I-6

2012 Parole
– Che dici? – egli chiese a bassa voce. – Le litanie – mormorò ella. – ... queste, si dicono?... le litanie? – egli ripetette. – Sì, Eccellenza… almeno... le ho dette per mia madre, quando morì... per la padrona mia... non so... ma la Madonna vede l’intenzione. – Dille, dille, le litanie – disse Cesare, rapidamente, allontanandosi. Avesse voluto pregare, non avrebbe saputo. Come gli erano stati indifferenti gli uomini, così gli era stato indifferente Iddio. Meglio, meglio che pregasse quella poveretta, semplice nella sua fede, umile nella sua speranza, che invocava la Vergine sotto tutti i suoi teneri e poetici appellativi, perché salvasse l’anima di Anna Acquaviva e perché desse la pace a coloro che si tormentavano ancora sulla terra. Egli si appoggiò sulla spalliera bassa del letto di legno, graziosamente scolpito, e chinò gli occhi sui piccoli piedini di Anna, che la gentile scarpetta bianca appena calzava, simile alla pianella di Cenerentola: e colà rimase per lungo tempo assorto, tendendo l’orecchio al sussurro delle preghiere, in quel cantuccio della stanza. Non lui poteva pregare, accanto a quella morta! Aveva amato tanto suo marito, sua sorella, le persone che la circondavano, Anna: ma, veramente, solo quella misera servente poteva orare, nella schiettezza e nell’affetto del suo cuore, solo essa aveva il pio diritto di domandare quiete allo spirito della morta. Poi, dopo un pezzo, il sussurro cessò: e la cameriera, levatasi, era venuta presso il padrone. – Eccellenza... – disse – Eccellenza... – Che è? – Perché Vostra Eccellenza non va a riposare?... Resto io... – No – egli replicò recisamente. – Ma che vuol fare, Vostra Eccellenza?... rovinarsi la salute?... Se la mia padrona vedesse questo, non lo permetterebbe... – Va’ via – disse Cesare, con dolcezza. – Veglierò io. – La mia padrona voleva tanto bene a Vostra Eccellenza... – ella soggiunse, con una tenerezza pietosa nella voce, andandosene, facendo ancora il segno della croce. Gli bruciavano gli occhi, a Cesare, dalle lagrime che vi salivano, di nuovo, udite quelle parole ingenue. Fu più tardi, quando più alta era la notte di inverno, che una mano leggera si posò sul suo braccio. Egli ebbe un fremito di orrore, chiuse gli occhi: chi poteva toccarlo così, lievemente, come un fantasma? Invero, pareva un’ombra, Laura, entrata nella stanza senza che egli la udisse, avvicinata a lui, con la mano che gli teneva il braccio: sul vestito bianco era sempre gittato, disordinatamente, lo scialletto nero che pendeva; e i biondi capelli erano tutti sciolti sulle spalle, l’aureola d’oro che coronava la fronte e le tempie era scomposta, gli occhi azzurri, limpidi avevano più che mai quel senso di smarrimento e di interrogazione folle. E vedendo quello spettro, presso a lui, innanzi al letto di morte, accanto a lui, davanti al cadavere di Anna dalla faccia scoperta e dagli occhi semiaperti, egli rabbrividì di orrore. Laura taceva, così smorta che il suo viso, sul vestito bianco, parea terreo; guardava Cesare, rivolgendo a lui la interrogazione dei suoi occhi smarriti. – Sei stato sempre qui? – domandò, con un soffio di voce, chinandosi verso di lui, col suo moto abituale che accostava i volti vicinissimi. – Sempre. – Oh! – fece lei, con una intonazione monotona. Si guardò attorno: ma sfuggiva di fissare i suoi occhi sovra il cadavere. – Perché non vai a riposare, un poco? Lucia dice che ciò ti farà male... Egli non rispose; e una espressione di durezza gli si andò diffondendo per il volto. Laura lo guardò meglio, fece un atto di meraviglia e di sgomento: poi gli chiese, in preda ad una ignota emozione: – Hai pianto? Tu, hai pianto? – Sì – rispose lui, a voce più alta, con un gesto largo, come proclamando la sua dedizione al dolore e alla pietà. – Oh Dio! – disse lei, fremendo, tremando, battendosi la fronte con le mani. Egli la fissò, per vedere se a quei limpidi occhi, almeno, almeno adesso salissero le lacrime. No: ella era in preda a un sentimento misterioso ignoto, ella aveva fatto l’atto di disperazione innanzi alla umile e dolorosa confessione di lui, ma niuna stilla di pianto scendeva sulle smorte guance. Ella, lentamente, si allontanò da lui, e girando intorno al letto, andò a cadere in ginocchio innanzi alla immagine della Madonna. Ma non era giunta a completare il segno della salvazione, che una mano si appesantì sulla sua spalla. – Che fai? – le chiese Cesare all’orecchio. – Prego – ella disse, senz’espressione nel viso, senza espressione nella voce. – Per chi preghi? – Lasciami pregare, lasciami... – ella mormorò, crollando il capo. – Ma per chi vuoi pregare? Alzati, alzati… – Prego per Anna – ella rispose, diventata fiera, a un tratto. – Non serve – disse Cesare, brevemente. – Anna si è uccisa, bisogna pregare per lei, perché Dio le perdoni… – Alzati, non pregare, Laura... – soggiunse lui frenando l’impeto dei suoi sentimenti. – Si è uccisa, si è uccisa, è una suicida. Dio è senza misericordia per chi si uccide, bisogna pregare, bisogna far dire delle messe... – ella insistette, tenendogli testa, non levandosi da terra. – Non serve, alzati e va’ nella tua stanza, Laura, va’ via, va’ via... – No – disse lei, levandosi, ergendoglisi innanzi, tirandosi lo scialletto nero sul petto, incrociando le mani alla cintura. – Vattene, Laura, vattene... – Tu vi sei: io posso restarvi – ella dichiarò a voce alta. – Io sono stato qui per vegliare la morta, per piangere: io non ho osato pregare, perché non sono un empio. Tu non devi vegliarla: tu non sai piangere; tu offendi Dio ed Anna, pregando... Vattene.. vattene... – Fino a che tu resti, io rimarrò – ella replicò duramente. – Non ti ha fatto orrore, l’entrare qui? – chiese Cesare. – No. – Non hai avuto paura? – No. – Non ti senti morire di rimorso, di sgomento? – No. – Non ti sembra che la morta si debba levare dal letto e cacciarti? – No. – Non ti sembra di essere la più turpe, la più crudele fra le donne? – No. – Eppure tu l’hai uccisa, Laura. – Anche tu – proclamò lei, guardandolo in faccia. E gli sguardi dei due complici s’incrociarono, come due spade nemiche. Ritti, pallidissimi, con gli occhi torbidi di collera e di dolore, uniti dalla colpa, e divisi dalla colpa, spasimanti di un diverso ma di un medesimo profondo strazio, in quel fiero, in quel tragico dissidio non sapevano che ardere di sdegno, l’uno per l’altra, e infuriavano, l’uno contro l’altra nel terrore, nel pentimento, nella pietà, Cesare; in preda ad un atroce combattimento di misteriosi sentimenti, Laura. A metà consumati ardevano i purissimi e funebri cerei, a metà appassiti ancora olezzavano i fiori recisi; e la morta giaceva sul letto, col viso scoperto, serbando sul viso la sua immensa disperazione che avrebbe portato nella bara, che avrebbe conservato sino a che l’ultima dissoluzione avesse distrutto quella forma terrena di Anna Dias. – Anche io – consentì Cesare, e prendendo una mano di Laura e stringendola convulsamente. – In due, l’abbiamo uccisa. L’hai tu guardata? – No, no – disse Laura tirando a sé la mano per scioglierla da quella di Cesare, che furiosamente la stringeva. – Io, sì. Guardala. – No, no – mormorò lei sordamente, voltando la testa in là. – Non hai coraggio? Non puoi guardarla? Ti credevo una donna forte e fiera, forte nel male, fiera nel peccato, per questo io ti ho amata. Laura, Laura, non valeva la pena di fare morire Anna per te! Ella che si era curvata, tentando di sciogliere la sua mano di cui egli tormentava il polso, ella che quasi si dibatteva, convulsa, si chetò d’un tratto. Senza che egli più la forzasse, si volse alla morta, le si accostò, si chinò su lei, più vicino, più vicino, come se volesse dire qualche cosa. Cesare si era allontanato, in un tumulto indomabile di tutto il suo essere, era giunto sino al balcone ed era tornato indietro. – Hai visto, hai visto? – chiese a Laura. – Ho visto – ella rispose, vagamente, con gli occhi sognanti. – Par fatta più piccola, pare una bimba. – Hai visto la sua faccia? – Sì, sì... – sussurrò ella, trasognata, perduta nelle sue visioni. – E non ti ha fatto orrore? Non ti senti fremere nei nervi e nel sangue, vedendo questa bimba, questa povera bimba che ti amava, che mi amava, che è morta, che è morta, capisci, mentre era buona, mentre era innocente e noi che eravamo colpevoli, viviamo? Non fremi di orrore contro te stessa, contro me, per quello che abbiamo fatto? Ma che deve succedere perché questa tua serena maschera si commuova? Ma ti commuoverebbe il mondo, se crollasse? E che essere incapace di emozione, di febbre, di delirio, sei tu? Tu non hai neanche pianto, tu, e nella via, nel palazzo, tutti piangono, anche i servi, anche gli estranei, anche quelli che in nulla la offesero, che le furono sempre cortesi, poiché era cortese e dolce! Tu non hai pianto, per una sorella tua, morta a ventitré anni, uscita sana e bella dalla casa, ritornata dopo due ore con un colpo di rivoltella nel cuore! Ma che aspetti, per piangere? – Io non posso piangere – ella disse glacialmente, mentre il suo pallore si facea terreo, a quell’assalto di ingiurie e di dolore. – Non hai pianto la notte scorsa, è vero? Che è passato, fra voi? Chi lo sa? Ella è morta, non può dirlo: e tu non lo dirai mai, tu non parli, tu non confessi neppure nelle tue orazioni: la tua forza è il silenzio. Chi sa quanto crudele sei stata, Laura, con tua sorella. Io l’ho trovata agonizzante... – E le hai dato il colpo mortale. – E le ho dato il colpo mortale... chi nega? Ma quando mi hanno detto che Anna si era uccisa, io ho sentito, veramente, qualche cosa lacerarsi in me, io ho sentito la febbre salirmi al cervello: io ho sentito lo sgomento mortale di quello che avevo fatto, io mi sono pentito, capisci, pentito, io Cesare Dias, umiliato nel pentimento, io, qui, innanzi a questa morta! Ma tu, no. Tu non hai versato una stilla di pianto, su questo cadavere; tu non hai lasciato neppure, sacrilega, sacrilega, il vestito bianco con cui sei venuta nella mia stanza, l’altra sera, quando ci siamo baciati, ed ella ci ha visti, e porti questo scialletto nero non per segno di lutto, ma perché hai freddo, ma perché non si geli la tua bella e sana persona; tu non hai voluto vederla, tua sorella morta, e hai consentito che mani estranee ne lavassero il corpo, che la vestissero nel suo abito nuziale le mani caritatevoli di una oscura serva; tu non hai portato un fiore a questo cadavere; tu non sei venuta a vegliarlo, tu, sacrilega, sei venuta qui a cercare me, e quando io, Cesare Dias lo scettico, il cinico, colui che aveva indurito il suo cuore a tutte le emozioni, colui che non aveva mai tremato, mai sofferto, mai pianto, colui che non amava nessuno e niente, salvo questa tua serena maschera di vergine voluttuosa e taciturna, quando io che ho conosciuto il fondo di ogni corruzione e il segreto di tutte le glacialità, ho visto questo volto, io mi sono inginocchiato e ho pianto, m’intendi, non come un uomo che ha provato il ribrezzo della propria colpa, ma come un uomo che grida contro se stesso, contro la propria crudeltà e contro l’ingiustizia del destino. Ho pianto, ho quarantacinque anni, non avevo pianto mai, mi son sentito morire, capisci, alle lacrime che mi bruciavano la faccia!... – Oh Dio, oh Dio! esclamò ella, levando le braccia al cielo. – Non vedi il suo volto? e la forzò, prendendola furiosamente per le braccia, a chinarsi nuovamente sul letto, quasi gettandola sul cadavere. – Leggi, leggi quello che esso dice, poiché parla, poiché se un giudice istruttore lo vedesse, questo volto, ci condannerebbe a morte, Laura, te, me, come due freddi assassini! Guarda, Laura, ella non voleva morire, poveretta poiché i vecchi debbono morire, i malati debbono morire, ma non gli esseri sani, giovani, pieni di bontà, come lei! Non sembra che ci guardi disperatamente attraverso quelle palpebre socchiuse? Vedi, vedi, come soffre questa bocca; ti rammenti, come sorrideva bene, come era dolce, nel sorriso? Oh Signore, quanto deve aver spasimato, prima di morire! Guarda, guarda bene, che strana linea di durezza in questa fisionomia che era così tenera, guarda che espressione di desolazione e di sdegno, anche contro noi che la facevamo morire! Ah ella non deve, non può averci perdonato... – Cesare, Cesare, lasciami – mormorava, soffocatamente, Laura. – Non ha perdonato, ti dico, Laura... – Lasciami andare... – e con un grande sforzo si sciolse da quelle braccia tenaci che la tenevano faccia a faccia col cadavere, e fece per fuggire.
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