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L’una in punto. Il cliente seduto sul sedile posteriore. Un asiatico. cinese, coreano o giù di lì. Annibale non li sapeva distinguere gli orientali, ma sapeva che amavano le belle donne e i night club. Si facevano spennare.
Erano stravaganti gli asiatici; difficile per gli occidentali, capirli. Avevano usanze troppo diverse. Si scambiavano macabri biglietti da visita con sopra la loro foto bordata di nero, che parevano santini funebri, e si regalavano crisantemi. Alcuni dormivano in taxi, anche se il viaggio durava solo pochi minuti. Saliti in macchina crollavano con la testa all’indietro, spalancavano la bocca e si mettevano a russare. Giunti a destinazione, era imbarazzante, andavano svegliati.
Svoltò in via Rizzoli. Accostò in prossimità delle saracinesche abbassate del Roxy bar. Fermò il tassametro. Strizzò gli occhi prima di leggere l’importo. Gli sembrava di avere della sabbia dentro le palpebre. «Tredici euro e sessanta» disse.
La mano sottile e quasi femminile gli passò una banconota da venti.
Porse il resto. «Grazie e buonanotte, signore».
Il cliente incontrò difficoltà nell’aprire lo sportello, per via del vento che ci soffiava contro e di qualche bicchierino di troppo. In macchina entrarono gelide ondate di pioggia obliqua, che infradiciarono i sedili e la nuca di Annibale.
Nemmeno i lupi sarebbero andati in giro con un tempo così.
Lo sportello si richiuse con un tonfo, il cliente saltò a grandi passi le pozzanghere e infilò il portico. S’impaurì quando vide che c’era un uomo, dietro una colonna. Lo sconosciuto portava un cappello da baseball con la visiera calata sulla fronte e un impermeabile chiaro dal bavero sollevato. I tratti del volto rimanevano nell’ombra ed erano indistinguibili, spuntava solo un paio di occhiali dalla pesante montatura nera.
Istintivamente l’asiatico salutò l’uomo con un gesto del capo, cercando sollievo allo spavento, ma non ricevette risposta. La figura che aveva davanti poteva benissimo fare il paio con la statua di San Petronio alle sue spalle, tanto era immobile.
Non era per niente rassicurante un tipo del genere, in una notte come quella, in una città nella quale qualcuno si divertiva a torturare le persone.
L’asiatico accelerò il passo, imboccò la galleria del Leone e fu lieto di sparire.
Annibale aveva notato l’uomo con l’impermeabile e il cappellino da baseball, ma non gli aveva dato peso. Sentì i brividi zigzagargli lungo la schiena, lo sportello aperto aveva fatto entrare aria gelida. Fregò le mani e diede su al riscaldamento.
Ora dove poteva andare?
Passò mentalmente in rassegna i posteggi lì intorno, mentre si asciugava la nuca col fazzoletto.
Uno scampanellio risuonò nell’abitacolo. Il monitor del terminale collegato alla centrale radio taxi lampeggiò. Via Nazario Sauro 8, signor Solieri, il cliente ha un cane piccolo. Una corsa.
Annibale la confermò soddisfatto. Due minuti, specificò.
Guardò lo specchietto retrovisore, esposto alle intemperie come la polena di un veliero, poi schiacciò il pedale del gas, sterzò bruscamente e fece inversione.
Fu un lampo.
La frazione di un secondo.
Una sensazione che gli fece rizzare i capelli. Frenò spingendo sul pedale con tutta la forza che aveva. In quello stesso istante urtò qualcosa. Una macchia nera ruzzolò sul cofano con un tonfo, aprendosi come un ventaglio. Compì un paio di evoluzioni fino a scivolare a terra davanti al muso del taxi, e sparì dalla sua vista.