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3 Gli accertamenti medico legali stabilirono che l’arto era maschile ed era stato tagliato quando la vittima era ancora viva. Con una sega dai grandi denti, del tipo usato dai falegnami. Lo definirono i minuscoli frammenti metallici imprigionati nelle ossa della caviglia, e i tessuti malamente lacerati, irrorati dal sangue. Segno che al momento dell’amputazione il cuore pulsava ancora. Le dita erano spezzate, le unghie strappate. Erano anche presenti ecchimosi, verosimilmente provocate da martellate o colpi con un corpo contundente. Niente impronte, solo tracce di polvere di amido di mais, a indicare che l’assassino aveva indossato guanti di lattice. Nei precedenti dieci giorni, Bologna era stata tappezzata di volantini. Gabriele Rivetti, studente ventottenne di buona famiglia – nella foto un volto allegro – ascolano e fuori corso, iscritto al Dams, era scomparso. Ne aveva parlato la tv, si erano formati comitati di ricerca. Appelli sui social network. Chissà perché, le indagini avevano subito preso una strana piega: erano stati interrogati duramente alcuni senza tetto, che vivevano nella campagna attorno al Pontelungo e in un piazzale della via Erbosa, senza però ottenere risultati. Pure l’attuale ragazza di Gabriele, anche lei studentessa del Dams, con qualche precedente per spaccio, fu spremuta. Ma d’informazioni che potessero aiutare il ritrovamento di Gabriele, nemmeno l’ombra. Zero indizi, tracce e sospetti. Nessun progresso. Passavano i giorni e le speranze si affievolivano. Secondo le notizie raccolte, verso le ventuno del 27 dicembre, Gabriele che abitava in via del Pallone, si stava recando da un compagno di facoltà in via del Piombo. Per mangiare una pizza e preparare insieme un esame, o più probabilmente farsi una canna e ascoltare musica. Era un patito dei Pink Floyd, ma solo quelli prima maniera. Era scomparso in quel percorso. Inghiottito nel nulla come nel triangolo delle Bermuda. Poi sbucò il filmato. Gabriele era stato ripreso dalla telecamera di una banca di via Alessandrini.
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