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610 Parole
12 Quasi le due del mattino. C’era sangue ovunque, la rimessa era un macello. Lo aspettava un lavoro immane e il mal di testa lo accecava frantumandogli le tempie. Fradicio di sudore, imbustò il piede. Non sopportava di sentirsi la tuta di carta gommata appiccicata addosso. Il cappuccio sollevato sopra la testa gli limitava la visuale, l’elastico gli scavava la fronte. La maschera di plexiglas gli storceva gli occhiali e si appannava a ogni respiro. Gli sembrava di soffocare. Quando la testa incominciava a girargli vertiginosamente, si fermava. Si allontanava dal tavolaccio dei supplizi e prendeva aria dalla bocca. Lunghe inspirazioni voraci. Soffriva di uno strano tipo di claustrofobia, causata dai vestiti stretti. La percepiva anche adesso. Doveva resistere però, terminare il lavoro. Ne andava della sua vita. Non esistevano margini di errore. Con lo studente, Gabriele – era strano pensare al suo nome – aveva fatto un casino. Aveva tentato di macellarlo con l’idea di avvolgerlo nella pellicola trasparente e gettarlo nei cassonetti della spazzatura, ma non c’era riuscito: si era accorto che gli rimaneva poco tempo, così se ne era liberato in tutta fretta. Un bel rischio. Ma adesso aveva imparato. Eliminò il sangue da terra lavando grossolanamente il pavimento con il tubo dell’acqua. Più tardi ci avrebbe ripassato con l’idropulitrice. Rivoli rosa s’incanalarono nello scolo di cemento, perdendosi nel tombino. La fogna gorgogliava. Dal sottosuolo giungevano squittii di ratti. Avvolse il cadavere macellato nel grande telone di nylon. Fermò i lembi col nastro adesivo. Una volta scaricato il corpo, avrebbe cosparso di alcol il telone dandogli fuoco, per eliminare qualsiasi tipo d’indizio biologico. La schiena gli andò in pezzi quando si caricò sulle spalle il pesante fagotto dalla forma di sigaro. L’ernia al disco non gli dava pace, gli procurava fitte alla gamba sinistra che lo costringevano a sedere. Un dolore peggiore del mal di denti. Aprì il portellone della rimessa, cui aveva applicato pannelli insonorizzanti, esattamente come in tutto il resto del locale. Il baule della Jaguar, parcheggiata sotto la tettoia, al riparo da possibili sguardi indiscreti, era già aperto. Ci gettò dentro il corpo e la busta con il piede. Rientrò. Lo aspettava la parte peggiore. Il secchio col disinfettante dall’odore pungente, la brusca, gli stracci per raccogliere il sangue che aveva intriso il tavolaccio. La pulizia degli strumenti. Martello, tenaglie, la minuscola fiamma ossidrica, ogni cosa doveva tornare linda al proprio posto. Lavorò due ore prima di poter levare la tuta, che infilò in un grande sacco nero assieme agli stracci e ai guanti. La maschera invece, dopo averla diligentemente ripulita, la appese a un gancio sulla parete degli attrezzi. Indossò il cappellino da baseball e calò la visiera poggiandola sulla montatura degli occhiali. Esausto, montò in auto. Finalmente poteva sedersi. Gli sembrò di rinascere. Accese lo stereo. Notturno di Chopin, era ciò di cui aveva bisogno. Attraversò la città canticchiando estasiato. Nessun altro compositore sapeva raggiungere le intensità chopiniane, quel misto tra delirio e nostalgia per le melodie della lontana Polonia, che permeava le sue creazioni. L’emicrania si era fatta meno sgarbata, adesso era una semplice compagna di viaggio. Anche lei amava Chopin, e lo stava ascoltando. Quasi in fondo a via Massarenti, imboccò una laterale apparentemente tranquilla. Lasciò l’auto in mezzo alla strada, scese e gettò il sacco, che conteneva tuta e stracci, in un cassonetto dell’immondizia. Notò la grave dimenticanza e fu percorso da un brivido: non si era guardato intorno prima di liberarsi del sacco. Serrò la mandibola e si colpì la testa con la mano aperta, per causarsi dolore. L’emicrania si risvegliò con un ruggito. Sei il solito stupido, ringhiò una voce dentro di lui. Qualcuno poteva averlo visto. Magari era proprio alle sue spalle. Sentiva che era così. Non trovava il coraggio di girarsi.
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