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Annibale rientrò a casa alle 7 e 30. Appartamento in via Barbieri, zona Bolognina. Camera, cucina e salotto, in un condominio del dopoguerra, ristrutturato e dignitoso.
Era in affitto. Si era trasferito lì dieci mesi prima, dopo la fine della storia con Lucia. Ricercatrice al Cnr e appassionata di moto.
Lucia aveva una vecchissima Harley-Davidson rosa, che sapeva montare e smontare fino all’ultimo bullone. Si sporcava di grasso dalla testa ai piedi e lo faceva con serietà assoluta.
Era bionda, esile e con gli occhi azzurri, e in generale la gente pensava che avesse troppi tatuaggi sparsi per il corpo. Ad Annibale, invece, che di tatuaggi non ne aveva nemmeno uno, lei andava bene così com’era.
Sei anni insieme, poi era finita. Lucia aveva voluto chiudere perché si era innamorata di un astrofisico di quattordici anni più vecchio, arrivato dalla Germania per un nuovo progetto. Pure lui con la sua Harley-Davidson da collezione.
Un metro e novanta, lunghi capelli grigi raccolti in una treccia, tatuaggi, piercing al sopracciglio e giacca di pelle. Com’era facile da prevedere.
Dodici ore al giorno nello stesso laboratorio, era normale che i due biker socializzassero.
Annibale aveva passato qualche mese buio. I suoi amici avevano insistito che doveva darsi una mossa. Poteva permetterselo, non era mica da buttare via. Una bella scopata e sarebbe tornato nuovo. Che fatica faceva?
Non era mica un fatto di fatica, se era per quello, e neppure di scopare. Scopare gli piaceva. Era la sua ostinata predisposizione alla monogamia che lo faceva affondare. Disaffezionarsi per lui era sinonimo di sofferenza. Gli serviva tempo.
Una sera si era perfino ritrovato a parcheggiare il taxi sotto casa di Lucia. A guardare su verso la sua finestra. Aveva preso in mano il cellulare e composto il suo numero più volte, ma era riuscito a non fare partire le telefonate. Si sarebbe solo reso ridicolo.
Poi era tornato in sé. Era rientrato a casa e aveva messo su un vinile dopo l’altro, per due mesi non aveva permesso alla sua testa di ragionare. Il tempo libero l’aveva dedicato al jazz e agli amici, con i quali ascoltava jazz.
Solo il paradiso e una buona dose di volontà, potevano curarlo dall’inferno.
Un pomeriggio, al risveglio, si era accorto che i fantasmi non erano proprio spariti, tuttavia erano meno crudeli. Ci poteva ragionare. Gli fu improvvisamente chiaro che bisognava capire quando le cose belle sono finite. Terminata la polpa non serve mordere il nocciolo.
Era stato strano ricominciare da solo, dopo anni di convivenza e di decisioni prese in due, ma lo trovò stimolante.
Dipinse pareti dai colori azzardati. Rosso vivo e marrone bruciato. Mobili etnici, nuove tende in tessuto che pareva tela di sacco. Dispose luci soffuse e appese grandi fotografie metropolitane in bianco e nero. Ora sì che si sentiva a casa sua. Era un posto ricco di personalità, che lo rispecchiava. Faceva capire che lì dentro ci viveva uno che era sopravvissuto a qualcosa.
Si era anche rimesso a disegnare. Dentro di lui c’era un mondo nuovo che aspettava con impazienza di essere espresso.
Seduto in poltrona, con la sigaretta tra le labbra e una bottiglia di birra gelata poggiata a terra, metteva su il primo vinile che gli capitava in mano e riproduceva quello che stava ascoltando. Onde, ombre, figure geometriche e piani che si compenetravano. Trasformava l’udito in vista e il risultato era straordinario.
Ma ogni volta, terminato un lavoro, lo strappava e lo incendiava dentro il lavandino. E, non sapeva spiegarsi il perché, quel rituale lo faceva sentire leggero, come se si fosse liberato da un fardello.
Poi riprendeva blocco e carboncino, e ricominciava da capo.