CAPITOLO 5
Le tre lune di Chakar riempirono il cielo illuminandolo con sfumature che andavano dal porpora all’indaco. La più grande di tutte, quella che occupava buona parte del firmamento e che i coloni avevano rinominato “la Grande Madre”, oltrepassò l’orizzonte e proiettò lunghe ombre sul suolo di terriccio e pietra calcato dai fuggitivi.
Allontanandosi dalla colonia, la rada vegetazione era quasi del tutto sparita per lasciare posto a un paesaggio spettrale.
Zui Mar camminava davanti al piccolo gruppo. I suoi occhi attenti scrutavano la strada che aveva davanti, guizzando da una duna a un costone di roccia in cerca di un pericolo. Le sonde imperiali di solito non percorrevano un perimetro così ampio attorno agli agglomerati urbani, ma potevano sempre esserci eccezioni. Dan-Lee lo seguiva spensierato come sempre. Per il ragazzo quello era solo un altro viaggio in un nuovo mondo. Sembrava che niente potesse abbatterlo. Le due anziane Maestre che li seguivano pochi passi più indietro non sembravano condividere lo stesso umore. Zui si voltò a osservarle un istante, poi tornò a fissare la strada davanti a sé.
Dieci anni prima quelle due donne, sue superiori in grado, avevano mentito a lui e a Hope spingendoli entrambi fra le braccia della morte.
Li avevano mandati su Eron senza avvertirli del pericolo, convinte da qualche visione incoerente che lui e la sua debole apprendista avrebbero sconfitto Sorran e riportato equilibrio nella galassia. Come avevano potuto crederci? Come avevano potuto scommettere con la loro vita in questo modo?
Quando percepirono che gli eventi non erano andati come previsto, raggiunsero loro stesse il pianeta. Ma non arrivarono in tempo. Salvarono solo lui e pochi istanti dopo il Tempio si disgregò e affondò nell’oceano seppellendo la sua apprendista sotto tonnellate di pietra.
Solo molto più tardi, dopo aver assistito insieme alla caduta della Repubblica e dopo una fuga rocambolesca dal rinato Impero, nel primo rifugio sicuro, colme di vergogna, confessarono. Hope non c’era più e Organa aveva pianto. Zui, scrutando quegli occhi allagati dal senso di colpa, aveva deciso di controllare l’oscurità delle proprie emozioni, le aveva intrappolate nel pozzo più profondo della propria mente e del suo cuore e aveva accettato gli eventi. Ancora oggi tuttavia, dopo una vita insieme in fuga, nonostante il legame che si era creato, sapeva che una parte di lui non le avrebbe mai davvero perdonate.
Dan-Lee si rivolse al suo Maestro e infranse il silenzio che aveva regnato per l’ultima ora di cammino.
«Io non la vedo così male questa cosa… Nel senso che tutto sommato ero stufo di questo pezzo di roccia. Tu no?» Si voltò verso Zui cercando la sua attenzione ma il Maestro, preoccupato, guardava avanti con gli occhi e attorno a sé con la Forza ignorando il giovane. «Comunque con uno speeder saremmo già arrivati.»
«Avrebbe dato troppo nell’occhio, sicuramente controllano dall’alto tutti i trasporti. Quattro corpi caldi invece, date le dimensioni dei roditori di questo pianeta, potrebbero passare inosservati.»
Dietro ai due, Organa e Nemer si strinsero nei loro mantelli. La Veggente sollevò lo sguardo come se fosse in attesa di un evento inevitabile.
«Zui Mar, questo porto, è ancora molto distante?»
«Non si tratta di un vero e proprio porto. È la discarica dei prodotti nocivi che i minatori ricavano dall’estrazione della grallite.» Alzò il braccio a indicare due piccole torri che spuntavano dalla roccia: poco distante da lì si intravedeva il bordo di un cratere che i coloni avevano trasformato in un hangar. «Eccolo. Se il nostro contatto non ci ha mentito, lì c’è una nave capace di superare il blocco.»
«Maledizione!» Nemer imprecò sottovoce, ma bastò ad allarmare tutto il gruppo. Il ronzio pulsante di una sonda imperiale si fece sempre più intenso e da dietro un costone di roccia sbucò una minacciosa medusa di metallo. I sensori ruotarono di scatto verso i fuggitivi e iniziarono a scansionarli. La reazione di Zui fu istantanea. Un colpo preciso di folgoratore fece saltare la testa del droide che si accasciò a terra in una nuvola di fumo.
Nemer osservò Zui allarmata.
«Speravo che quelle maledette evitassero questa zona.»
«Ottimi riflessi comunque» osservò Dan.
«Serviranno a poco, che ci abbia scansionato o no, le truppe d’assalto saranno qui a momenti.»
Ruya finì di caricare le provviste, spinse il carrello antigravità dentro la stiva e attivò il blocco magnetico del carico. La piccola Sabine la seguiva passo passo, osservando ogni gesto con aria triste. Tre anni prima i suoi genitori erano morti in un incidente in miniera. Tutta la comunità l’aveva guardata come un peso che qualche sfortunato avrebbe dovuto sobbarcarsi. Ruya no. Si era avvicinata a lei con la dolcezza di chi sapeva in quale terribile incubo era piombata e, col tempo, era riuscita a lenire il grande dolore che le aveva intrappolato il cuore e congelato le lacrime. Quella bellissima ragazza dai modi rudi si era presa cura di lei come se fosse una sorella, divenendo tutta la sua famiglia.
«Come fai a non sapere quanto starai via?»
Ruya chiuse il portale della stiva e si apprestò a uscire dalla passerella. Si fermò a metà per piegarsi sulle ginocchia e raggiungere il viso della piccola Sabine con una carezza. Aveva gli occhi lucidi, ma il volto era fiero come chi voleva sempre dimostrare di non avere paura.
«Non posso saperlo perché non so cosa mi aspetta. Qui sarai più al sicuro, piccola mocciosa»
Sabine strinse il fucile blaster più grande di lei.
«Io so combattere!»
Ruya diede un colpetto al mento della piccola.
«Lo so bene, per questo mi servi qui.» Tirò fuori una bisaccia contenente i crediti che i fuggitivi le avevano dato di anticipo. «È troppo pericoloso portarli con me. Devi proteggerli tu fino al mio ritorno.» Strizzò l’occhio cercando intesa.
Sabine afferrò la bisaccia. Non era una stupida, sapeva che Ruya voleva proteggerla ma, come spesso fanno i bambini, decise di credere a quelle parole.
«Ci penso io!» rispose fiera come avrebbe fatto un vero cacciatore di taglie.
All’improvviso sul polso di Ruya il datapad prese a lampeggiare minacciosamente. Il piccolo schermo mostrò le riprese della telecamera esterna. I clienti erano già arrivati e, a giudicare da come agitavano le braccia, sembravano avere molta fretta.
Il pesante portellone si era sollevato rapidamente rivelando l’assortito quartetto in preda all’agitazione.
«Siete in anticipo.»
«Dobbiamo partire subito» disse Zui Mar. «Presto avremo compagnia.»
«Maledizione, vi hanno seguito?» Ruya si sporse e cercò con gli occhi oltre le dune e i costoni di roccia senza vedere nulla. Poi una navetta da trasporto imperiale sorvolò la zona con una stretta virata e iniziò ad atterrare davanti al portale vomitando una pioggia di raffiche laser dalla torretta.
Evitando per un soffio le scariche mortali, il gruppo si lanciò dentro la torre di accesso e si riparò dietro il montante del portellone. Ruya si preoccupò che la piccola fosse al riparo. La vide dietro una cassa di stoccaggio, a metà del corridoio. Sospirò rincuorata nello scoprirla illesa e poi si rivolse furiosa al gruppo di fuggiaschi.
«Avete portato l’Impero qui, maledetti idioti!»
La navetta era atterrata velocemente e, davanti a essa, un’intera squadra di assaltatori stava iniziando ad appostarsi in assetto da combattimento.
Ruya si alzò e arretrò correndo mentre col blaster sparava alla cieca per contrastare il fuoco dei soldati. Quando raggiunse la piccola Sabine dietro un grosso container, nella sua mente si accavallarono veloci tutte le possibilità che le restavano. Era troppo tardi per consegnare i fuggiaschi. Li aveva aiutati, l’Impero l’avrebbe giustiziata. Un istante dopo aveva deciso il da farsi. Si sporse dalla postazione e, facendo fuoco contro gli assaltatori, urlò verso i ricercati di cui ormai era complice.
«Che diavolo state aspettando? Indietreggiate, vi copro io!»
Zui e Dan, senza esitare, accesero le lame di luce. I due letali fasci azzurri illuminarono il corridoio e iniziarono a deflettere i colpi dei blaster.
Mentre Organa e Nemer approfittavano di quello scudo per arretrare e raggiungere i container a metà corridoio, due soldati oltrepassarono il portale. I colpi deviati dalle spade li colpirono però in pieno volto abbattendoli. Gli altri assaltatori arretrarono allarmati e ripararono oltre il portale.
Ruya schiuse la bocca stupita per quello che aveva appena visto. Quei quattro erano Guardiani della Repubblica. Aveva sentito parlare dei loro poteri, ma non aveva mai creduto davvero a quelle storie. I due uomini mulinavano velocissimi la spada luminosa deflettendo ogni colpo, come se fossero in grado di prevederne la traiettoria. Era incredibile!
Le due donne anziane la affiancarono al riparo dei container. La più alta sfoderò una piccola pistola blaster e cominciò a coprire la fuga dei compagni. Zui le raggiunse un istante dopo e spense la lama. Ruya lo osservò compiaciuta e affascinata.
Dan-Lee, che era rimasto in avanscoperta, piroettò parando altri colpi e, con uno spettacolare ma inutile balzo, raggiunse gli altri al riparo. Si voltò verso la giovane donna in cerca di un consenso, ma questa lo ignorò completamente.
«Dobbiamo tagliarli fuori da qui o non arriveremo mai alla nave.» Zui Mar disse quella frase come un generale al tavolo di una riunione operativa, senza nessuna emozione, e aveva detto la cosa giusta.
«Un modo c’è.» Li informò Ruya. «Dobbiamo arretrare e colpire quel sensore laggiù. Il sistema crederà che ci sia una fuga di radiazioni e isolerà quest’accesso all’hangar.»
Dan-Lee osservò il sensore sollevando un sopracciglio perplesso.
«Non è così distante, posso colpirlo anche da qui.» Un istante dopo alzò il folgoratore verso il bersaglio.
«Noooo!» Ruya si lanciò sul suo braccio abbassandolo con forza ma il colpo, precisissimo, era già partito. La scarica di energia raggiunse il sensore mandandolo in mille pezzi. Il portellone d’ingresso e quello alle loro spalle, la via di accesso all’ascensore che portava all’hangar, crollarono in un attimo al suolo isolando completamente il corridoio.
Ruya si alzò e uscì allo scoperto. Aprì le braccia in segno di sconfitta.
«Ci hai messo in trappola, brutto idiota! Dovevamo arretrare per passare oltre quel portale»
«Io non... ehi, bella, dovevi spiegarti meglio! Guarda che non si capiva mica da come hai formulato la frase.»
Zui Mar appoggiò la mano sulla spalla del giovane compagno e scosse la testa. «Hai fatto colpo, non c’è che dire.»
Ruya scrutò l’ambiente in cerca di una soluzione. Trovò il punto che cercava nella parete e lo indicò.
«Dobbiamo trovare un modo per aprire quel pannello di controllo. Se metto le mani sui connettori giusti potrei invertire il comando di chiusura.»
«Invertire il comando? Ma che stai dicendo?»
«Ci metterei più a spiegartelo che a farlo.»
«Quella è una porta di sicurezza codificata. È quasi impossibile senza un droide!» disse Nemer perentoria.
«L’ho già fatto almeno una dozzina di volte» rispose Ruya spavalda.
La donna sembrò non crederle, ma discuterne ora non avrebbe avuto senso. Raggiunse il fondo del corridoio senza dire una parola. Con un solo elegante gesto la sua lama al plasma si attivò e sfolgorò sulle saldature della paratia. Il pannello cadde al suolo rumorosamente seguito da un grumo di metallo fuso e scintille.
«Quel groviglio di circuiti è tutto tuo» disse mentre spegneva e riponeva l’elsa sotto il mantello.