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Ma cosa combinava, si era rincretinito?
Frenò, scese dall’auto.
Spalancò le braccia e si scusò.
Il fornaio adesso lo guardava con sospettosa meraviglia. Era rimasto sconcertato dal suo comportamento. L’aveva visto tante volte in televisione, ne era certo, anche se dal vero pareva più basso e sciupato. Era quasi irriconoscibile rispetto all’immagine da star che gli conferivano i media.
In tv le rughe venivano coperte dal trucco di scena, ma la sostanza rimaneva quella del leader, come se il suo corpo fosse imbevuto di qualcosa che mancava agli altri esseri umani. Era un vero artista e un benefattore.
Il fornaio pensò a sua moglie, non vedeva l’ora che fosse mattino per raccontarle l’accaduto: chi aveva avuto la fortuna di soccorrere. La donna aveva acquistato i suoi libri e non si perdeva una puntata del suo programma. Peccato quel difetto nel parlare, diceva spesso.
Il fornaio pensò che sarebbe stato bello rincasare con un autografo. Chissà se poteva domandarglielo, sembrava molto agitato. Adesso però era tornato l’uomo bendisposto di sempre. Si stava avvicinando tendendogli la mano.
«è proprio lei allora». Anche il fornaio allungò il braccio, rispondendo al gesto di cortesia. «Piacere Massimiliano Fini». Esitò un istante. «Potrebbe scrivere due righe per mia moglie? È una sua grande ammiratrice».
La coltellata partì improvvisa. Il fornaio non la vide, ma sentì un dolore lancinante allo stomaco. Sulla divisa candida comparve una macchia rossa che si espanse velocemente. Poi un’altra fitta rovente e un’altra ancora. Di nuovo, la lama dentro e fuori.
Sgranò gli occhi, cadde sulle ginocchia. Anche la bocca gli si riempì di sangue.
La lama rossa riflesse il bagliore del lampione. L’uomo, l’artista, il benefattore, avvicinò il coltello alla sua gola, squarciandogli in profondità la carne da un orecchio all’altro. Lo fissò mentre stramazzava al suolo agonizzante, poi spostò lo sguardo. Non era più interessato a lui.
Ispezionò la strada. Per fortuna non c’era nessuno. Gli era andata bene, troppo bene. Per la seconda volta, nel giro di pochi minuti, aveva sfidato la fortuna.
Doveva sparire da lì.
Aprì il cassonetto e ci infilò dentro la testa, il tanfo acido dei rifiuti era insopportabile. Pensò a tutti gli infelici che aiutava, raccogliendo fondi e donando cibo. Che vivevano così, approvvigionandosi nella spazzatura. Povera gente. Anche per loro era importante che lui rimanesse libero.
Rovistò con la mano. Al buio non fu facile trovare il sacco nero. Lo recuperò, non poteva di certo lasciarlo lì, così compromettente, tanto vicino a un cadavere.
Un rumore in fondo alla strada. Stava arrivando uno scooter.
E adesso? Lo sportello della Jaguar era aperto, la luce dell’abitacolo accesa e l’auto invadeva tutta la carreggiata. Il corpo del fornaio era in bella vista sotto il lampione, tra il cassonetto dell’immondizia e un furgone. C’era sangue dappertutto.
Lo scooter si avvicinava inesorabile, era a qualche decina di metri da quel macello. Lo cavalcavano due figure indistinte che indossavano caschi integrali. Impossibile tentare qualsiasi mossa.
Un cadavere a terra accoltellato, un altro torturato e senza un piede nel baule (il piede imbustato a fianco), e il sacco a terra che conteneva tuta e guanti. Dopo mesi di maniache accortezze per non lasciare il minimo indizio, ecco che improvvisamente ogni cosa appariva, esplodeva in tutta la sua assurda vastità, in un’unica volta.
Il suo universo di geniali menzogne stava crollando e stavolta nessun diavolo sarebbe accorso in suo aiuto per sostenerlo.
è finita, pensò. Era perduto.