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2012 Parole
4 Vivi era seduta accanto a Michael, steso su un letto dell’ospedale. Il sollievo di vederlo al sicuro fuori dal centro commerciale si era trasformato in panico quando era svenuto nel parcheggio. L’ambulanza aveva corso nel traffico a sirene spiegate, anche se il medico era certo si trattasse solo di un calo di zuccheri combinato allo stress. Le funzioni vitali erano stabili, ma la sua pressione sanguigna era scesa pericolosamente. L’altro paziente sull’ambulanza era una donna sulla cinquantina con una ferita da schegge di proiettile alla gamba. Si affannava a rassicurarla che Michael se la sarebbe cavata. Quella povera donna aveva un animo nobile. Vivi non riusciva a rendersi conto di quanto fossero andati vicini alla morte, oggi. Il fatto che stessero respirando era di per sé un miracolo. Toccando ferro! I medici l’avevano rassicurata che Michael stava bene, ma il suo visino era pallido come la cera contro le lenzuola bianche, e la preoccupazione la mangiava viva. Gli prese la mano, ma lui la ritirò, e ogni volta che lo vedeva perdersi dentro se stesso doveva forzarsi a non stringerlo forte a sé, perché questo avrebbe solo aumentato il suo bisogno di fuggire. David, il suo ex, le aveva sempre detto che si preoccupava troppo, mentre lui semplicemente lo ignorava o sminuiva. Trattava Michael come una recluta fallita, gridandogli ordini e, peggio, insulti. Questo prima di smollarli per una sexy agente della Sicurezza Nazionale con una quinta di reggiseno e un master in astrofisica. Quella donna aveva fatto un favore a entrambi. Vivi aveva sposato uno stronzo, ma almeno aveva ricevuto in dono il suo splendido figlio. Perciò, anche se augurava a David un grave caso di disfunzione erettile, non si era mai pentita di essersi innamorata di lui. Era stato il prezzo da pagare per ricevere la cosa più preziosa della sua vita. Michael. Gli prese la mano calda nella sua fredda, cercando di non stringere troppo. Era naturale che fosse così perso nel suo mondo dopo gli avvenimenti della giornata. Lei non aveva neanche iniziato a elaborare quello che era accaduto, ed era un’adulta. Una minuscola ma persistente vocina dentro di lei continuava a ripeterle che forse avrebbe dovuto chiamare il padre di Michael, anche se la sola idea di parlare con lui in quel momento le faceva venire la nausea. Inoltre, lui avrebbe potuto renderle le cose difficili, se avesse voluto. Perciò meglio liquidarlo con una dose di informazioni fredde e cliniche sulle condizioni di Michael e un invito a venirlo a trovare se fosse stato preoccupato per lui. Questo avrebbe dovuto tenerlo a debita distanza. L’ospedale era in pieno fermento. Avevano messo in atto un piano di emergenza e ogni letto che erano riusciti a liberare era stato assegnato ai feriti dell’attacco. Michael era nel reparto ortopedia insieme ad altre persone che riportavano ferite minori. Vivi aveva chiuso le tende intorno al letto, per cercare di ricreare un’atmosfera di privacy, ma c’era molto rumore e la tensione nell’aria si tagliava col coltello. Tutti erano all’erta. L’attacco era finito, grazie a Dio. I terroristi erano apparentemente tutti morti. Le forze dell’ordine stavano ripulendo la zona cercando civili ancora vivi e potenziali inneschi esplosivi. La tenda si aprì e l’infermiere entrò trascinandosi dietro un’asta per flebo. «Come sta questo piccoletto?» Era un ragazzone muscoloso con un viso tondo e sorridente e una voce tonante. Michael si voltò dall’altra parte. «È esausto.» Vivi voleva stringerlo a sé. Non trattarlo come un neonato. «E ci credo. Hai detto che è stato nascosto in un mobiletto nel negozio di giocattoli con i terroristi a pochi passi da lui, e non si sono accorti di nulla?» Vivi riusciva a malapena a pensarci, ma le labbra di Michael si sollevarono agli angoli in modo impercettibile. Era evidentemente compiaciuto che la gente sapesse quanto fosse stato eroico. Ne approfittò. Provò a coinvolgerlo cercando di riportarlo alla realtà. «Oh, sì, è stato davvero molto coraggioso. Vero, Michael? Sei stato lì zitto e buono finché la polizia non è venuta a prenderti, e i cattivi non sapevano nemmeno che eri sotto il loro naso.» Lui annuì piano. L’accenno di interesse nei riguardi della conversazione le tirò su il morale. «Sei un ragazzino coraggioso. Io me la sarei fatta addosso.» L’infermiere gli mise una flebo per reidratalo e ristabilire i livelli di glucosio nel sangue. Le labbra di Michael apparivano secche e screpolate. Se le leccò provocando a Vivi un moto di pietà. «Posso dargli dell’acqua?» chiese all’infermiere che stava scrivendo qualcosa sulla cartella in fondo al letto. Lui annuì. «Certo, ma solo un sorsino o due ogni tanto. Non ci vorrà molto perché si riprenda, adesso che lo stiamo reidratando. Fra un paio d’ore potrebbe essere fuori.» Perché avevano bisogno di liberare i letti il prima possibile… Fece un sorriso triste al ragazzone e lui le poggiò una mano sulla spalla. «Andrà tutto bene. È finita.» Lei provò a non pensare a tutta la sofferenza, ma le immagini continuavano a tornarle in mente con dettagli orribili. La madre colpita e caduta sopra al figlioletto, a cui probabilmente aveva salvato la vita facendo da scudo umano. La posa innaturale dei corpi stesi in cucina. Le gocce di sangue cremisi sulle mattonelle bianche… La nausea l’assalì, ma cercò di ricacciarla indietro. Doveva essere forte per Michael. Come avrebbe potuto affrontare qualcosa di cui non poteva parlare? Non lo sapeva. Doveva ricontattare il dottor Hinkle. Se avesse accettato di vedere Michael, lei avrebbe a sua volta preso in considerazione l’idea di una terapia a lungo termine, a patto che non prevedesse ulteriori risonanze magnetiche. Quella mattina Michael era andato in panico dentro il macchinario e Vivi era assolutamente decisa a non esporlo ad altri traumi. La diagnosi era complicata. I medici non sapevano con certezza se Michael fosse autistico o no. La mancanza totale di risposte aveva reso le decisioni riguardo ai trattamenti e al tipo di istruzione ancora più difficili, ma in qualche modo andavano avanti. A malapena. O almeno, fino ad ora. Non voleva mentire a suo figlio riguardo a quello che era successo. Era importante che sapesse esattamente cosa aveva rischiato e come ne era uscito. Il mondo poteva essere un luogo molto pericoloso. Allo stesso tempo, però, non voleva terrorizzarlo. «Ci sono molti feriti?» domandò lei. Gli occhi dell’infermiere si spensero un momento, poi annuì. «Centinaia di persone con ferite minori. Una trentina in pericolo di vita.» Vivi appoggiò con delicatezza la mano sul gomito dell’uomo e si avvicinò a lui per non farsi sentire da Michael. «Hanno portato qui una donna. È stata colpita e ha perso molto sangue. Aveva due bambini con sè, un bimbo di tre, quattro anni e una neonata. Mi sa dire se è…?» L’infermiere arricciò la fronte. «Mi sa che ho capito di chi parla. L’ultima volta che l’ho vista era in sala operatoria. Provo a indagare e le faccio sapere.» «Grazie.» Sperava davvero che fosse viva. L’idea dei due piccoli che crescevano senza madre era terribile… ma non peggiore di non crescere affatto. L’infermiere passò al paziente successivo. Vivi diede a Michael un altro sorso d’acqua. Lui le strinse forte le dita per un attimo, poi la presa si allentò. Chiuse gli occhi, e il petto prese a salire e scendere con un ritmo lento e cadenzato. Si era addormentato. Lei chiuse gli occhi e recitò una preghiera silenziosa. Poi districò piano le sue dita da quelle del bambino e si alzò. Indossava delle ridicole ciabatte usa e getta blu. Le piante dei suoi piedi erano coperte di piccole lacerazioni, che erano state pulite e disinfettate, e ora iniziavano a pulsare in reazione alla violenza subita. Non sarebbe riuscita a rimettersi i tacchi. Si stirò la schiena e sentì lo scricchiolio delle vertebre che si riallineavano. Aveva bisogno del bagno e voleva sapere le condizioni dei due bambini che aveva salvato. Inoltre, doveva chiamare il suo ex. Allungandosi verso Michael, gli baciò piano la guancia e toccò la fossetta che aveva sul mento, l’unica cosa che aveva ereditato da suo padre. Anche l’agente speciale Jed Brennan ne aveva una. Per un momento, ripensò all’intensità bruciante dei suoi occhi proprio nell’attimo prima di tornare indietro a salvare Michael. Un po’ della tensione si allentò. L’aveva odiato a morte, ma lui aveva mantenuto la promessa e le aveva riportato Michael sano e salvo. Le probabilità di rivederlo erano minime, ma se fosse accaduto, gli avrebbe chiesto scusa. Il suo ex non rispose al telefono quando lo chiamò. Gli lasciò un breve messaggio e risparmiò a entrambi l’angoscia di doversi parlare. Poi andò dall’infermiere e gli chiese se poteva dare un’occhiata a Michael per cinque minuti. Era tutto il tempo che le serviva. Lisciandosi gli abiti, che quella mattina erano parsi così eleganti e ora erano bucati e coperti di sangue, uscì zoppicando dalla corsia. Doveva tornare prima che Michael si svegliasse. *** Pilah giaceva nel letto ascoltando con attenzione. Era stata portata in ospedale dopo che aveva finto un malore nel parcheggio, battendo la testa sul pavimento e procurandosi un’emorragia dal naso. A parte un leggero mal di testa, si sentiva bene. Poteva camminare e avrebbe potuto correre, se avesse dovuto. Il bambino del letto accanto era rimasto chiuso in un mobiletto nel negozio di giocattoli? Li aveva forse sentiti pronunciare il suo nome? O quello di Sargon? Avrebbe potuto compromettere il loro piano di incastrare il governo siriano. Provò a ricordare di cosa avevano parlato, ma l’intera operazione era stata un turbinio di azioni rivoltanti e rumore assordante di spari. Avevano nomi in codice, ma Bazal non era proprio una cima e più di una volta durante la giornata si era sbagliato. Anche il fatto che fosse una donna era un’informazione che non voleva trapelasse. Avevano per caso menzionato il secondo attacco previsto? Sargon Al Sahad le aveva garantito che avrebbe salvato le sue figlie se avesse aiutato con l’attacco al Minneapolis Mall. Ma cosa sarebbe successo se l’avessero catturata? Non ne avevano mai discusso. Si aggrappò con tutte le sue forze alle lenzuola e strinse così forte la mascella che la sentì scricchiolare. Avrebbe ucciso le sue figlie piano e con dolore, se solo avesse pensato che l’aveva tradito. Doveva disfarsi del bambino. Non avrebbe messo a rischio la vita delle sue figlie per quella del figlio di qualcun altro. Il suo cuore iniziò a pompare ferocemente al pensiero di quello che doveva fare. Non aveva una pistola o una bomba. Era più facile uccidere qualcuno quando non dovevi guardarlo negli occhi, o tenergli fermo il corpo caldo mentre lottava per non soffocare. L’immagine di Sabreena, contorta e rotta come una bambola, le passò rapida di fronte agli occhi e cementò la sua risoluzione. I bambini morivano continuamente. A nessuno importava. La donna aveva chiesto all’infermiere di controllare il ragazzino per cinque minuti, poi Pilah l’aveva sentita andare via. Poteva essere l’unica chance, ora che l’occhio d’aquila della madre non vigilava sopra di lui. Non dovreste mai lasciare i vostri bambini incustoditi. L’aveva imparato sulla sua pelle. Se avesse chiuso del tutto le tende intorno al suo letto, avrebbe potuto soffocare il bambino con un cuscino. Sarebbe stato silenzioso e tutti avrebbero pensato a cause naturali, almeno nel breve termine. Lei sarebbe uscita di lì, come se nulla fosse. Alla fine avrebbero sospettato di lei, ovvio… Si morse il labbro. Non voleva che nessuno sospettasse di lei, ma cosa poteva fare? L’infermiere rispose al cercapersone e se ne andò in fretta e furia. Il sudore le bagnò la pelle quando fece penzolare i piedi fuori dal letto. Quando toccarono il pavimento, un’ondata di gelo la pervase. Un lieve capogiro la fece fermare, per cercare di ritrovare l’equilibrio. Nessuno avrebbe saputo che il bambino era stato soffocato fino all’autopsia, che non sarebbe avvenuta a breve, considerati gli eventi della giornata. Aveva chiuso tutte le tende. L’unica persona che poteva averla notata era una donna che era stata sedata perché urlava troppo. Solo l’infermiere che l’aveva curata l’aveva vista in faccia, ma lei era una delle centinaia di facce che si era trovato davanti durante la giornata. Data la confusione generale, nessuno si sarebbe ricordato né avrebbe sospettato di lei, se non fosse andata nel panico. Doveva giocarsela. E doveva essere coraggiosa. La vita delle sue bambine dipendeva da lei. La mano era sulla tenda che la separava dal letto del bambino, quando l’infermiere entrò nella stanza. «C-credevo di a-averlo sentito piangere» disse con la voce rotta. Sprizzava colpa da tutti i pori e le guance le si imporporarono. L’uomo non parve accorgersene. «Renderebbe felice molte persone, se fosse così.» Lei corrugò la fronte. «Non capisco.» L’infermiere si avvicinò e le parlò piano all’orecchio. «È muto. Lo è da anni. Il piccoletto non può parlare.»
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