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1312 Parole
I Carla Mezzogori trascorreva una vita senza particolari scossoni, solo ogni tanto usciva con il marito oppure con le amiche lasciando lui a casa a vedere qualche evento sportivo alla televisione. I due si erano trovati subito bene insieme, in sintonia, perché nessuno dei due aveva mai dato segnali di volere fare nulla di diverso da quello che facevano sempre. Diciamolo pure, erano le tipiche persone abitudinarie che non si aspettavano mai qualcosa di particolare dalla vita né facevano in modo di stuzzicare il destino affinché avvenisse un evento fuori dall'ordinario. Non avevano figli perché non avevano mai espresso alcun desiderio in merito e, a questo, bisognava aggiungere la paura che potesse accadere qualcosa di simile a Luciano, il fratello di Carla. Marco, il figlio di Luciano, fin dalla nascita aveva presentato qualche anomalia, se si può dire così, e con il passare del tempo i suoi genitori avevano scoperto che era affetto da emiplagia. In parole povere, nel suo caso aveva la parte destra del corpo bloccata. Non era in grado di muovere né il braccio e nemmeno la gamba. Certo, fin da subito, appena confermata la diagnosi, Luciano e sua moglie si erano informati e adoperati perché loro figlio vivesse al meglio, con terapie e quant'altro, ma la situazione e la sua evoluzione naturale avevano contribuito a fare in modo che Carla e suo marito non volessero avere figli. L'assenza di un figlio proprio e le condizioni del nipote avevano poi aiutato alla formazione di un legame piuttosto forte tra Carla e Marco Mezzogori. Il ragazzo aveva ormai venticinque anni e dalla nascita era migliorato molto, anche se non si poteva parlare di guarigione. Da qualche anno, Carla andava a trovare il nipote, da sola o in compagnia del marito, almeno due o tre volte ogni settimana; generalmente la sera, spesso nel tragitto di ritorno dal lavoro oppure dopo cena. Anche solo per trenta o quaranta minuti, giusto il tempo per vedere come stava, fargli un po' compagnia, e poi tornava a casa. Lei e suo marito, come anche il nipote e la sua famiglia, abitavano a San Lazzaro di Savena, in provincia di Bologna, a pochi chilometri dal centro del capoluogo emiliano. I primi vivevano in viale della Repubblica, una parallela della via Emilia, e per andare a trovare il nipote bastava fare qualche centinaio di metri fino alla vicina via delle Rimembranze. Carla Mezzogori, a dire la verità, non aveva un ottimo rapporto con la cognata, la madre di Marco, però quando andava a trovare il nipote sopportava sempre abbastanza bene la situazione, a volte anche facendo buon viso a cattivo gioco. Forse anche il carattere di Marisa Lavezzoli, questo era il nome della donna, era stato tra le cause della dipartita del padre del ragazzo, quando questo era poco più che maggiorenne. Un particolare piuttosto strano che fin da subito era stato notato da Carla e suo marito era che Luciano Mezzogori se n'era andato da un giorno all'altro senza dire nulla a nessuno, senza lasciare nulla di scritto né alcuna traccia di altro tipo, come se di punto in bianco avesse voluto cambiare vita lasciandosi totalmente il passato alle spalle, partire per terre più o meno lontane e non tornare indietro. La situazione dei restanti due componenti della famiglia Mezzogori, ovvero Marco e la madre, non era certo rosea. Dal giorno in cui il marito non era più con loro, Marisa Lavezzoli aveva dovuto occuparsi da sola del figlio emiplegico, con tutte le terapie e le cure del caso, oltre ovviamente a dovere affrontare anche spese per i due interventi chirurgici a cui Marco aveva dovuto sottoporsi nel corso degli anni per cercare di migliorare le condizioni di salute in cui si trovava. Da quando Luciano Mezzogori non era più con loro, tutti i risparmi erano serviti per le cure mediche di Marco. Purtroppo la madre non era mai riuscita ad ottenere un lavoro a tempo indeterminato e si era sempre dovuta accontentare di qualche lavoretto saltuario, di pochi mesi o durata simile, con cui racimolare almeno il denaro sufficiente per il sostentamento suo e del figlio, nonché le spese mediche necessarie a quest'ultimo. Nel corso degli anni, a peggiorare ulteriormente le cose, era arrivato lo sfratto: ormai la madre non era più in grado di pagare l'affitto, a cui generalmente pensava il marito, e nel giro di un mese Marisa Lavezzoli e il figlio dovettero trasferirsi nell'appartamento attuale. Era uno di quelli gestiti dal Comune, che venivano dati a persone con ristrettezze economiche e che bastava pochissimo per poterselo permettere. Per questi motivi accadeva spesso che, quando passava da loro, la zia di Marco lasciasse un po' di soldi nella speranza che fossero usati al meglio. A causa della sua emiplagia, il ragazzo portava perennemente un tutore per spalla e braccio destri e uno per la gamba destra e a cadenza regolare gli veniva somministrata la tossina botulinica per allentare la tensione muscolare. Ovviamente Marco provava riconoscenza per tutto quello che veniva fatto nei suoi confronti, anche se non mancava di sentirsi come un peso per la madre, la zia e chiunque altro facesse qualcosa per lui. Una delle persone con cui, per quanto potesse essere, Marco aveva legato maggiormente dopo la madre e la zia Carla era l'infermiera che passava da loro ogni mattina quando lui doveva svegliarsi e che gli faceva anche le iniezioni di tossina botulinica. Lo trattava come se fosse suo figlio e di questo il ragazzo era grato. Daniela Rossi era una signora sulla cinquantina che faceva parte del team medico che seguiva Marco dal giorno in cui si era evidenziato il problema dell'emiplagia. Inizialmente le infermiere si alternavano nel seguire Marco aiutandolo nelle sue necessità giornaliere, poi lui stesso, tramite la madre, aveva espresso il desiderio per cui fosse sempre Daniela ad occuparsene. Quando l'infermiera arrivava, la madre di Marco se ne stava in disparte, in un altra stanza dell'appartamento, per non essere d'intralcio; generalmente tutte le operazioni, dal mattino alla sera, portavano via circa mezz'ora di tempo, poi Daniela se ne andava e tornava il giorno seguente. Lo stesso valeva per Andrea Fusari, un esperto di ginnastica riabilitativa che seguiva privatamente Marco Mezzogori due volte alla settimana. Facevano eccezione le occasioni in cui Marisa Lavezzoli trovava uno dei lavoretti saltuari, che di solito la costringevano ad uscire di casa lasciando da solo il figlio: in quel caso, la signora Rossi trascorreva con Marco tutto il tempo fino al ritorno della madre. C'erano ugualmente dei momenti in cui Marco restava a casa da solo e questo accadeva quando si rendeva necessario fare compere senza preavviso. Solitamente si affidavano al servizio messo a disposizione dal supermercato, per cui bastava telefonare lasciando una lista della spesa e un volontario avrebbe portato tutto a domicilio, mentre in casi di spese non preventivate la madre usciva cercando di fare prima possibile per non lasciare Marco da solo troppo tempo. Gli unici altri momenti in cui Marco restava da solo era quando scriveva sul suo diario personale. Aveva preso quella decisione quando era diventato maggiorenne. Il diario per lui era un compagno ormai inseparabile, sulle cui pagine imprimeva tutte le sue emozioni, scriveva quello che si sentiva di scrivere e con cui a volte dialogava come se il diario potesse parlare con lui. Ci annotava eventi e avvenimenti delle varie giornate e tutti i suoi pensieri e le sue emozioni e sensazioni. Evidentemente considerava il diario anche un mezzo per dare libero sfogo a quello che aveva dentro, sentendosi come costretto in una condizione in cui non avrebbe voluto essere. Si chiudeva nella sua stanza prima di andare a dormire e trasformava le emozioni in parole fatte di inchiostro. Generalmente cercava di terminare la scrittura prima che arrivasse l'infermiera per farlo coricare ma, in caso contrario, lei lo lasciava fare senza mettergli fretta e, una volta che aveva terminato, si prendeva cura di lui.
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