II
Stefano Zamagni conosceva Carla Mezzogori perché abitavano lungo la stessa via, a poca distanza tra loro: lui più vicino a Piazza della Repubblica e lei all'incrocio con il primo tratto di via Venezia.
La prima volta in cui si erano parlati era stato casualmente quando, un giorno, lui la aiutò a tirare fuori dall'auto un pacco ingombrante e si era reso disponibile, visto il peso, a portarglielo almeno fino dentro l'androne del palazzo.
Stava passando di fianco all'auto della donna quando, vendendola in difficoltà, si era offerto per darle una mano.
Lei lo aveva ringraziato e poi ognuno era andato per la propria strada.
Da quel giorno era capitato varie volte che si incrociassero sul marciapiedi e che si salutassero e, con il passare del tempo, l'ispettore di polizia aveva iniziato a fare conoscenza con la donna e, poco dopo, anche con il marito.
Quella di Zamagni con Carla Mezzogori e Giuseppe Ruspoli non poteva ancora definirsi una vera e propria amicizia, ma quantomeno una buona conoscenza.
Loro avevano anche invitato a cena Zamagni qualche volta a casa propria per trascorrere un paio d'ore in compagnia e lui, per sdebitarsi, a volte portava qualcosa da bere e a volte li invitava a fare colazione al bar.
In tutte le loro chiacchierate avevano parlato di svariati argomenti, tra cui le loro occupazioni (Carla era un'impiegata statale all'ufficio postale di Bologna del quartiere Mazzini, il marito lavorava in un'officina meccanica; e a quel punto destò meraviglia la notizia secondo cui Stefano Zamagni era un ispettore di polizia), nonché della preoccupazione di Carla Mezzogori per il nipote emiplegico, del legame che si era instaurato con il ragazzo e del fatto che lei e suo marito non avessero figli per la paura che potesse nascere un bambino con le stesse problematiche. Ovviamente nei loro dialoghi non mancavano di parlare di questioni più leggere.
Da quando aveva saputo di questa situazione familiare, Zamagni chiedeva spesso a Carla riguardo le condizioni di salute del nipote, senza intendere mostrare invadenza, e lei le definiva sempre pressoché stabili.
Ovviamente l'ispettore non tirava sempre fuori l'argomento di sua spontanea volontà, ma spesso approfittava del fatto che fosse la donna a parlarne.
Solo per chiedere velocemente come stesse il ragazzo, perché in fondo gli dispiaceva che potessero esistere situazioni del genere.
Una volta, Carla aveva anche parlato del suo rapporto non proprio ottimo con la cognata e il fatto che suo fratello, il padre del ragazzo, anni indietro se ne fosse apparentemente andato via senza lasciare sue notizie. Questo aveva contribuito a insinuare nella mente di Zamagni l'idea secondo cui quella famiglia non versasse in buone condizioni.
Tutti questi pensieri sparivano dalla testa dell'ispettore quando quest'ultimo era sul lavoro, impegnato a risolvere qualche caso più o meno intricato. Tra l'altro, aveva vissuto da poco l'inaspettato epilogo degli eventi legati all'Associazione Atropos.
Zamagni non riusciva ancora a capire la realtà delle cose: era impegnato a portare a termine quella che sembrava una normale indagine di polizia, finché non era accaduto qualcosa di particolare e a cui lui non avrebbe minimamente pensato.
E tutto così velocemente.
Stava ascoltando con il vivavoce una telefonata da cui avrebbe potuto risalire al reale colpevole degli eventi che stavano accadendo in quel periodo, quando era arrivata Emma Simoni, la sua vicina di casa, per portargli alcune delle prelibatezze che era solita preparare, e aveva riconosciuto la voce all'altro capo del telefono. A quel punto, Zamagni non aveva capito nulla di quanto stesse accadendo, almeno sul momento, poi subito dopo aveva fatto i dovuti collegamenti anche se non riusciva a rendersi conto di come fosse possibile una cosa del genere.
A quanto pareva, chi stava parlando a quel telefono cellulare era legato ad Atropos ma c'entrava in qualche modo anche con Daniele Santopietro, con cui l'ispettore Zamagni aveva avuto a che fare tempo indietro.
Poi c'erano la lettera che gli era stata inviata e quelle telefonate che aveva ricevuto.
Non le è stato recapitato nulla? Vorrà dire che le arriverà presto. Intanto volevo complimentarmi con lei, aveva detto il suo interlocutore, quindi aveva riattaccato per poi richiamarlo subito dopo.
Volevo anche informarla di un'altra cosa , aveva aggiunto l'uomo, è buona norma che ognuno pensi ai propri affari, senza interferire in quelli degli altri. Pensavo lo sapesse, ma a quanto pare mi sbagliavo .
Dopo la dovuta pausa successiva alla risoluzione dell'indagine riguardante l'Associazione Atropos, Zamagni era intenzionato a fare luce sui misteri che ancora aleggiavano attorno a Daniele Santopietro, a quella lettera sibillina che gli era stata recapitata e allo sconosciuto che lo aveva chiamato. Possibile che fossero tutte cose collegate insieme? Ed eventualmente, da che cosa?
Si sarebbe occupato di ogni particolare a tempo debito con la collaborazione dell'agente Finocchi, che lo aveva sempre aiutato nelle indagini fino a quel momento e che aveva avuto a che fare, come lui, con Daniele Santopietro.
“ Ora io devo uscire per comprare alcune cose”, disse Marisa Lavezzoli al figlio, accendendo il televisore, “Ti lascerò da solo per poco tempo. Resta tranquillo e guarda qualcosa. Che canale preferisci?”
Lui le fece capire che in quel momento un canale era uguale a qualsiasi altro.
Sua madre mise il telecomando sul tavolo e uscì.
Quando rientrò dopo circa mezz'ora, la donna trovò suo figlio dove lo aveva lasciato, con lo sguardo fisso sul televisore, come imbambolato.
“ Visto che ci ho impiegato poco?”, disse lei, “Ora sono tutta per te. Vado a sedermi in cucina a leggere qualcosa. Se hai bisogno di qualsiasi cosa, batti un colpo.”
Il figlio le rispose con un gesto di assenso e, dopo un po' di tempo, sempre tenendo il televisore acceso, sentì la madre che scartabellava.
Anche quella sera fu una come tante, con l'infermiera che si presentò puntuale per fare l'iniezione di tossina botulinica e aiutare Marco Mezzogori a coricarsi.
Appena sentì il campanello, Marisa Lavezzoli mise via le cose che stava leggendo, quindi accolse Daniela Rossi che rimase da loro solo il tempo per fare il suo lavoro e se ne andò.
La notte trascorse tranquilla fino al giorno seguente, così come il giorno dopo.
Quello successivo avvenne una tragedia.
Era uno dei giorni in cui, al rientro dal lavoro, Carla Mezzogori si fermava a salutare suo nipote Marco e la cognata e, quando arrivò a casa loro, venne ad aprire la porta Marisa Lavezzoli con un volto diverso dal solito. Vi si vedeva trasparire la disperazione, quella di una persona che ha perso tutto quello che aveva e a cui non è rimasto nulla.
“ Che cosa c'è, Marisa?”, chiese Carla entrando nell'appartamento, “E' accaduto qualcosa?”
Poi anche lei perse la parola per qualche istante vedendo quello che si ritrovava davanti e, trascorso il tempo necessario perché si riprendesse dallo shock, chiese: “Che cos'è successo?”
La cognata attese alcuni secondi prima di rispondere, poi disse semplicemente: “Non lo so spiegare”.
Dopo essersi asciugata alcune lacrime che le stavano rigando il volto, proseguì: “L'ho trovato così quando sono tornata. Sono andata un attimo al supermercato qui vicino, sarò stata fuori forse... venti minuti, trenta al massimo.”
Carla fissò per un attimo il suo sguardo sul nipote emiplegico, che giaceva immobile riverso sul pavimento del soggiorno, poi si spostò sulla finestra aperta.
“ Allora, hai idea di che cosa possa essere successo qui?”, chiese Carla Mezzogori, con la voce rotta.
“ L'unica cosa che mi viene in mente è che sia entrato qualcuno dalla finestra per rubare qualcosa e che come unico ostacolo abbia trovato Marco.”
“ Hai controllato se sia stato rubato qualcosa?”
“ Non ancora. Non ci ho pensato minimamente”, rispose la cognata, “Sono ancora sotto shock.”
“ Penso che la cosa migliore da fare sia chiamare la Polizia.”
“ Sinceramente, al momento non me la sento”, obiettò la Lavezzoli, “Vorrei prima riprendermi almeno un po' da quanto accaduto.”
“ Come preferisci”, disse Carla, senza ribattere, “comunque ti consiglio di avvisare le Forze dell'Ordine in modo che riescano a fare luce sulla questione prima possibile.”
“ Non mancherò di farlo”, annuì la cognata, senza nascondere le sue intenzioni di tagliare corto, mentre l'altra, appena giunta a casa, raccontò la situazione al marito Giuseppe, che le consigliò di accennare l'accaduto all'ispettore Zamagni.
“ Facendo parte lui stesso della Polizia, magari riesce a darci una mano più di chiunque altro, se non addirittura a prendere in carico il caso”.
La moglie assentì.
Stefano Zamagni aveva appena finito di mettere in ordine sulla sua scrivania tutto il materiale riguardante il caso di Daniele Santopietro, nonché la lettera che gli era stata recapitata alla fine del caso dell'Associazione Atropos, quando il suo telefono cellulare squillò.
“ Disturbo?”, gli chiese Carla Mezzogori.
“ Stavo per controllare alcune cose, comunque non disturbi. Dimmi pure.”
“ Ecco... ricordi Marco, il mio nipote emiplegico?”
Zamagni annuì.
“ Ieri sera, tornando dal lavoro, mi sono fermata per vedere come stesse e, appena giunta là, mi sono trovata davanti una scena che avrei preferito non vedere mai.”
“ Che cos'è successo?”
“ Non si sa esattamente che cosa sia accaduto”, cominciò a spiegare Carla Mezzogori, ”comunque mia cognata era in lacrime e mio nipote era sul pavimento, morto. Era a casa da solo, mi ha spiegato mia cognata. Forse...”
“ Oh, perbacco! Mi dispiace tanto”, disse Zamagni dopo un attimo di esitazione e fermando il fiume in piena che pareva essere diventata la donna. “Idee sulla causa della morte? Potrebbe essere caduto per qualche motivo? Oppure pensate che sia stato un tentativo di rapina?”
Anche l'ispettore Zamagni non sapeva esattamente come affrontare la situazione che gli era piombata addosso senza preavviso.
“ Considerando che c'era anche la finestra aperta, una delle ipotesi, se non la più plausibile, è quella. Mia cognata avrebbe dovuto controllare se dal loro appartamento mancasse qualcosa e penso lo abbia fatto ieri sera o lo debba fare oggi. Ha detto che prima avrebbe avuto bisogno di riprendersi dallo shock che aveva subito.”
“ Capisco”, disse Zamagni.
“ Se davvero è stato un tentativo di rapina, sicuramente il colpevole dovrà rispondere anche dell'accusa di omicidio. Giusto?”, chiese Carla Mezzogori.
“ Se le cose fossero davvero andate in quel modo, non c'è alcun dubbio in merito”, rispose l'ispettore, senza sbilanciarsi.
“ Sareste disposti, intendo tu ed eventuali tuoi collaboratori, a fare un sopralluogo?”
“ Sinceramente sono un po' preso da altre urgenze, però potrei fare un favore ad una persona che conosco e vedere come stanno le cose”, assentì Zamagni, “Una cosa fondamentale è che nessuno modifichi nulla nell'appartamento, ma immagino che ormai la scena del crimine risulti già compromessa, seppure involontariamente.”
“ Probabilmente sì”, concordò la donna, “Dubito che mia cognata non abbia toccato nulla lasciando ogni cosa com'era.”
“ Capisco. In questo caso, credo che risalire al colpevole dell'accaduto sarà difficile per chiunque se ne occuperà.”
“ Non so che cosa deciderai di fare, ma ti ringrazio comunque per l'interessamento.”
“ Farò quello che riuscirò, ma non ti garantisco nulla”, fu la risposta di Zamagni, che, appena terminata la telefonata, andò ad avvisare il capitano Luzzi che si sarebbe assentato per un po' di tempo a causa di un imprevisto.