1-1
1
Le montagne russe tuonavano sopra di loro, nel centro commerciale, e la gente gridava. Gli occhi azzurri del figlio di Vivi Vincent si spalancarono per la meraviglia mentre le guardava con evidente felicità. Le afferrò la manica e le fece un gran sorriso, proprio come un normalissimo bambino di otto anni.
I colori brillanti delle giostre e il sole accecante che penetrava dal soffitto di vetro le fecero lacrimare gli occhi. Si convinse che fosse quello il motivo, e non il disastroso incontro che aveva avuto in mattinata col dottor Hinkle.
Accarezzò la mano di Michael e lui le catturò lo sguardo. L’intelligenza che emanavano i suoi occhi le tolse il respiro, come se tutti i segreti dell’universo fossero racchiusi in quella testolina giovane e brillante.
Lui continuava a tirarle la manica, cercando di convincerla a fargli fare un giro. Solo l’idea di andare sulle montagne russe le rivoltò lo stomaco. E per nulla al mondo l’avrebbe lasciato andare da solo. E se qualcosa fosse andato storto? Chi sapeva cosa poteva accadere. Non se lo sarebbe mai perdonato se si fosse ferito perché lei era troppo paurosa per salire sulle montagne russe.
«Vuoi andare a fare un giro nel negozio di giocattoli?» suggerì.
Lui annuì e sorrise, ma Vivi sapeva che era rimasto deluso, glielo lesse nello sguardo bramoso che rivolse a quel mostro alto ventun metri, dietro di lui. Passarono di fianco a giostre dal design antiquato e a gigantesche altalene a forma di fungo, tutte cose a lei molto più congeniali. Il Minneapolis Mall era il cugino più piccolo del Mall of America, che si trovava a poche miglia di distanza dall’altra parte della città, ed era il paradiso dei bambini.
Raddrizzò le spalle. Okay, Michael si sarebbe goduto la giornata, a costo per lei di affrontare il terrore di salire su quella cosa mostruosa. Forse così avrebbe ricompensato Michael per esser stato punzecchiato e pungolato dal dottor Hinkle quella mattina, e poi trattato con condiscendenza, al limite della sanità mentale, da una reporter di una TV locale che trasmetteva uno speciale sul programma di ricerca del famoso neuroscienziato psichiatrico. La donna li aveva intervistati riguardo i problemi di Michael e le sue abilità nel disegno, e Vivi sperava che ci fossero notizie più succulente da dare nelle Città Gemelle di Minneapolis-St Paul.
Michael avvistò il serpentone verde attorcigliato che faceva da guardia al negozio di giocattoli e tutto il disappunto sparì dal suo volto. Rimasero entrambi in silenzio per alcuni minuti, affascinati dagli oggetti esposti nell’enorme vetrina. C’era un orsacchiotto vestito da cowboy in sella a un cavallo, un dinosauro su una motocicletta e, sopra tutti, torreggiava un gigantesco clown, la cui vista mise Vivi molto a disagio. Ma cos’era tutta sta mania dei clown?
«Okay, entriamo. Puoi scegliere una cosa nel negozio, poi andremo a mangiare e più tardi faremo un giro sulle giostre.»
Lui rispose con un gran sorriso e corse dentro. Anche Vivi sorrise tra sé e sé, mentre lo guardava sgambettare, e stava per seguirlo all’interno quando andò a sbattere dritta contro un uomo grande e grosso che la fece cadere. Finì a terra mentre lui continuò a camminare ignorandola. Rimase a bocca spalancata di fronte a tanta maleducazione e si mise a gattoni, stringendosi il polso, che le faceva male per colpa della caduta inattesa.
«Bisogno di aiuto?» Un uomo s’inginocchiò accanto a lei. Aveva capelli neri corti e occhi marroni, pieni e profondi, che si increspavano ai lati in modo attraente. Le sue dita solide e forti l’aiutarono a rialzarsi, tenendola per il braccio buono.
«Grazie.»
Si aggrappò a lui per tenersi in equilibrio, mentre s’infilava la scarpa che le era scivolata via. L’uomo aveva un naso dritto, due labbra piene e una fossetta sul mento. Quegli occhi scuri la scrutarono, per valutare se stesse bene, poi a un tratto divennero più caldi e pieni di approvazione mascolina. Lei gli lasciò andare la mano e le ginocchia le tremarono. Diede la colpa ai tacchi, che indossava raramente.
Un altro giro di grida, proveniente dalle montagne russe, la riportò alla realtà.
«Grazie di nuovo, ora farei meglio ad andare a cercare mio figlio» disse, indicando con il capo il negozio di giocattoli. Era diventato automatico usare Michael come scudo, e la cosa le dava sui nervi. Forse un giorno sarebbe riuscita a superare i problemi di fiducia verso il prossimo che le aveva instillato il suo ex marito.
Forse.
Un giorno.
«Buona fortuna. Per riuscire a trascinarlo fuori di qui.» L’affascinante sconosciuto aveva in mano una busta di plastica con il logo del negozio, che pareva incompatibile con l’abito nero che indossava, abbinato a camicia blu e cravatta viola. Dal portamento era possibile capire molto delle persone. La sua postura suggeriva un background militare, e forse era un poliziotto. Inoltre, aveva un’aria competente e autoritaria, che Vivi conosceva bene dai tempi in cui aveva lavorato per le Nazioni Unite. L’ultimo tizio che aveva provocato questo effetto su di lei le aveva insegnato che un bel viso e modi autorevoli non erano necessariamente indice di compassione o principi morali. Però doveva ammettere che era piacevole guardare quel bel viso.
«Ho appena preso un regalo per il figlio di un’amica.» Un’ombra oscurò i suoi tratti, ma solo per un millesimo di secondo, poi sparì. Forse se l’era immaginata. Vivi fece un passo indietro. «È sicura di stare bene?»
Lei annuì e sorrise, lui ricambiò il sorriso e se ne andò.
Andato. Gli occhi di Vivi brillarono.
Era passato un sacco di tempo da quando un uomo l’aveva guardata come se non fosse una madre single, esausta, di oltre trent’anni. La sensazione di essere una donna in carne e ossa le scivolò addosso come un abito di seta stretto, riaccendendo una parte di sé che aveva dimenticato. Perfetto! Un’altra cosa da aggiungere alla lista delle frustrazioni.
Camminando verso l’interno del negozio, si toccò il polso dolorante e decise che era solo una lieve distorsione. Ci avrebbe messo del ghiaccio una volta tornati in hotel.
Un forte rimbombo eruppe dal centro dell’atrio, Vivi fece un balzo e si voltò di scatto. Le grida aumentarono e per un attimo pensò che le montagne russe si fossero rotte. Poi però uno strano rumore tempestò l’aria, un rumore vagamente familiare, ma che non riuscì a identificare subito. Infine, capì. Oddio, una sparatoria. La gente iniziò a correre, un uomo di fronte al negozio di caramelle cadde a terra e la vetrina dietro di lui si frantumò, coprendolo di schegge di vetro, mentre una pozza di sangue si spargeva intorno al suo corpo.
Oh, buon Dio.
C’era un cecchino nel centro commerciale.
Michael!
Con uno scatto corse dentro il negozio, frenetica. La gente correva di qua e di là, cercando disperatamente i propri figli e i propri cari. Una vetrina si sbriciolò e un manichino esplose in migliaia di pezzi. Vivi scivolò tra i frammenti, ma si raddrizzò subito, evitando di cadere. Una donna le urtò con violenza una caviglia con il passeggino, mentre con foga tentava di raggiungere il figlio che stava correndo verso l’uscita. Vivi afferrò al volo il bambino e lo riportò tra le braccia della madre.
«Grazie.» Il volto della donna era cadaverico. Aveva un neonato e un bambino di pochi anni a cui badare, insieme alla massa di buste e pacchetti.
«Lasci il passeggino, prenda i bambini ed esca di qui il prima possibile» le disse Vivi. Questo era quello che intendeva fare lei. Scrutò il negozio cercando la testa rosso carota della persona più importante della sua vita. Eccolo. Si fece strada tra la gente che vagava confusa e impaurita.
Michael stava iniziando ad agitarsi, e se ne stava immobile e tremante. Lo raggiunse e gli prese il volto con una mano, scostandogli i capelli con l’altra. Doveva calmarlo se volevano uscire di lì sani e salvi. «Sono qui, Michael. Ci penso io, però devi ascoltarmi adesso, ti devi concentrare, capito?» Ti prego non dare di testa.
Gli occhi blu, chiari e attenti. Il suo incredibile bambino coraggioso raddrizzò le spalle e annuì, prendendole la mano e stringendogliela forte. Aveva capito che erano in pericolo. L’amore che provava per lui le si gonfiò dentro come se volesse scoppiare e passarle attraverso la pelle. Anche il terrore crebbe, però, strisciando nelle sue vene per mangiarsela viva.
Avrebbe fatto qualsiasi cosa per proteggere il suo bambino. Qualsiasi.
Uno dei cassieri era al telefono, presumibilmente con la sicurezza. Un altro gridò: «I poliziotti ci hanno detto di stare seduti a terra vicini e non muoverci mentre loro valutano la situazione.»
Seduti a terra vicini? Neanche per sogno.
Il rumore della sparatoria divenne più intenso, i proiettili facevano esplodere vetri e cemento. Metallo contro metallo, poteva udire i fischi e i rimbalzi delle pallottole che sfrecciavano impazzite, trasformando il centro commerciale in un flipper mortale. L’aria era pregna di polvere da sparo che le occludeva la gola. Poi altri spari, ma questi erano vicinissimi, dall’altra parte del negozio. Le si seccò la bocca.
Erano in due a sparare.
E lei, Michael e gli altri clienti e impiegati erano intrappolati tra di loro.
Camminò veloce verso una delle porte sul retro e sbirciò fuori con cautela. Un uomo era in piedi dalla parte opposta del corridoio, e brandiva una grossa mitragliatrice. Era lo stesso uomo che l’aveva buttata a terra poco prima e che, per fortuna, non si era fermato. Guardava nell’altra direzione, scrutando l’area, e a un tratto sparò una raffica di colpi. Si alzarono grida che furono subito orribilmente zittite da altre mitragliate.
Le pallottole piovevano dai balconi di sopra e gli enormi manichini appesi al soffitto del negozio tremarono.
Sudò freddo. C’erano almeno tre uomini armati. Erano intrappolati in piena zona di guerra.
Vivi si guardò alle spalle e si pietrificò. Uno dei tiratori stava attraversando la zona delle giostre e si dirigeva verso il negozio. Aveva il viso coperto, ma la sua postura era rilassata, quasi indolente. Questo era un uomo che aveva appena ucciso degli esseri umani e che non avrebbe mostrato alcuna pietà nei loro confronti. Aveva lavorato con questo genere di persone alla Casa Bianca e alle Nazioni Unite.
Cos’avrebbe potuto fare, lei? Il secondo cecchino era troppo vicino, nel corridoio dietro il negozio. Erano in trappola. Altri notarono il pericolo imminente e iniziarono a correre verso il retro gridando, inclusa la donna coi due bambini, che ancora spingeva il passeggino e si trascinava dietro le borse dello shopping. Michael provò a seguirli, ma Vivi lo tirò a sé e gli nascose il viso contro la sua pancia, mentre la gente che si era messa a correre veniva abbattuta senza pietà.
I corpi cadevano, si contorcevano agonizzanti, e il sangue inzuppava il pavimento. La donna col passeggino crollò sopra il figlio, che agitava le gambette per liberarsi.
Non ti muovere!
Le si rivoltò lo stomaco e la bile le salì in gola. I muri bianchi del centro commerciale si erano trasformati in quelli di un mattatoio.
Michael tremava addosso a lei. Lo abbracciò più stretto. «Non lascerò che ti facciano del male» mormorò, ma non aveva idea di come ci sarebbe riuscita. Tenne un occhio sull’uomo che si stava avvicinando dal parco giochi e sbirciò per vedere dove fosse l’altro. Era a circa sei negozi di distanza. Guardava dentro le vetrine. A meno che non si fosse girato e se ne fosse andato, li avrebbe visti subito, se avessero provato a fuggire. Se fosse stata sola, avrebbe anche potuto cercare di scivolargli accanto inosservata, ma farlo tirandosi dietro un bimbo di otto anni sotto una pioggia di proiettili era impensabile. Era indecisa se valesse la pena tentare di fuggire in quella direzione o se fosse meglio andare verso la fermata della metro e dei bus. Da come erano organizzati i terroristi ― perché cos’altro potevano essere se non terroristi? ― come minimo avevano bloccato tutte le entrate principali. E i negozi? Alcuni erano collegati con l’esterno da porte sul retro, ma lei non sapeva quali.
A un tratto notò il mobiletto sotto la cassa, e le venne un’idea. «Michael» gli sussurrò all’orecchio. «Adesso giochiamo a nascondino, però stavolta il gioco è serio perché queste persone vogliono farci del male e tu non ti devi far vedere, capito?» Lui annuì con gli occhioni blu pieni di paura, ma aveva capito. Non era stupido, come alcune persone pensavano, ma la sua intelligenza non avrebbe avuto alcuna importanza se uno di questi tre mostri gli avesse infilzato un proiettile in testa.