I-7

1202 Parole
– No – gridò lui, sbarrandole il passo, con gli occhi stravolti – non puoi uscire così. Inginocchiati e chiedi perdono a questa morta. – È inutile – ella disse, di nuovo fredda. – Laura, pentiti; Laura, domanda perdono. – È inutile: è morta. – L’anima non muore: ella ti ode, chiedi il perdono. E la mano di Cesare si appesantiva sulla spalla di Laura per piegare alla genuflessione quella giovane, indomita persona: ella sentiva venire il momento in cui, nella confusione del dolore e dell’ira, egli l’avrebbe forzata a inginocchiarsi. Ma, ostinatamente, non cedette. – Devi domandare perdono, Laura. – No, giammai! – diss’ella, fierissimamente. – Giammai? – Se mi riapparisse mia madre, in questa camera, non mi obbligherebbe a chiedere perdono; se dovessi avere la salvazione eterna, per questo perdono, non lo domanderei, Cesare, mai, mai, mai. – E perché? – domandò lui, in preda a un novello stupore, a un novello sgomento, sentendo un appressamento misterioso di male. – Così – ella disse, accennando largamente la ignota ragione. – Laura, Laura – egli riprese, cercando di esser calmo, almeno nel tono della voce, almeno nelle parole – ascolta: tu non dovevi venire qui questa notte; è stato un tentare la Provvidenza. Chi sa! Anche tu forse, hai obbedito a un impulso interno, che ti ha tratto dal silenzio della tua stanza e ti ha messo innanzi a questa morta. Anche io! Lo sai! Così si dice che succeda, in ogni delitto. Corrosi dalla passione che li spinse alla colpa, ardenti di una fatale curiosità, i colpevoli non sognano che di ritornare sul luogo dove hanno ucciso, non vedono nei loro sogni che l’espressione dolorosa e disperata della vittima... – Cesare, tu hai perduto la testa; non continuare... – Ti assicuro che no, vedo tutto con la massima chiarezza. Sono un uomo! Sono un uomo e per questo il mio cuore ha sofferto e soffre infinitamente di questa morta; sono uomo e ho sentito lo strazio di aver visto il cadavere di una giovane donna, sul letto di morte: sono uomo, il pentimento è degli uomini, il chieder perdono è da uomini: non ho soltanto pianto, io, ho anche domandato all’anima di Anna che mi perdonasse. – Tu hai fatto questo? – gridò Laura con le mani nei capelli. – Io, sì. – Questa notte? – Ora, ora, prima che tu venissi. Innanzi a te, lo domanderò di nuovo. – Non udirò questo – gridò ella, esasperata. – L’udrai. Adesso, domani, quando la porteranno via, e quando se ne sarà andata, io, nel mio pentimento, le chiederò perdono. Sono uomo; ho commesso una infamia atroce e irreparabile; non posso fare altro che domandar perdono, ogni minuto, nel mio cuore... – Signore, Signore, che castigo – Di quale castigo parli, Laura? – Un ingiusto castigo, Signore, un castigo immeritato, un castigo crudele... – Che dici? – Niente – ella disse, sconvolta ancora, tutta tremante, avendo già perduto il senso delle cose e del tempo. – Laura, di’ quel che pensi; parla, tu hai un pensiero segreto, da oggi tu nascondi qualche cosa in questo tuo verginale e mostruoso cuore; parla, ci deve essere un segreto. Sei una donna, sei umana, non puoi aver l’istinto delle iene, che divorano i cadaveri: Anna è morta, tu non hai pianto; Anna si è uccisa, perché noi l’abbiamo tradita! Anna si è uccisa, perché dopo averla tradita, noi l’abbiamo oltraggiata con la freddezza, con l’ironia, con l’audacia del tradimento, con la crudeltà dei traditori. Sei una donna infine, dovresti piangere, dovresti pentirti, dovresti sentire la tenerezza immensa che viene dal dolore! Ma sa Iddio che si è formato, di bizzarramente pauroso, in fondo a questa tua anima, che mi sgomenta, che mi terrorizza, poiché in questo io sono debole come un fanciullo... Laura, di’ tutto: nulla è peggio, nulla, di quel che ho sentito, nulla è peggio di questa povera morta disperata... – Non ho nulla da dire – ella dichiarò. – Laura, non chiudere la tua anima, non farmi dire che sei una creatura perversa, una creatura infame, tu che non hai una parola di rimpianto, tu che non pieghi le ginocchia innanzi alla tua vittima... – Nulla da dire, nulla – dichiarò di nuovo, ma già vacillante sotto l’ingiuria. – Perversa, perversa, infame, infame dinanzi a una morta... dinanzi a una morta!... E l’ho tradita, per costei, la mia morta!... l’ho fatta morire per costei... Vattene, vattene, mi fai ribrezzo... Ah, ella non potette sopportare questa parola! Camminò verso lui, gli prese le mani, lo guardò negli occhi, con l’ardente sguardo dei suoi chiarissimi, purissimi occhi che lo avevano sedotto al peccato, gli parlò, con la limpida e incantatrice voce che lo aveva trascinato al peccato e in cui ora ardeva, nuovamente, il torbido calore delle ore estreme. – Di’ che hai mentito, Cesare, dicendo che soffri! – Non ho mentito, Laura; ho conosciuto tutta la profondità del dolore, oggi; non la conoscevo, l’ho conosciuta... – Hai mentito, mi sono ingannata, quando ho visto, quando mi hai detto che hai pianto? – Le prime lacrime, Laura, le prime! – Non è la lunga veglia, non sono questi fiori, questi cerei, non è questa stanchezza mortuaria, forse, che ha dato a te, uomo forte, questa debolezza, questa miseria? Forse domani, con la luce, col sole, tu ritornerai Cesare. – Domani sarà come stanotte, Laura; e come stanotte sempre. – Sempre? – Sempre. – Cesare, Cesare, Cesare, di’ che mi vuoi bene ancora! – Non ti vergogni di domandar questo? Non hai capito quello che vi è tra noi? – Cesare, mi vuoi bene? – Innanzi a una morta, che infamia! – Cesare, Cesare, Cesare, di’ che non è vero che ti faccio ribrezzo! – Veramente, tu mi fai ribrezzo – egli proclamò, guardando il letto di morte. Laura chiuse gli occhi. Poi, quietamente, a denti stretti gli disse: – Ascolta. È vero. Anna ti amava; non dovevo amarti io, sua sorella, non dovevi amarmi tu, mio cognato, quasi mio fratello; è vero, è stato un terribile peccato, è vero quando ella mi ha chiesto di non amarci più, di partire, di fuggire, dovevo cedere, pentita, umiliata; è vero, sono stata crudele. E poi? Basta. Ieri, forse, potevo, dovevo piangere: ieri, forse, a mia sorella viva, e a Dio, potevo domandare perdono del mio errore, oggi no. – Oggi, no?... – Hai dimenticato, dunque? Hai smarrito la testa? Vuoi negare a te stesso la verità? – Che verità? – gridò Cesare vedendo venire l’ignoto colpo. – Tua moglie si è uccisa in casa di Luigi Caracciolo, Cesare. – Oh! – egli fece, senz’altro, come soffocando. – L’hai trovata per la via, nella carrozza dove la trasportavano; ma veniva di là, dal villino Rey al Chiatamone, dalla casa di Luigi Caracciolo, dove, nel suo salotto, innanzi a lui, si era tirata un colpo di rivoltella al cuore. Non te ne sei accorto: o lo hai scordato: o lo vuoi scordare; ma così è: Anna si è uccisa nella casa di Luigi. – Anna è innocente! – Credilo, se vuoi. Io, non lo credo. È uscita; è andata da lui; vi è restata; si è uccisa. Sono giusta, io, per me e contro me, per gli altri e contro gli altri. Io ho tradito Anna; Anna ha tradito te. Si è uccisa da lui: non ha lasciato una lettera; non ha detto, a nessuno, una parola. Ha tradito, come me. Posso raccomandare la sua anima al Signore come la mia. Ma non voglio pentirmi, per lei, non voglio piangere, per lei; non voglio chiedere perdono. Sorgeva l’alba, gelida, nelle freddissime tinte metalliche. Impallidite le fiammelle dei cerei, quasi tutti consumati; appassiti, morti i fiori; sul volto scoperto della morta le tinte brune si eran fatte di viola. La veglia mortuaria era finita.
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