Antonia
Ieri Ale non si è fatto vivo, immagino che non sia stata proprio una bella sorpresa trovarsi sua madre ad aspettarlo, provo a chiamarlo ma ha il cellulare spento.
Aspetterò che abbia voglia di sentirmi.
Fabrizio è fuori, è andato a sbrigare alcune incombenze lavorative, anche qui.
Dovrei riprendere a scrivere ma non riesco a non pensare a Felipe, oramai la dose è in circolo e non posso più ignorarla, sta facendo effetto.
Che Dio mi illumini perché non so che fare.
Ieri ci siamo sentiti per poco, mi ha promesso che troverà il tempo di scrivermi oggi, lo spero perché sto cominciando a bruciare.
Prendo il pc e tento di concentrarmi.
Non mi ero mai sentita come mi sentivo adesso, il mio corpo continuava a mutare, a diventare più leggero e sinuoso e riuscivo a sentirlo, ad ascoltarlo e assecondarlo come non mi era mai successo.
Era la sua presenza a rendere possibile questo, vedermi attraverso i suoi occhi mi faceva sentire straordinaria come straordinari e unici erano lui e la sua vita.
Ci assomigliavamo così tanto che osservarlo aiutava me a scoprirmi, a comprendere dei lati del mio carattere che avevo soffocato, celato per secoli, dall’adolescenza fino all’età adulta.
Ero riuscita a scovare i miei limiti, le fobie che per anni avevano tormentato inutilmente la mia vita e la vita di chi mi stava accanto e ora riuscivo a scansarli, con un sorriso. Mi facevo beffe di loro. Mi sentivo forte, finalmente, vera e invulnerabile.
L’immagine che adesso vedevo riflessa allo specchio coincideva perfettamente con quella che vedevo dentro di me. Ed era una sensazione così appagante!
Mi accorsi che ormai erano passati mesi da quando avevo avuto bisogno dello Xanax. Ma la cosa più gratificante era che finalmente riuscivo a vedere le cose con chiarezza, riuscivo persino a pensare a lui, al mio ex, senza provare dolore, ma con un senso di pace, piuttosto, e di comprensione che non avrei mai creduto possibile. Avevo una visione nuova, limpida della vita, di questo preziosissimo dono che mi era stato concesso e che non potevo più permettermi di trattare con superficialità e timore.
Ero serena dentro. Ero pienamente cosciente di quello che ero, di quello che sentivo e di quello che volevo. E questo mi donava la pace, mi sentivo in pace con tutti, anche con chi mi aveva rubato il futuro e i sogni. Anzi, per lui sentivo quasi un senso di gratitudine. Sì, gratitudine, perché ancora una volta mi aveva donato qualcosa di importante e prezioso. Mi aveva donato il dolore, la distruzione di tutto ciò che ero stata sino ad allora e mi aveva così consentito di reinventarmi, ricostruirmi a mio piacimento.
Vengo distratta da voci che arrivano da giù, sembra Fabrizio ma non è solo, dopo qualche minuto sento che mi chiama:
“Giulia, abbiamo ospiti.”
Ospiti? Qui? Mi affaccio per vedere di chi sta parlando e mi ritrovo davanti un ragazzo e una ragazza che mi scrutano sorridenti.
Scopro che lui è il famoso nipote di Marzia, Giulio, e lei la sua compagna, Antonia: sono giovani, avranno sì e no ventisei anni. Lui è magrissimo e allampanato, con la barbetta appena accennata sul mento, lei minuta, con i capelli lunghi e tinti di un porpora acceso. Mi guarda con gli occhi vivi e pieni d’interesse, è lei che rompe il silenzio:
“Ciao, io sono Antonia, molto piacere di conoscerti. Marzia ci ha raccontato che sei un’artista bravissima ed ero curiosa di vedere i tuoi lavori.”
“Sono l’attrazione del posto?!” sbotto io scherzosamente, porgendole la mano e sorridendole.
Fabrizio offre da bere e io li accompagno a fare il giro della casa a vedere i lavori che ho qui esposti.
Lei sembra davvero interessata alla mia arte, mi fa un sacco di domande sulla tecnica, sul procedimento di stampa etc. Giulio, invece, ci segue sorridente e annuisce ad ogni “Vero, Giù?” di lei. Alla fine lei mi chiede se in questo momento sono impegnata in qualche lavoro, vuole un ritratto suo, una figura intera, io le spiego che qui al mare in genere non lavoro ma per lei posso fare un’eccezione.
“Oh grazie, Giulia, te lo pago il doppio visto che dovrai lavorare mentre sei in vacanza”
“Lascia stare, non potrei mai fare questo torto alla mia pasticcera preferita” rispondo riferendomi a Marzia.
Lei si illumina, mi prende la mano e mi dà un bacio sulla guancia. “Dimmi, quando posso venire a posare?”
Le spiego che io lavoro con le fotografie, quindi le chiedo di venire in un tardo pomeriggio, così la luce sarà perfetta.
Ci salutano entusiasti e si allontanano mano nella mano.
“Quanto le chiederai?” mi domanda Fabrizio.
“Quanto chiedo a tutti.”
“E li avrà? Mi sembrano tanto due figli dei fiori squattrinati.”
“Non lo so” rispondo, ma ho la mente lontana.