Gli uomini si tolgono le foglie dal corpo in modo istintivo, senza inibizioni o forzature, un gesto dovuto dalla loro natura, che sussurra nelle orecchie le forme diverse e complementari dei loro corpi.
Che suggerisce il senso dell’esistenza stessa e del suo equilibrio.
Uno su l’altra, mentre il suono del respiro di entrambi sovrasta quello del vento.
La loro presenza è al di sopra di tutto il resto, ed è questo ciò che sentono: la forza della natura umana, duplice ed anche unica.
Senza stupirsi della quantità di stelle che viveva al di sopra dei loro corpi; senza neanche accorgersi del brusio ipnotico che fanno i rami sottili degli alberi quando si intrecciano; Adamo ed Eva non avvertono che loro stessi e si sentono diversi, cambiati.
Uomini provate a riflettere: se la gamba è una gamba e non ha per questo motivo di vergognarsene, ed il braccio o la mano, eppure il viso con la sua bocca ed i suoi occhi, sono semplicemente queste cose e non potrebbero non esserlo; perché qualcosa dovrebbe ritenersi così terribilmente oscena da doverla nascondere?
Ciò che vi è stato detto essere stato fatto per la vergogna di aver provato un desiderio inspiegabile, o per aver scoperto parti indecenti del vostro corpo, lo avete fatto invece per proteggere le uniche parti di voi stessi che percepivate partecipi dell’infinito.
Le uniche porzioni finite capaci di creare altre creature.
Vi siete difesi, Uomini, non nascosti:
bugiardo è chi vi ha convinto di altro, non io!
Non pensiate che quel cambiamento, che sentivano i due esseri umani, fosse solamente dovuto al ventre della donna, che cominciò rapidamente a modificare il proprio aspetto; perché niente è a me tanto inspiegabile che sia così assolutamente comprensibile, invece, a voi.
Questo fu il mio tormento e questo lo è in parte tuttora, che l’infinito di cui sono fatto si fa valicabile.
Ora che sento possibile la mia fine e che il mio strazio potrebbe forse cessare.
Vi ho invidiati - lo ammetto l’ho fatto - per quel gesto che solo umano può definirsi, di donna che stringe al seno il proprio figlio, per quello sguardo che lei ha per ogni battito che la sua creatura fa pulsare dietro al petto.
IV
Terza momento della vita sulla terra:
la guerra
“Ciascuno fidava in se stesso, come se solo dal suo braccio dipendesse l’attimo della vittoria; azioni meritevoli di fama, infinite, furono allora compiute, poiché la guerra si estendeva ovunque mutevole e vasta; talvolta combattuta stando eretti sul solido terreno, altre volte reggendosi sull’ali a tormentar l’aria, finché sembrava un viluppo di fiamme “
(Milton: “The last Paradise”).
Strisciando accanto alle capanne di rami costruite dalle generazioni nate da Eva ed Adamo, e serpeggiando così rapidamente da non permettere a nessun uomo di rendersi conto di quella presenza, corre al di sotto dei pavimenti, appare e scompare.
Il Custode del genere umano osserva, impara, riferisce solamente ciò che più poteva essere opportuno riferire, per paura che l’eterno Signore distruggesse tutto il creato.
Infatti il serpente sapeva ogni cosa.
Aveva visto ribollire la rabbia negli uomini per ogni torto subito, l’ombra dell’astuzia nel predare gli animali più giovani, la perversione nell’immergersi nel corpo femminile, per nulla facendolo se non per il piacere di farlo.
Ogni figlio nato dall’originaria unione, aveva reso gli uomini più forti e gli aveva allontanati sempre più dalla Luce.
La serpe alzava gli occhi verso il suo Regno natale e scorgeva il luccichio fisso degli angeli, lo guardava con nessuna nostalgia, sentendosi diverso dagli altri che non avevano alcuna ambizione, che non si chiedevano nulla.
Lucifero, invece, si poneva domande continue.
Pensava al creato, alla sua vita sulla terra, al motivo che aveva spinto il Signore a rendere le sue creature mortali, ma creatrici anch’esse.
Odiava l’idea di dover tornare alla atarassia celeste -” se gli uomini e gli angeli si unissero, la terra ed il cielo sarebbero una sola cosa e, i suoi abitanti, creatori ed immortali” - pensava.
Ma nessun angelo avrebbe mai osato tanto, nessun cherubino del cielo avrebbe mai potuto neanche solamente ipotizzare di scendere sulla terra e rinunciare alla propria atarassia divina, alla propria superiorità.
A nessuno interessava del creato, se non a sentirsi angelo: più di un uomo e meno di Dio.
Erano solo un termine di paragone che viveva e moriva nel mezzo di qualcosa che per il suo inizio era eterno ed infinito; e che per la sua fine, invece, era mortale, temporaneo.
Lucifero era il Custode di un mondo cui sentiva appartenere, da cui voleva imparare la sopravvivenza, ed a cui voleva insegnare l’ambizione.
Strisciava, allora, vicino alle caviglie umane, così, senza mordere nessuno, per percepire quel calore sanguigno che, oltre ai pori della pelle, scaldava anche l’aria circostante.
La serpe vide poi la morte, e pensò alla solitudine umana, mentre l’uomo sta morendo, anche quando è accanto agli altri.
Che è come un fiore sbattuto a terra dal vento che, però, ancora tiene stretto i petali al fusto per non perderli.
Stretto alla vita come mai gli angeli devono fare, stretto ad una speranza.
La paura di morire mentre si sta morendo, gli occhi umani cercavano sempre la luce, quella del giorno, perché a nulla importa il luccichio del Regno Celeste, quando si possono avere anche le stelle e la luna.
Di quel momento, che è la vita umana, che pare non dover mai finire, eppure tanto breve, il rettile verde aveva capito cosa dovesse essere vivere per poi morire, e non lo spaventò quell’idea di abbandono, di solitudine, di assoluta ignoranza, che si tormentava di non riuscire a pieno a comprendere, perché l’atarassia, l’assenza di uno scopo era per lui la peggiore delle condizioni.
La serpe strisciava veloce sotto il cielo stellato, per non essere visto da Lui, e pensava a tutto ciò che aveva imparato, ed ancor di più alla vita in genere.
A cosa potesse significare viverla.
Vorrei anch’io, uomini, poter capire perché tutto questo accadde.
Capire cosa fu quell’impeto che mi balenò in petto la notte in cui decisi di portarvi con me, non giù nel fango in cui per secoli sono stato immerso; ma aldilà delle vostre nuvole, proprio lì, vicini alla Luce.
Ma sappiate questo: siete stati voi ad allontanarvene!
Lo avete fatto lentamente, senza quasi accorgervene, ed ora, ditemi: sareste in grado di ritrovare l’albero sotto il quale siete nati per la seconda volta dopo la creazione? L’albero che da esseri viventi, vi ha reso uomini?
Sapreste accorgervi della Luce di Lui se la vedeste?
La sapreste distinguere da quelle che avete creato voi per voi stessi?
Rispondetevi - a me non dovete alcuna risposta - fatelo in coscienza, fatelo da soli. Come quando morite,
tanto state morendo.
Siete nati per essere immortali fino al giorno della vostra morte, per grazia ricevuta o, forse, per Pietà Divina.
Questa volta, però, non basterà l’umana fusione che i vostri corpi incompleti devono fare per salvarvi dalla fine, per continuare a farvi essere quasi infiniti: creatori.
Da voi non nascerà più nulla.