CAPITOLO 3
La Resurrection, l’immensa nave di Lord Sorran, sembrava solo una macchia nera che si stagliava sul sole attorno a cui orbitava.
All’interno della sua cabina a pianta ottagonale, il Signore Oscuro meditava circondato da ombre inconsistenti. Gli occhi chiusi ogni tanto si aprivano in cerca di qualcosa che forse esisteva solo nella sua mente.
“... tutto questo a cosa è servito, Maestro?” Il volto di un giovane sembrò addensarsi vicino all’orecchio di Sorran. Il fantasma di Thor, il suo vecchio discepolo, continuò: “Ci hai lasciato lì a morire per cosa? Nulla di quello che speravi si è compiuto”.
Proprio davanti a lui si materializzò il corpo martoriato della bellissima Nilah. La candida tunica grondava sangue da profonde ferite sul torace. “Era un onore per me servirti, ma tu mi hai abbandonata, hai permesso che morissi in modo orribile affinché tu potessi vivere per sempre” disse colma di risentimento. La ragazza si avvicinò al viso di Sorran che, a fatica, cercava di ignorare le voci. Stringeva gli occhi timoroso di vedere, ma non avrebbe potuto continuare a farlo ancora a lungo. Quando li riaprì, Nilah si mise a urlare in modo orribile, straziata dal dolore che le aveva squarciato il petto e l’aveva uccisa.
«Basta!» urlò il Signore Oscuro esasperato.
Le ombre dei suoi rimorsi si dissolsero, spazzate via dalla sua furia, lasciandolo solo nella stanza.
Lo sguardo di Sorran si perse nelle spettacolari eruzioni del sole morente. La sua nave, costruita con le antiche istruzioni eroniane, era in grado di ricaricare le sue armi e parte dell’energia dei motori orbitando attorno a una stella. Era una procedura che dovevano eseguire periodicamente, ma a lui piaceva osservare le lunghe emanazioni incandescenti che si allungavano a lambire lo spazio. Osservare un sole era come osservare se stesso: un potenziale infinito pronto a esplodere, ma privo di un vero scopo. E quello scopo gli era stato privato dai fuggitivi, dalla Veggente.
Tutta la sua vita era stata dedicata alla ricerca di Eron. La profezia che aveva trovato in un rudere su Tikhal, quando era ancora un giovane studioso, narrava di un tempio eretto sul pianeta Eron da un’antica cultura.
L’eletto, un giorno, giungerà e aprirà il sigillo, divenendo la Forza Vivente.
Rivide le sue giovani dita sfiorare quelle antiche iscrizioni mentre, sussurrando, le traduceva. La visione che lo aveva pervaso in quegli istanti aveva dominato il resto della sua vita: il suo corpo si era scomposto e la sua essenza fluttuante aveva permeato l’intera galassia. E la percepiva, ne percepiva ogni atomo, come se essa fosse parte del suo essere: era divenuto la Forza stessa.
In un solo istante si era convinto che quel messaggio era per lui e aveva intrapreso un percorso che un giorno lo avrebbe portato a trovare Eron e a rendere reale quella visione. “Divenire la Forza Vivente.” Ma qualcosa non aveva funzionato. Aveva trovato Eron, dopo molte vite, dopo aver perso i suoi uomini, il suo allievo, dopo essere diventato nemico della Repubblica. Era riuscito ad apprendere un segreto per ingannare la morte e l’aveva usato per tornare decine di volte e continuare la ricerca. Privo del dubbio, aveva persino sterminato tutto il Consiglio, perché il suo scopo era superiore e non ammetteva interferenze. Ma quando era finalmente giunto sul pianeta e si era immerso nel nucleo di Forza a cui portava il tempio, la visione non si era realizzata.
Un potere incredibile l’aveva pervaso, ma nient’altro era accaduto. Era come se qualcosa avesse alterato il suo destino, e quel qualcosa doveva riguardare Organa, la strega veggente dell’Ordine di Akiah, e l’uomo che avevano mandato su Eron a fermarlo. Ma c’era dell’altro: un’eco, una percezione elusiva che aveva sentito quando era ormai lontano da quell’antico pianeta. Come se una parte di lui fosse rimasta dentro il tempio per poi svanire per sempre. L’ossessione che l’aveva spinto a distruggere tutto il suo mondo non lo aveva portato a nulla. E ne era certo... era colpa di quei maledetti!
Un pannello sul pavimento si aprì e un proiettore olografico sorretto da un braccio snodato fece capolino timidamente. Con un pigolio annunciò la sua presenza e attese l’ordine per poter trasmettere.
«Parla!»
L’immagine a figura intera si formò sospesa a un arn dal suolo metallico. Apparve il corpo sgraziato e leggermente curvo di un vecchio. Era fasciato da un’uniforme nera bordata di sottili strisce rosse. Il volto appariva scavato dalla paura. L’uomo si chiamava Daeda, ed era l’unico dell’esiguo equipaggio della Resurrection ad avere il permesso di parlare con Lord Sorran. Suo era il compito di far sopravvivere il personale umano, mantenere efficiente la nave, e gestire i contatti con l’Impero filtrando ogni comunicazione. Il compito che amava di meno, tuttavia, era sempre quello di comunicare con Lord Sorran in persona. Il Signore Oscuro, da qualche anno, passava la maggior parte del suo tempo a meditare o a interrogare l’holocron di Nevar. Amava far stazionare la nave attorno a una stella, anche quando gli accumulatori erano carichi, e detestava essere interrotto per ragioni futili. Daeda si era convinto che questa volta ci fosse un ottimo motivo. Abbassò il capo tremando leggermente, distogliendo lo sguardo in modo rispettoso.
«Milord, un messaggio dall’Imperatore. Sembra che abbiano delle novità sui fuggitivi.»
«Novità futili, e indizi irrilevanti, come ogni volta» disse Sorran fra sé. Non era apparso irritato dalla chiamata e Daeda sentì la tensione del suo corpo allentarsi.
«Questa volta sembrano più rilevanti. Una spia ha ripreso due individui con una spada di luce. Abbiamo la scansione del volto di uno di loro. Corrisponde a Zui Mar, Maestro dell’Ordine di Akiah.»
Sorran era sconcertato. Da tempo immemore non erano più arrivati così vicini ai fuggiaschi, e ora aveva la conferma che Zui Mar era sopravvissuto. Ricordava perfettamente di averlo trafitto con la sua lama, ma qualcosa su Eron l’aveva salvato. Di sicuro lui e la Veggente, la causa del fallimento della sua missione, erano insieme. Se Daeda avesse osato guardare il volto del Signore Oscuro, avrebbe percepito sulle sue labbra l’accenno di un sorriso.
«Avvertite Lord Drown e preparate la mia nave.»
Il vecchio alzò e abbassò il capo lentamente.
«Come desidera, milord.»
Lord Drown riposava su un letto circondato dai corpi di donne bellissime. Pelle nuda, gambe e braccia madidi di sudore lo cingevano mentre il suo torace possente si sollevava e abbassava, mosso dal pesante respiro.
Il proiettore iniziò a pulsare di luce accompagnato da un ronzio, segnale che qualcuno a bordo della nave stava per comunicare con lui.
Drown si alzò svogliato, e si districò rudemente dagli arti delle fanciulle. Rimase in ginocchio ad aspettare la comunicazione. L’ologramma di Daeda apparve davanti alla finestra olografica oscurando la proiezione del panorama stellare.
«Lord Drown, la sua nave è pronta, Lord Sorran ha richiesto la sua presenza per questa… battuta di caccia.»
Si alzò di scatto e passò entrambe le mani sul cranio rasato. Il sudore scivolò via scendendo sulla nuca e sul collo.
«Li hanno trovati?» chiese bramoso.
«Sembra di sì, milord...»
Drown scopri i denti inferiori come una bestia feroce pronta ad artigliare la gola della preda. Non accadeva più nulla da tanto tempo; persino la carne delle sue schiave non lo appagava più come un tempo. Ma ora finalmente…
Tese il braccio in direzione della sua elsa posta su un supporto di polimeri fissato alla parete. L’arma volò nella sua mano e si accese in una sfolgorante lama di luce rosso fuoco. Il viso di Drown si contrasse con un ghigno compiaciuto.