> strillo con la speranza che mia sorella mi possa sentire.
La settimana passa normalmente finché il lunedì mattina Ines tutta sporca spaventata entra in camera mia. Ha la faccia gonfia e rigata dal rimel per il pianto.
> sta tremando, si morde il labbro e mi si avvicina. Cade in ginocchia e inizia a piangere disperatamente, fa fatica a respirare e vederla così mi spezza il cuore.
> l'abbraccio talmente forte da fargli capire che non è sola, e mai sarà sola.
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Passano 20 minuti e Ines esce dal bagno, si siede sul letto e mi fa cenno di chiudere la porta della camera. Le prendo le mani nelle mia e le accarezzo.
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> si porta le mani a coprirsi la faccia, cerca di contenersi le lacrime, e giuro che non l'ho mai vista così terrorizzata.
> l'abbraccio nuovamente, ma lei sobbalza dal letto e comincia a girare per la casa, gesticolando freneticamente.
> Non smette di camminare, i suoi occhi sono gonfi e sta stringendo i pugni, tanto da farsi incarnare le sue proprie unghie nei palmi delle mani.
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> Urla.
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Resto in silenzio aspettando che continui a raccontarmi.
.......RICORDO INES......
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Niente, non mi risponde, continua ad approvare tutto ciò che il vecchio le dice.
L'uomo sta accelerando, nonna non mi degna di uno sguardo, sta girando i pollici come fa quando è preoccupata. Nessuna rassicurazione. Non so cosa stia succedendo e perché mi trovo in questa situazione.
L'uomo frena di scatto, davanti alla macchina vedo altre donne zingare vestite con gli abiti tradizionali. Siamo davanti a un campo, c'è una specie di asse di ferro che divide la parte dell'asfalto da quella del campo. Le donne accendono delle candele e fanno un cerchio intorno a me. Mi circondano e mi spingono a superare quella sbarra. Mia nonna mi afferra il braccio e mi trascina con sé ad inseguire il vecchio. È alto, capelli grigi e una folta barba grigia gli copre il viso. Oltrepassiamo una discesa ripida piena di spini e di rami che mi graffiano la pelle. Appena superata la discesa, mi ritrovo in un campo aperto, alla mia sinistra c'è un campo di grano, e alla destra degli alberi che formano una riga lungo tutto il sentiero. Dopo 5 minuti di camminata giriamo a sinistra e vedo l'uomo, imbucare in mezzo agli alberi, che ci dice di fare attenzione a non cadere.
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> la blocco e gli spingo la mano. Le altre donne mi si avvicinano innervosite
> mi fa una di loro, e comincia a parlarmi nel vecchio macedone a me incognito.
Mi arrendo, e seguo mia nonna. Rimango bloccata a ciò che vedo. In mezzo agli alberi c'è un'enorme buca, sembra scavata. Inseguo mia nonna che scende facendo il giro attorno ad essa. Appena arriviamo alle basi di quel enorme buco, girandomi verso la parete intravedo su quel muro, che sembra fatto di cemento, una donna gravata sulla parete con un bambino in braccio. Ma il bambino è strano. Ha dei denti appuntiti. E sembra tenere in mano un cuore. Alla base di quell'immagine c'è un piccolo arco. È aperto, alto poco più di mezzo metro.
L'uomo entra dentro, abbassandosi, quasi da strisciare per terra, facendosi il segno della croce. Mia nonna mi trascina per il braccio, facendo lo stesso gesto. C'è un odore di muffa, e si sentono delle gocce d'acqua che scontrano i sassi per terra. Entrando, si può tranquillamente stare dritti, il soffitto è alto almeno 3 metri, mi ritrovo in un corridoio.
Su entrambe le parti delle pareti, sembrano incavate delle tombe. È tutto buio, ma la luce delle candele delle donne riesce ad illuminare poco, poco quel posto. Davanti a me ci sono delle scale che scendono e un corridoio a destra, ma l'uomo si ferma perché l'ultimo gradino è coperto d'acqua. Tutto il corridoio alla destra è riempito d'acqua. Il corridoio separa noi da un'altra scalinata che va verso l'alto. L'uomo mette un piede su un sasso che sembra galleggiare e attraversa l'acqua per poi salire la scalinata. Non riesco a vedere cosa fa ma lo sento pronunciare una strana preghiera nell'antica tradizionale lingua macedone. Ad un tratto mia nonna mi obbliga ad inginocchiare.
> dice l'uomo, sembrando deluso.
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Tutte le altre inginocchiano, lo sento bussare su una parte del muro, e l'acqua sembra scenda giù, come se ci fosse una sorte di scarico. Quando l'acqua sparisce, legati al muro con delle pinze di metallo, ci sono dei pugnali, sembrano fatti d'argento. Mia nonna mi obbliga ad alzarmi e proseguire lungo il corridoio a destra. Visto le facce delle altre non ho altra scelta che farlo. Ho le gambe che mi tremano, il respiro mi manca e alla fine del corridoio vedo una donna. Ha dei vestiti neri attillati e tiene in mano un pugnale, dorato.
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appena mi avvicino a lei rimango terrorizzata. Mia madre, è la donna che sta di fronte a me, mia madre! La sapevo morta, eppure, eccola qui davanti con quel pugnale in mano. Mi si illuminano gli occhi, voglio abbracciarla, e dirgli che mi è mancata. Ma lei mi ferma.
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Mi tende le mani, con quel pugnale, cartello, che sia, in mano.
>
Tendo le mani, e non appena tocco il pugnale lei sparisce, e l'acqua comincia a risalire. Mi giro per vedere le altre, ma sono tutte scomparse. Mia nonna, il vecchio, e tutte le altre sono scomparse, guardo il telefono che mi indica che sono passate ben 4 giorni. E lunedì mattina e io sono qua sola immersa nel fango.