono svanire: le speranze possono realizzarsi: quello che oggi è tormento, domani può essere serenità: quella che oggi è catastrofe, domani può essere austera rivoluzione: solo la morte di coloro che ci amano, di coloro che amiamo non ha rimedio. La malattia si guarisce, la miseria si vince, le delusioni si scordano, le ferite dell’ambizione si chiudono: la morte non ha rimedio! Avrebbe potuto mille volte Cesare Dias inginocchiarsi innanzi ad Anna e chiederle perdono, sarebbe stato inutile: avrebbe potuto mille volte offrire la sua vita e il suo amore, per pagare la sua colpa, sarebbe stato inutile; avrebbe potuto gridare al mondo la sua infamia e il suo pentimento: inutile, inutile, inutile. Ella non udiva, non vedeva, non sentiva, tutto era silenzio intorno a quella creatura; niente più vi era da fare, da dire: il dolore non serviva, la pietà non serviva, l’amore non serviva, tutto era silenzio. E allora, davanti a questa forza assoluta e taciturna dell’irreparabile, egli sentì tutta la debolezza dell’umano orgoglio, tutta la miseria dell’umana crudeltà, vincere la estrema sua resistenza: una grande stanchezza andò dal suo cuore al suo cervello, dal suo cervello alle estremità, prostrandolo: le sue palpebre riarse batterono due o tre volte, come abbagliate; le mani vagarono, incerte, quasi cercando sostegno: egli sentì, sentì il duro suo cuore frangersi in due dal dolore, dalla pietà; egli cadde a’ piedi di quel letto, e nella bianca coltre ove Ella giaceva, Cesare pianse su quel cadavere. . . . . . . . . . . . . . . . Trasognato, uscendo da quella crisi di pianto, levando gli occhi abbruciati dalle roventi lagrime di chi piange per la prima volta, Cesare udì un mormorio nella stanza mortuaria. Mentre egli, con la faccia nascosta dalla coltre funebre, singhiozzava sull’irreparabile destino di Anna, la cameriera era entrata pian piano. Non aveva osato chiamarlo, non aveva osato neppure avanzarsi verso il letto della morta: e, presa una sedia, l’aveva messa in un cantuccio remoto della camera, vi si era inginocchiata innanzi, appoggiandovi le braccia, e con gli occhi fissi sulla Madonna della Seggiola, pregava. Quali orazioni diceva? Che si dice, a Dio, innanzi a un cadavere? Si prega la pace per l’anima partita, o si chiede il conforto per chi resta deserto sulla terra? Che domandava alla Madonna quella povera serva che neppure essa aveva dormito e che veniva nell’alto della notte a genuflettersi, a pregare, umilmente, compiendo il suo dovere di fedeltà sino all’ultimo? Egli andò verso di lei ed ella alzò la testa, mentre le labbra ancora bisbigliavano le orazioni.
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