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536 Parole
4 Gabriele, nella ripresa in bianco e nero, passeggiava tranquillo con le mani in tasca. Aveva una sigaretta tra le labbra. Qualcuno lo stava chiamando. Trasaliva, si girava e salutava il fantasma fuori campo. Gettava la sigaretta a terra e con fare allegro usciva pure lui dall’inquadratura. E spariva. Chiunque avesse incontrato, dal comportamento amichevole che emergeva dalle immagini, pareva conoscerlo, o almeno si fidava di lui. Gli investigatori avevano così interrogato i suoi amici e compagni di facoltà. Un lavoro di certosina pazienza, perché Gabriele era un estroverso e conosceva centinaia di persone. Il risultato di quei colloqui tuttavia si era rivelato frustrante. Nessuno di loro era il soggetto esterno dell’inquadratura, o almeno nessuno ammetteva di esserlo. Non era nemmeno certo che quello ripreso fosse stato il contatto con il mostro. Le indagini non riuscivano a stabilirlo con esattezza. Comunque, da quel momento Gabriele era sparito nel nulla. Come se chi lo aveva chiamato sapesse della telecamera, e avesse studiato a tavolino il percorso da fare, eludendo qualsiasi altro servizio di video sorveglianza. Un crimine del genere doveva essere per forza premeditato. Poi il ritrovamento del piede, che era inevitabilmente quello di Gabriele, per via di un tatuaggio con le sue iniziali, ricamate accanto a un sole splendente: G.R. Uno choc per tutti. La madre di Gabriele fu ricoverata in una clinica che si occupava di salute mentale, e sedata per lenire la crisi isterica che l’aveva colpita. Il padre, un famoso imprenditore, e la sorella maggiore, commercialista dell’azienda di famiglia, si fecero forza l’un l’altra, perché qualcuno bisognava che non crollasse. Dopo altri tre giorni spuntò il corpo, rinvenuto malamente sepolto, da un cercatore di funghi in un boschetto. A Paderno, sulle prime colline bolognesi. Gonfio, deperito, mutilato. Una fine raccapricciante. Gabriele era deceduto per l’emorragia causata dall’amputazione, ma era stato torturato per giorni prima della grazia della morte. Non era tutto, però. Come se non bastasse. L’assassino aveva amputato post-mortem una gamba al cadavere e l’aveva ridotta in quattro tronconi. Pareva avesse tentato di sbarazzarsi del corpo facendolo a pezzi. Doveva essersi accorto solo in quel momento che macellarlo completamente sarebbe stata un’impresa titanica, così aveva desistito, deviando dal piano originale. I pezzi della gamba giacevano accanto al resto del cadavere, gettati lì come un gioco rotto che non interessava più. Nessun tipo di rancore o vendetta giustificava quella ferocia, poteva essere solo l’opera di un pazzo. L’Italia intera era attonita. La negoziante tenne chiuso per dieci giorni. Non ce la faceva a mettere le mani sopra a quella serranda. Poi decise di trasferire l’attività dall’altra parte della città. Era raccapricciante, la gente veniva da fuori Bologna per vedere il luogo del ritrovamento. Ragazzi che sedevano sui gradini, pregavano, scattavano foto. Portavano fiori, bigliettini, pupazzetti e accendevano ceri. I clienti invece si tenevano alla larga. Solo macabri turisti o vecchi amici di Gabriele. Non si parlava d’altro che del negozio di giocattoli a Bologna, quello a Borgo Panigale, di fronte al centro commerciale. Rimase per un pezzo sulla bocca di tutti. Almeno fino a quando una badante ucraina che stava portando a passeggio il suo datore di lavoro, un radiologo in pensione colpito da ictus, trovò un altro piede. Sempre maschile, ma questa volta completamente anonimo. Sulla panchina di un nebbioso giardino pubblico. Il mattino del 5 febbraio, a Ozzano Emilia.
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