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…ancora. C’era. Ben piantata nello stomaco. Non si era sopita. Era tornata, immensa e vorace questa volta. Matura e intransigente.
L’aveva chiamata in cento modi nel corso degli anni. Aveva imparato ad amarla e temerla, a custodirla dentro sé come una lucciola tra i palmi. L’aveva chiamata in cento modi ma nessun nome poteva definirla. Era energia, respiro, voglia di vivere. Era fuoco, il suo personale patto col demonio. Era la parte colorata della sua vita.
Non esisteva niente di altrettanto perverso e appagante. Che s’impossessava di un essere umano fino a bruciargli completamente la ragione.
Non si trattava di ciò che scrivevano sui giornali. Non era l’uccidere, no, ammazzare non c’entrava niente col piacere. Solo uno stupido poteva pensarlo. Generare sofferenza, era quello. Mettere in scena il tragico. Concepire quel dolore infinitamente lungo da annullare il tempo.
Quanto poteva durare un minuto, mentre un ferro rovente scavava la carne? E qual era il valore dello sguardo che riceveva in cambio, per la sua opera? Occhi negli occhi. La complicità che si creava con l’essere umano col quale condivideva quel viaggio. Fin dall’inizio, quando erano chiare le rispettive parti. Uno inesperto, tremante e terrorizzato, al tavolaccio: le corde, il bavaglio, la pelle nuda esposta ai tormenti. L’altro che maneggiava con dimestichezza punteruoli, chiodi, fiamme e tenaglie. E la sega, infine, quando era inevitabile.
E poi gli “atti”, li aveva battezzati così. Che non erano semplice bontà, ma rispetto: il secchio con l’acqua e la spugna per detergere le ferite e bagnare le labbra. Le parole di conforto sussurrate all’orecchio (per questo lasciava sempre un orecchio), un bacio sulla fronte madida di sudore. Vittima e carnefice, un legame indissolubile.
No, la morte non c’entrava niente. Lei era solo l’addio. La separazione che trasformava il seviziatore in assassino e generava un vuoto triste come una spiaggia d’ottobre, con le sue cicatrici d’ombrelloni.
Era l’opposto del piacere, partoriva depressione e attesa. Quel periodo di angoscia, vissuto nel dubbio che la bestia si fosse di nuovo sopita, magari per sempre. Che non avrebbe più desiderato martìri.
Pensarlo era agghiacciante. Ogni addio della bestia era un grande amore finito.
Era stato così per molto tempo, ma non ora. Anche se era allo stremo delle forze, sentiva ancora la voglia. Più forte che mai. Lei c’era. Ben piantata nel suo stomaco. Immensa e vorace: due sacrifici non erano bastati.
Era meraviglioso essere di nuovo alla ricerca di un candidato, metteva l’acquolina. Progettare tutto dall’inizio. Sapere che presto l’avrebbe rifatto. Occhi negli occhi. Il tavolo, i legacci, i ferri e l’acqua per detergere le ferite e bagnare le labbra. I gesti d’amore.