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542 Parole
7 Annibale si precipitò giù dalla macchina. Scordò perfino di sollevare il cappuccio del giaccone. Fuori sembrava la fine del mondo. Via Rizzoli, Strada Maggiore e via Ugo Bassi erano deserte a perdita d’occhio. Le Due Torri venivano mozzate dalla pioggia che scrosciava gelata, e il vento gridava come un esercito di fantasmi. Pareva un uragano. La sagoma a terra era una donna. Indossava un lungo impermeabile scuro col cappuccio sollevato sopra la testa e stivali di pelle nera dal tacco alto. «Come si sente signora? Si è fatta male?» gridò Annibale in mezzo al frastuono della tempesta. La donna rispose con voce troppo bassa e ciò che disse rimase un mistero, ma il tono fu rassicurante. «Aspetti, l’aiuto e poi chiamiamo un’ambulanza». «No, lasci stare». Adesso che le era accanto, udiva perfettamente le sue parole. «Ma signora, potrebbe...». «Le ho detto che non ce n’è bisogno» lo interruppe. Si stava rialzando da sola. Annibale tirò un sospiro: «Per poco non la ammazzavo». «Sto bene, non mi sono fatta niente». Era già in piedi. Poggiava una mano sul cofano dell’auto, le si era rotto il tacco di uno stivale. «Mi serviva un taxi ma non ho credito nel cellulare. Non sapevo come fare a chiamare. Poi ho visto che lei si era liberato e mi sono precipitata per fermarla» spiegò, ma sembrava assente. Preoccupata per qualcos’altro. Come se con la testa si trovasse lontanissimo da lì. «È sicura di stare bene?». La donna non gli rispose. Si girò e salì sul taxi. «Aspetti signora, no...» ancora una volta Annibale non riuscì a completare la frase, la sconosciuta era già a bordo e aveva chiuso lo sportello. Rimase interdetto, sotto la pioggia. Aveva confermato una corsa. I due minuti di tempo che aveva dato erano passati da un pezzo. Il signor Solieri era sicuramente in mezzo alla strada col suo cagnolino e si domandava dove fosse finito quell’imbecille del tassista. Annibale entrò pure lui in auto. Si accorse solo in quel momento di quanto fosse fradicio e infreddolito. Non aveva un centimetro di corpo asciutto e gli mancavano ancora sei ore prima di finire il turno. Fu comunque gentile: «Mi spiace signora ma sono già impegnato» indicò anche il tassametro inserito. Una musichetta orientale riempì l’abitacolo dell’auto. La donna rispose al telefono senza badare a ciò che aveva detto Annibale. S’infuriò immediatamente e la sua voce divenne quasi irriconoscibile. «Piantala di chiamarmi!» disse seccamente al suo interlocutore, che provò a ribattere qualcosa. «Non rompere, io faccio quello che voglio» rispose lapidaria, e riattaccò. Non erano fatti suoi, col tempo Annibale aveva imparato a non invischiarsi nelle stranezze della gente, ma quell’incontro l’aveva colpito. Il clima, l’incidente, le grida, l’essere fradicio e gelato dalla testa ai piedi: era impossibile non lasciarsi contaminare. «Signora, mi scusi...» stava per ripeterle che era già impegnato, lei però lo interruppe ancora una volta. «Certo ha ragione, non le ho detto dove andare. In stazione per favore». Niente, oramai quella storia era partita storta, sarebbe stato inutile tentare di raddrizzarla. Annibale non riuscì a dire altro. E poi come faceva a rispedire la donna sotto la pioggia, dopo quello che le era accaduto. Sarebbe stato un atto disumano. Chiamò la centrale e pregò l’operatrice di passare la sua corsa a un collega, spiegando a grandi linee l’accaduto. La donna intanto continuava a tenere il cappuccio sollevato sulla testa. Il suo viso avvolto dalla stoffa, era un’ombra dentro l’ombra. Sembrava la creatura di un’altra dimensione, messaggera di chissà quale oscura notizia da parte del diavolo. Era proprio così.
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