CAPITOLO 2
“L’inferno freddo”, così chiamavano quel mondo gli ufficiali che prestavano servizio all’interno della Piramide, la fortezza imperiale circondata da uno scudo impenetrabile in cui regnava, recluso, l’imperatore Zail.
L’osservatorio era una grande sala circolare con il soffitto basso e una lastra di acciaio trasparente che circondava metà del perimetro. Attraverso lo spesso strato di polimero trasparente si intravedeva un mondo spaventoso: alte vette taglienti e profondi canyon di ghiaccio ricoprivano l’inospitale pianeta, un inferno bianco e grigio perennemente dilaniato dal vento tempestoso.
Il comandante Pall Gilgard si recava spesso in quel punto della base per pensare. Il bianco accecante della tempesta si sublimava sullo scudo sfrigolando mentre la sua mente percorreva le pieghe del tempo. Era finito lì dopo l’ultima missione, l’ennesima caccia ai mostri. Avevano disintegrato una decina di Beth, creature esili dal pelo grigio e dal collo lungo che non avevano opposto la minima resistenza. Si trattava di una piccola colonia sfuggita alla purga indetta dall’Impero e lui, un cacciatore nato, aveva saputo fiutare le loro tracce e indovinare il loro nascondiglio nel giro di poche settimane. La caccia ai non-umani non era più una sfida da molto tempo. Poche specie erano scampate allo sterminio e l’apparizione di sporadici sopravvissuti era diventata una noiosa routine che avrebbe preferito delegare ai subalterni. Come se quella preghiera fosse stata udita, i suoi diretti superiori avevano richiesto il suo trasferimento nel cuore dell’Impero: la base in cui l’imperatore Zail, ormai da dieci anni, si nascondeva da ogni attacco terroristico e dominava la galassia protetto da centinaia di arn della migliore lega e da due scudi di energia di ultima generazione.
Il tenente Alexy, una donna dalla pelle bianchissima e dagli occhi di ghiaccio, lo raggiunse nell’osservatorio. Stringeva in mano un datapad contenente informazioni preziose. La donna salutò con un gesto scattoso e sbatté a terra il tallone producendo un rumore secco sul pavimento metallico. I loro occhi s’incrociarono solo un istante, poi lei distolse lo sguardo. La relazione intima che avevano avuto qualche tempo prima non avrebbe mai influito sul loro dovere di Imperiali.
«Una comunicazione importante da una colonia del sistema di Urah, signore.»
Il datapad venne allungato al comandante con un gesto più consono a un droide che a un umano. Pall afferrò il piccolo rettangolo grigio con svogliatezza. Poi guardò i dati e il suo volto s’illuminò. Forse gli era appena stata presentata l’opportunità per lasciare quella roccia congelata e tornare a cacciare. Ed era qualcosa di più pericoloso di un Beth questa volta.
«Le immagini sono state verificate? Sono loro?»
«Abbiamo identificato con sicurezza solo Zui Mar, un Maestro dell’Ordine di Akiah, ma pensiamo che siano assieme.»
Un sorriso di compiacimento si accese sul volto spigoloso di Pall.
«Voglio un blocco orbitale del pianeta!»
«Abbiamo tre incrociatori in un sistema stellare poco distante, li farò partire immediatamente.» La donna indugiò un istante. «Signore, vuole che avverta l’Imperatore?»
«Lo farò io stesso, tenente. Può andare!»
La donna sollevò lo sguardo cercando un’intesa che si era spenta da tempo… non avrebbero più condiviso il calore di una notte insieme. Scattò rigida e si allontanò dall’osservatorio a passo affrettato.
L’imperatore Zail venne avvertito della richiesta di udienza, ma ci vollero quasi due ore prima che acconsentisse a ricevere Pall. Quando il comandante varcò l’ultima porta di sicurezza che portava alla sala del trono sentì i brividi attraversargli la schiena come lame gelide.
Zail gli dava le spalle, in piedi davanti a un cubo olografico. Il proiettore aveva generato un sistema solare con cinque pianeti e numerose lune che ruotavano attorno a una nana rossa. Un nuovo sistema assoggettato all’Impero.
«Voleva parlarmi, comandante Gilgard?» chiese con voce decisa l’Imperatore.
Pall lo osservò. Il leader supremo della galassia era un fascio di nervi che guizzavano sotto la pelle sottile solcata da profonde rughe. Era magro e dritto, stretto nella sua vecchia divisa da Grand’Ammiraglio a cui, al posto delle mostrine, erano state applicate due cerchiature color oro al colletto e ai lati delle spalle.
«I fuggitivi... sappiamo dove si trovano e chiedo di poter comandare la squadra che li catturerà, altezza.»
Zail si voltò solo un poco in modo da poterlo osservare con sguardo torvo.
«Catturarli? Non ho mai dato quest’ordine. Li voglio semplicemente morti.» La voce tonante stava ancora rimbombando tra le pareti quando l’Imperatore tornò a concentrarsi sull’ologramma davanti a sé.
«Come desidera, altezza!» Tentennò qualche istante. «Questo significa che sono autorizzato a procedere?»
«È autorizzato, comandante, ma Lord Sorran deve affiancarvi durante la caccia.»
Quel nome lo scosse. Pall ignorò la soggezione verso l’Imperatore e, anche se tremante, la sua voce si fece strada attraverso la gola.
«Altezza, mi creda, non abbiamo bisogno dell’aiuto di quell’essere...»
L’Imperatore si voltò e fulminò il comandante con lo sguardo. Era un attacco preventivo volto a scoraggiare qualunque obiezione.
«Non è in grado di saperlo, comandante. Lei non ha mai avuto a che fare con i Guardiani della vecchia Repubblica, io sì!»
Pall non poteva dire altro. A malincuore ingoiò il veleno e si inchinò annuendo al proprio superiore.
«Ai suoi ordini, altezza» rispose prima di essere congedato.
Le porte magnetiche si sigillarono alle sue spalle separandolo dalla sala del trono. Zail aveva mentito, e Pall lo sapeva bene. Sorran non era mai stato un vero alleato dell’Impero. Semplicemente i loro obiettivi a volte convergevano. La verità era che l’Imperatore aveva il potere di governare tutta la galassia conosciuta ma non quello di opporsi al Signore Oscuro.
Cercò di gioire per quella mezza vittoria; avrebbe dovuto condividere il campo di battaglia con quell’essere spaventoso e imprevedibile, ma dopotutto stava anche per abbandonare l’Inferno Freddo. Un sorriso gli si dipinse sul volto mentre sugli occhi scintillanti si riflettevano le luci della sala operativa in cui avrebbe pianificato la fine dei fuggitivi.