9)Stai meglio con la felpa, Charlie

2055 Parole
«Capisco.»-la voce della cugina di Matthew si diffonde nel mio ufficio, mentre il bastardo che mi ritrovo ad avere come capo afferra la radice del mio collo fra i denti, facendomi sospirare pesantemente, ma non per il piacere quanto per la rabbia che accomulo dentro di me fino a quando la rossa mi incenerisce con lo sguardo, per poi sbattere la porta con così tanta violenza che sobbalzo sul posto, mentre assumo una smorfia di dolore quando Matthew morde di nuovo la mia pelle, ma questa volta più forte di prima. «Bastardo rincoglionito e pervertito!»-urlo tra le ciocche dei suoi capelli che solleticano il mio mento, per poi poggiare entrambe le mani sulle sue spalle possenti e cercare di allontanarlo con una forza che non sapevo nemmeno di avere: «Come cazzo ti sei permesso!»-porto una mano all'altezza del collo per accarezzare il punto dolente, ma faccio di nuovo una smorfia quando al mio tocco la mia pelle inizia a bruciare all'improvviso, per poi lanciare un'occhiata omicida all'uomo di fronte a me. La sua espressione è così neutrale che non capisco se è divertito dalla situazione o è sul punto di spiegarsi e chiedere scusa, ma ancora una volta vengo delusa quando abbassa lo sguardo sul mio corpo, per poi passare la lingua sul labbro inferiore, ormai rossissimo per il bacio che mi ha voluto dare spudoratamente sul collo, e voltarmi le spalle lentamente: «Stai meglio con la felpa, Charlie.»-la sua voce arriva dritto alle mie orecchie, anche se ci metto un paio di secondi a realizzare che mi ha appena sbattuto in faccia di avere un fisico di merda, ma non appena mi preparo a rispondergli in malo modo le parole si bloccano nella mia gola e non riesco a emettere un verso per difendermi, limitandomi a guardarlo uscire dal mio ufficio con la sua solita e insopportabile prepotenza. Puttaniere snervante! Avrei dovuto smascherarlo davanti a sua cugina, piuttosto che reggere il suo gioco, anche se scommetto che non sarei riuscita ad allontanarlo a prescindere. Rabbrividisco mentre accarezzo il mio collo delicatamente, per poi girare i tacchi e indirizzarmi verso il tavolo per indossare di nuovo quella maledetta felpa. 'Stai meglio con la felpa, Charlie.'-l'indifferenza con cui ha pronunciato quelle parole mi fa salire il nervoso, tanto che spero mentalmente di non inoltrarlo nella cena di stasera, anche se temo sia difficile, essendo il compleanno di suo padre. Al ricordo che oggi William compie gli anni comincio a capire perché sua figlia è comparsa oggi, ma mi chiedo anche dove sia ora, dato che sicuramente non avrà trovato suo fratello in ufficio. Sbatto la porta alle spalle non appena indosso la mia felpa pesante e scomoda, che a quanto pare Matthew preferisce al vedermi mezza nuda, anche se non sembrava mentre mi toccava in quel modo. Se con suo padre ero tranquilla perché sapeva che infondo lui si limitava a scherzare, di Matthew devo iniziare a preoccuparmi e non devo permettergli di avvicinarsi di nuovo in quel modo. «Ecco la mia bambola.»-Hardin lascia un bacio sulla mia guancia non appena mi avvicino a lui e al suo cliente, lasciando quest'ultimo tirare pugni a raffica ad un sacco da boxe a pochi metri di distanza. «Dov'eri finita?»-chiede subito, lasciando un bacio sulla mia guancia, ma cerco di nascondere i sensi di colpa ed evito di dirgli la verità, andando dritto al punto: «Ritorno a casa prima.»-mi limito a farfugliare, senza smettere di guardare il tipo di fronte a me, che saltella più volte sul posto, per poi tirare un altro colpo al sacco. «Come vuoi.»-dice non appena gli volgo le spalle per affrettarmi a uscire da questa palestra soffocante, senza dare a Hardin il tempo di lasciare un altro bacio sulla mia guancia. «Charlotte!»-mi fermo sul posto nell'esatto momento in cui metto piede fuori dalla struttura, mentre il cuore mi sale in gola nel sentire il mio nome pronunciarsi con quel accento. «Charlotte!»-la voce del mio fratellone cerca di riportarmi alla realtà, ma non smetto di fissare la ragazza antipatica che lo ha baciato sulla bocca. Si chiama Tessa, ma il suo nome è così brutto che preferisco chiamarla 'ranocchio', anche se mio fratello mi rimprovera ogni volta che lo faccio. Riprendo a respirare e scuoto la testa quando mi rendo conto che è solo Ian, che alza una mano da lontano per farsi notare, ma il sorriso leggero che si forma sulle mie labbra si trasforma in una smorfia quando mi accorgo che si trova vicino alla macchina di Matthew, in compagnia di quel bastardo e di sua sorella Ashley. Invece di avviarmi verso di loro aspetto che sia Ian ad avvicinarsi, ma quando capisco che non ha intenzione di farlo mi limito ad alzare il mento in segno di saluto: «Devo ritornare a casa.»-gli spiego rapidamente, non riuscendo a sopportare la presenza del figlio di William al suo fianco, anche se non mi sta degnando di un'occhiata in questo momento, quindi faccio per girare i tacchi e riprendere a camminare sola, ma ancora una volta la voce di Ian mi blocca: «Ti accompagno.»-dice all'improvviso, facendomi aggrottare la fronte, mentre Matthew al suo fianco alza la testa di scatto, per poi spostare gli occhi da Ian alla mia figura, ma invece di rifiutare la sua compagnia alzo le spalle con finta indifferenza e aspetto che si avvicini al mio corpo. Non capisco cos'ha quest'uomo, ma c'è qualcosa in lui che mi incuriosisce, oltre agli occhiali da sole che indossa. Non so se si offende se gli dico che sono orribili, anche se cominciano a piacermi per davvero e sto provando ad abituarmici. Lancio un'ultima occhiata a Ashley quando la vedo allargare le labbra in un sorriso, per poi voltare le spalle ai due fratelli quando Ian finalmente si trova al mio fianco: «Ho una faccia che fa ridere?»-farfuglio tra me e me, mentre l'uomo al mio fianco corruga le sopracciglia confuso. «Ashley mi guarda e ride.»- gli faccio notare, camminando al suo fianco come se ci conoscessimo da anni. «È dolce.»-la difende mentre infila le mani nelle tasche, ma alle sue parole non posso fare a meno di annuire e ammettere che ha ragione. «È per questo che non mi fido.»-sussurro a bassa voce, tanto che non sono sicura che mi abbia sentito. Infatti rimane in silenzio e ho quasi l'impressione che mi stia fissando in questo momento, ma prima di incrociare i suoi occhi mi anticipa, quasi volendo cambiare discorso: «È da tanto che vivi a Seattle?»-si schiarisce la voce dopo un paio di secondi di silenzio e se fosse una persona qualsiasi gli avrei già risposto male mandandolo probabilmente a quel paese, ma mi trattengo e mi limito a un: «Ci sono nata.» Il silenzio che segue mi fa capire che il mio tono è stato talmente freddo che forse Ian ha capito che è meglio non chiedermi della mia vita privata, ma ancora una volta dilato le narici quando insiste: «La tua famiglia deve essere davvero appassionata di questo posto.»-la sua voce si affievolisce quando sospiro pesantemente per fargli capire che non mi piace affatto parlare di me, ma decido di mentirgli spudoratamente e annuisco alle sue parole, mentre mi guarda con la coda dell'occhio per studiare la mia espressione. «Grazie della compagnia.»-premo le labbra, piegando gli angoli della bocca verso l'alto per ringraziarlo sinceramente. So che abita nelle vicinanze, ma mi sono chiaramente accorta del modo in cui ha lasciato il suo amico e Ashley per attraversare le strade di Seattle con me. «Quando vuoi.»- inclina la testa, avvicinandosi al mio viso per lasciare un bacio tenero sulla mia guancia, mentre cerco di nascondere il rossore e mi affretto a fare un passo indietro quando inizia ad allontanarsi dal mio corpo, ma aspetto che mi dia le spalle prima di avviarmi verso l'ingresso del condominio. Che tipo... diverso! Prima di conoscerlo ero sicura che in questo mondo esistessero tre tipi di uomini. I pedofili come William, i pervertiti come Paul e... quelli come Matthew, cioè gli stronzi bastardi che non sanno fare altro che romperti le scatole e farti salire il nervoso. Forse, se avessi avuto un padre al mio fianco, avrei potuto anche pensare che esistessero gli uomini protettivi. Come quelli dei libri, anche se di libri in vita mia non ne ho letti molti, pur avendone una libreria piena. I libri mi deprimono perché hanno quasi sempre un lieto fine, mentre la mia vita fa sempre più schifo del giorno prima. «Ti vedevo più raramente quando lavoravamo sotto lo stesso tetto.»-le parole escono spontaneamente dalla mia bocca appena vedo William con le solite buste della spesa in mano, mentre aspetta che le porte dell'ascensore si aprano. Sembra che da quando Matthew si è trasferito a casa sua faccia la spesa ogni giorno, tanto che non riesco a trattenermi appena i suoi occhi finiscono sulla mia figura: «È un nuovo hobby da vecchio pensionato.»-indico le buste della spesa, affiancandolo nell'esatto momento in cui entra nell'ascensore, ma è così silenzioso e serio che decido di non continuare a commentare. Conosco bene William ormai e so che ogni volta che mette il muso o c'è di mezzo la sua ex moglie o ha litigato con la tizia dell'appartamento al suo fianco, anche se non ho mai smesso di credere che tra loro di ci sia del tenero. «Ha rifiutato il mio invito per stasera.»-dice tra i denti quando l'ascensore finalmente parte, dopo uno strano rumore che mi fa salire il cuore in gola, ma capisco che William si riferisce alla sua vicina di casa quando schiocca la lingua al palato per il nervoso. «Certo.»-alzo gli occhi al cielo e aspetto in ansia che l'ascensore arrivi a destinazione prima di fare brutti scherzi. «Che vuoi dire?»-gira di scatto la testa nella mia direzione, ma alzo un sopracciglio appena mi accorgo che si è offeso. «L'ho invitata gentilmente alla cena di stasera.»-si giustifica, puntandomi l'indice contro: « E mi ha dato del pervertito!»-continua con un tono quasi disperato, ma questa volta alzo entrambe le sopracciglia. «L'hai sempre trattata come una puttana.»-gli faccio capire mentre mi affretto a uscire dall'ascensore, per poi continuare senza peli sulla lingua: «Cosa pretendi? Che entri in casa tua per darti ragione?» Sembra non volermi dare ragione e continua a giustificarsi come se non capisse che è lui il problema: «Non so perché le donne ce l'hanno sempre avuta con me.»-impreca a bassa voce, ma cerco di distrarlo senza peli sulla lingua: «Per l'invidia del pene.» Trattengo una risata quando assume una smorfia confusa, questa volta guardandomi negli occhi: «L'invidia del pene?»-chiede scettico, ma non lo lascio finire che ripeto decisa: «L'invidia del pene.»-dico ferma, per poi assicurarlo di non star dicendo una sciocchezza : «Lo ha detto Freud.» Si lascia andare ad una leggera risata, anche se quando capisce che non lo sto prendendo per i fondelli assume un'espressione pensierosa, nell'esatto momento in cui gli do le spalle per lasciarlo in pace, ma prima che possa salutarlo per entrare nel mio appartamento, si affretta ad anticiparmi con una voce allarmata: «Dove vai?Ho bisogno del tuo aiuto.»-indica con il mento le buste che sorregge con entrambe le mani, ma quando capisco le sue intenzioni aggrotto la fronte e cerco di fargli ricordare: «L'ultima volta che ti ho aiutato a cucinare ho dato fuoco al tuo ammazza zanzare.»- mordo l'interno della guancia per non ridere al ricordo della sua espressione, ma alle mie parole lo vedo alzare le spalle e guardarmi con indifferenza: «Devi sfamare dieci bocce stasera.»-mi fa capire con un tono quasi supplichevole, al che annuisco lentamente con la testa e lo seguo verso il suo appartamento. Se avessi di meglio da fare non ci avrei pensato due volte prima di rifiutare, ma l'alternativa sarebbe passare il resto del pomeriggio sul divano, probabilmente davanti a una maratona di Fresh Off The Boat. Non è un caso che mi chiamano coach potato. «Le ho pure spiegato che non saremmo stati soli.»-lo sento farfugliare dopo un paio di secondi, capendo che sta ancora pensando a quella donna, ma ora comincio davvero a provare pietà per William, tanto che mi fermo ai miei passi e aggrotto la fronte vedendolo entrare nell'appartamento. «Ritorno tra poco.»-gli spiego, assumendo una smorfia pensierosa e lasciando William confuso alle mie spalle, mentre i miei piedi si dirigono verso l'appartamento affianco prima che ci ripensi e ritorni indietro.
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