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Annibale Dori guidava con calma, come ogni notte da vent’anni a quella parte.
Lui caricava tutti, senza distinzione, anche quelli che in gergo venivano chiamati i morti. Così l’avevano ribattezzato Caronte, gli altri tassisti della notte.
Ubriachi, tossici, derelitti, pestati a sangue o accoltellati. Non lasciava a piedi nessuno. Pure chi si era vomitato addosso, e non era di certo un bello spettacolo da tenersi vicino.
Seduti sul sedile posteriore, i clienti erano sfingi nella penombra, misteriose creature estratte da quel sacchetto di stoffa scura che era la notte. Imprevedibili. Criminali, capitava, ma più spesso poveri cristi o animi festaioli che ci avevano dato troppo dentro.
Meglio seduti su un taxi, piuttosto che alla guida ubriachi o strafatti.
Annibale attraversò il ponte di Galliera, bucò il viale e s’inoltrò nel centro.
Sospirò. Acqua, oramai era una bestemmia quella parola, gli faceva venire l’orticaria. Pioveva e basta, senza un fiocco di neve. Da quanto? Un secolo oramai. La pioggia era incominciata la mattina del ritrovamento del primo piede, e non aveva quasi mai smesso. Lavava via i colori come fosse diluente. Facce grigie, scontrose, diffidenti. Impaurite dalla psicosi dilagante del mostro, rintanate sotto gli ombrelli.
La tranquilla, provinciale, sorridente Bologna, era stata scossa nel suo intimo. Violentata e lasciata sanguinante, a bocca aperta. Erano cose che accadevano solo oltre oceano: quella era stata la credenza generale, fino a quel momento. Smentita dalla crudeltà dei fatti.
Il tessuto sociale si era sfilacciato, invece che compattarsi. La paura aveva assunto un carattere individuale.
Sopra ai tetti, un cielo color grafite che giudicava il mondo come la Santa Inquisizione. E dal cielo, pioggia, giù, senza sosta.
In quel momento era in atto una vera tempesta. I tergicristalli lavoravano al massimo, eppure non riuscivano a liberare il vetro dall’acqua. La pioggia scrosciava e picchiava sulla carrozzeria come un battere frastornante di mille tamburi.
Visibilità azzerata, sensi all’erta. Il vetro sembrava la lente di un occhiale dalla gradazione sbagliata.
La centrale comunicò che in via Murri la furia aveva divelto un albero, che si era adagiato di traverso lungo la strada. I pompieri erano già stati avvertiti. Altre segnalazioni, impossibile annotarle tutte. Cornicioni a pezzi, cassonetti dell’immondizia spinti dal vento che massacravano le fiancate delle auto. Tombini e grondaie che rigurgitavano l’acqua.
Via Indipendenza pareva il letto di un fiume. La pioggia saltava e fumava sopra il pavé come olio che frigge. Le luci dei portici erano fredde e lontanissime. Barboni tremanti stretti addosso ai loro cani, rintanati insieme sotto vecchie coperte.
Con gli occhi che bruciavano e la mente intorpidita da quello sconvolgimento, Annibale pensò che gli serviva un altro caffè. L’ottavo della giornata, il quarto dalle diciannove, quando aveva incominciato il turno.
Aveva anche voglia di fumare. Di bere qualcosa, ascoltare musica o fare due chiacchiere con un amico che ne capisse di jazz. Voglia di qualsiasi cosa, insomma. Qualsiasi cosa gli avesse fatto levare gli occhi dalla strada, e riposarli un po’.
Il suo viso s’illuminò d’ocra. Riflessi sul vetro. Esplosioni luminose che le gocce aggrappate ai finestrini amplificavano.
Superò il lampione. Nell’abitacolo tornò il buio.