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3032 Parole
3 «Qualche possibilità che qualcuno crei un diversivo dall’altra parte, così che noi possiamo entrare lì e prendere il bambino?» Guardò Marcos. Accovacciato sulle ginocchia, Marcos si diresse sul retro per parlare col capo. Jed scrutò il centro commerciale e individuò diversi tiratori nelle varie ali, tutti intenti a guardare e aspettare. Che cazzo aspettavano? Vittime? I poliziotti? Babbo Natale? «Credi che siano fondamentalisti islamici?» gli domandò Wright a bassa voce. «Non ne ho la più pallida idea! Potrebbero essere islamici, oppure americani che fanno finta di essere islamici per creare scompiglio. Ne sapremo di più quando identificheremo il tizio morto. Quello che so per certo è che mia madre viene a fare shopping qui di tanto in tanto, e uno di quei corpi a terra potrebbe essere il suo. L’idea che potrebbero spararle con la stessa noncuranza con cui hanno ammazzato tutta quella gente mi fa davvero incazzare.» Sempre a carponi, Marcos arrivò alle loro spalle. «Il capo dice che c’è una squadra pronta a entrare dalla parte nord. Stanno cercando di raggiungere le due guardie di sicurezza ancora asserragliate, così magari ci daranno più informazioni.» Guardò l’orologio. «Dieci secondi.» Jed fece il conto alla rovescia dentro di sé. Dieci secondi sembravano un’eternità. Ci fu un’esplosione e i terroristi scattarono sull’attenti. Tre corsero nella direzione del fuoco, un quarto uscì dal negozio e iniziò a pattugliare il corridoio di fronte a loro, con l’arma alzata. Non appena si voltò, Marcos tirò fuori il coltello e corse verso di lui, prendendolo da dietro e tagliandogli di netto la gola. Wright uscì per coprirlo, scandagliando i livelli superiori con la pistola puntata in alto. Con uno scatto, Jed entrò nel negozio prima che il terrorista ucciso toccasse il suolo. Si fermò un attimo e aprì la porta dell’armadietto. Un paio di enormi occhi azzurri lo fissarono, pieni di terrore. «Sono venuto a portarti via…» Il ragazzino si rannicchiò ancora di più sul fondo dell’armadietto. Poi chiuse gli occhi e iniziò a dondolare su e giù. Il movimento del suo corpo rimbombava contro le pareti del mobile, facendo troppo rumore. C’è qualcosa che devi sapere… la rossa aveva provato a dirglielo. Che testa di cazzo era stato a non darle ascolto. Parlò in modo calmo ma deciso. «Michael. Mi ha mandato tua mamma a tirarti fuori di qui.» Lui smise di muoversi. «Non mi credi?» Il bambino aprì gli occhi. Jed sperò dicesse qualcosa. Dovevano sbrigarsi e uscire prima che gli altri tornassero e iniziassero a sparare. Gli mostrò il distintivo. «Tua mamma ha i capelli rossi come te, giusto? Ma è più carina» scherzò. «Quando si arrabbia strilla forte, vero? E si è arrabbiata moltissimo con me perché non le ho permesso di tornare a prenderti come ti aveva promesso.» Jed deglutì a fatica la saliva che gli si era formata in bocca. «Mi ha sgridato urlando davvero forte. Quindi, credo che abbia un temperamento di fuoco come i suoi capelli, no? Fiammeggiante, direi.» Passionale. Si mandò affanculo da solo per la direzione che stavano prendendo i suoi pensieri, mentre c’erano persone che stavano morendo e lui era lì per salvare un bambino. Eppure, era sempre un uomo e l’adrenalina stava pompando, moltiplicando per mille il suo quoziente di idiozia. Gli occhi del bambino si agganciarono ai suoi. Connesso. Concentrato. Jed l’aveva convinto e non lo avrebbe mollato. «Non credo di piacerle tanto, ma se ti porto fuori di qui, come le ho promesso, forse smetterà di urlarmi contro. Credi di potermi aiutare, Michael?» C’era qualcosa di strano nella testa di quel ragazzino, ma di certo non era stupido. Forse era solo traumatizzato. Jed lo capiva, anche lui avrebbe voluto passare la giornata in modo diverso. Gli tese la mano e lo tirò fuori, stringendogliela appena per rassicurarlo. Il bambino si piegò e tirò su un paio di scarpe col tacco, dal pavimento. «Brennan, muoviti» disse Marcos, che insieme a Wright stava scrutando l’area per coprirlo. Jed strinse forte la mano di Michael e corsero verso il ristorante. Una donna stesa a terra gemette. Wright e Marcos non persero tempo e l’afferrarono per le ascelle trascinandola con loro. Poi, dal nulla, una sfilza di pallottole iniziarono a bersagliare il pavimento dietro di loro. Jed afferrò Michael e si mise a correre. Una volta dentro il ristorante si voltò e vide Wright fermarsi e mirare in alto, sopra di loro. Due secondi dopo si udì un grido e il sibilo del corpo del terrorista che cadeva a meno di tre metri da dove si trovavano loro. Jed coprì gli occhi di Michael e lo forzò a proseguire. Scattarono attraverso la cucina e uscirono dalla porta di sicurezza lungo il corridoio, con Jed in testa, Wright che gli copriva il culo e Marcos che teneva in braccio la donna gravemente ferita. Wright comunicò via radio che stavano uscendo. L’aria fredda li colpì con una sferzata quando alzarono le mani per farsi identificare come i buoni. Un’altra squadra passò loro a fianco, in direzione dell’ingresso del centro commerciale. Marcos consegnò la donna ai paramedici e Jed udì uno strillo acuto che gli bucò i timpani. «Michael!» Sentendo il rumore di qualcuno che correva nella sua direzione, il bambino si preparò all’impatto. La rossa scatenata si era liberata dalla polizia ed era schizzata verso il figlio come un petardo. Per fortuna le avevano tolto le manette. Afferrò il figlio tra le braccia e lo sollevò tenendolo stretto a sé, baciandolo e stritolandolo così forte che Jed si fece indietro. «Sta bene.» Jed ripose la sua Glock nella fondina. Gli occhi azzurri della donna gli stavano dicendo di andare a farsi fottere. A quanto pareva, l’aver salvato suo figlio non era abbastanza per riconquistare punti. Peccato. Michael passò a sua madre le scarpe e Jed notò, per la prima volta, che era scalza e coi piedi insanguinati. «Grazie, agente speciale Brennan.» Rimase sorpreso. Le parole erano dure e rabbiose, ma la donna riuscì a pronunciarle senza soffocare. Chiuse gli occhi per un attimo prima di rimettersi le scarpe. «Prego. E mi spiace di averle mentito, dicendole che l’avrei fatta rientrare…» «Non si preoccupi.» Arricciò le labbra. «Non è il primo uomo che mi mente.» Ahia! Ecco di nuovo lo sguardo letale. Lui alzò le mani in segno di resa. In un altro momento, avrebbe almeno provato a rientrare nelle sue grazie, ma ora c’erano persone intrappolate e dei cattivi che correvano a destra e a manca per la città cercando di ammazzare poveri innocenti. La rossa notò la donna ferita che stavano mettendo su una barella. «Oddio, credevo fosse morta.» Si voltò in fretta e fece un cenno al poliziotto che l’aveva in custodia. Jed non sapeva chi fosse questa rossa scatenata, ma di certo l’autorità non la intimoriva. «Quella è la madre della neonata e del bambino» gridò all’agente, indicando i bambini che lei stessa aveva trascinato fuori dal centro commerciale. Jed si rese conto che quella donna aveva compiuto un atto davvero molto coraggioso, e non c’era proprio nulla di cui doveva ringraziarlo. «Dovrebbero stare insieme.» Il poliziotto annuì e si mosse per sistemare la cosa. Lei si voltò di nuovo verso Jed e Michael si ritrasse dalle braccia della madre con un gran sorriso. Nonostante l’inferno a cui aveva assistito, il piccoletto sembrava stare bene. I flash dei giornalisti iniziarono a lampeggiare e Jed si coprì gli occhi con la mano. «Ma che cazzo ci fanno questi, così vicino. Mandateli via, subito.» Un paio di agenti accorsero nella loro direzione, spingendoli verso una zona di sicurezza. Jed guardò la donna. Madre e figlio si assomigliavano molto, anche se il viso di lei era così bianco che poteva intravedere il blu pallido di una piccola vena sotto la pelle. «Era esattamente dove lo aveva lasciato.» Arruffò i capelli del bambino. «È stato fantastico. Non ha fatto alcun rumore, neanche quando ci hanno sparato addosso.» Il bambino si accese di orgoglio, come una fiamma, ma la donna fulminò Brennan con lo sguardo e aprì la bocca come per mangiarselo vivo. Merda, non era la cosa giusta da dire. Jed alzò un dito per stoppare sul nascere la raffica di rimproveri che si stava per prendere. «Ho promesso al suo super coraggioso figlio che avrebbe smesso di sbraitarmi addosso se fosse uscito da lì dentro e fosse venuto con me.» Lei richiuse la bocca. Poi guardò in basso verso la testolina color carota e inghiottì qualsiasi cosa avesse in mente di dire. «Davvero?» Michael annuì in fretta, ma le spalle iniziarono a tremargli. Eccolo, lo shock stava finalmente sopraggiungendo. I bambini avevano una straordinaria capacità di ripresa, ma di sicuro quelle creature avrebbero avuto bisogno di un supporto psicologico, perché ci sarebbero state delle ricadute nel breve termine. «Bene.» Pareva distrutta. «Smetterò di urlarle addosso, allora. Possiamo andare adesso?» L’idea di non rivederla mai più gli sembrò pessima, ma si trovavano in una situazione altamente pericolosa che coinvolgeva spietati terroristi, e non era il momento di chiederle il numero o fare programmi per un caffè insieme. «Dobbiamo parlare con entrambi riguardo a quello che ha visto o sentito quando era chiuso lì dentro. Come si chiama?» «Veronica Vincent, ma tutti mi chiamano Vivi per via delle mie iniziali.» Le si inumidirono gli occhi, e il bambino si guardò le scarpe sporche. «Non potremo dirvi nulla di più di quello che già sapete.» «Non capisce» le disse lui a bassa voce. «Michael ha passato del tempo in quel negozio insieme ai terroristi. Forse ha visto o sentito una conversazione che potrebbe sembrare insignificante per lui ma cruciale per le indagini.» «No, è lei a non capire.» Prese in braccio suo figlio, che si rannicchiò col naso nascosto sul suo collo. «Ho provato a dirglielo prima, ma facevo un po’ fatica da stesa a terra ammanettata.» Quegli occhi sputavano rabbia e recriminazioni. «Michael non parla, agente speciale Brennan. Non scrive e non sa fare la sua firma. Perciò, mi spiace, ma non può aiutarvi. Inoltre io ho già rilasciato la mia deposizione a quell’affabile poliziotto laggiù.» Voltò la testa verso il tipo che l’aveva ammanettata. «Possiamo andare, adesso? Vorrei portarlo in ospedale per un controllo.» La bocca di Jed si seccò. Annuì. Lei si voltò, ma non prima che lui cogliesse un velo di angoscia sui loro volti. Perplesso e frustrato, non ebbe neanche il tempo di chiedere spiegazioni. Suo figlio non parlava? Mai? Merda. Si grattò la fronte e si diresse verso il centro di comando. Ora doveva tirare fuori il resto di quella gente da là dentro. La rossa e il figlio non erano un suo problema. *** I compagni di Pilah corsero verso il punto in cui le autorità avevano lanciato la granata stordente. I poliziotti stavano iniziando il loro attacco. Lei si staccò da loro, si voltò e vide Jamal venire colpito e cadere dalla galleria superiore. Tre, no, quattro figure stavano scappando dentro il ristorante, dove c’era un’uscita di sicurezza. Guardò l’arma che aveva in mano e prese una decisione. Ora o mai più, e lei non era pronta a morire. Corse verso il corpo di Jamal, pulì velocemente dalle impronte l’arma che le avevano dato e la lasciò cadere accanto all’uomo. Aveva delle ferite tremende e le si rivoltò lo stomaco. Ma aveva visto così tanta distruzione e morti violente negli ultimi anni che ormai le registrava a malapena. Jamal non era qualcuno a cui voleva bene, anzi, non gli era neanche mai piaciuto. I federali avrebbero potuto rintracciare il telefono usa e getta che aveva usato, perciò ripulì anche quello strofinandolo contro la coscia e lo mise nella tasca di Jamal. Nuovi spari le fecero fretta. Corse verso il negozio di vestiti di fianco al ristorante e prese un paio di pantaloni, una camicia, un maglione e una giacca. Portò tutto dietro il bancone e rimosse gli antitaccheggio e le etichette, gettandoli nel bidone. Si tolse gli stivali e gli abiti, rimanendo in mutande. I rumori degli spari si avvicinavano sempre di più. I piedipiatti avrebbero fatto irruzione molto presto. Indossò veloce i nuovi vestiti e infilò i suoi sotto alla cassa, insieme al foulard che le copriva i capelli. Infine, prese lo sterilizzante per mani dal bancone e se lo passò sulla pelle, sperando di eliminare i residui di polvere da sparo. Afferrò gli stivali e corse a nascondersi dietro un appendiabiti ben coperto, in fondo al negozio. Si allacciò le scarpe e rimase immobile ad ascoltare la battaglia che si stava consumando poco lontano da lei, mentre il cuore le pompava furioso nel petto. L’avrebbero scoperta? Avrebbero sospettato di lei, come parte del gruppo di terroristi? Dopo dieci minuti buoni, intravide una sagoma passare ed entrare nel negozio. Il rumore ovattato dei passi le vibrava nella spina dorsale. Poi udì delle voci e vide un gruppo di gente in fuga precipitarsi fuori dal magazzino. Quando il poliziotto che li scortava le diede le spalle, si mosse veloce e decise di unirsi a loro. Una commessa la guardò, e Pilah si mise a piangere. «Credevo di morire» disse e singhiozzò. La donna le circondò le spalle con un braccio, stringendola forte a sé. Adesso era parte del gruppo. «Lo abbiamo creduto tutti, tesoro, tutti.» Uscirono dal negozio verso i larghi corridoi del centro commerciale, seguendo il poliziotto che li conduceva fuori. Le altre donne ebbero dei conati alla vista del sangue e delle budella sparse in giro. Pilah si coprì il volto con le mani. Jamal aveva compiuto il suo ultimo sacrificio e la sua battaglia era finita. Lo stesso valeva per Razur. Sarebbero stati venerati come martiri, proprio come era successo a suo marito. Ma a cosa serviva? Il suo fantasma era un compagno freddo nel letto e un debole sostituto come padre per le loro figlie. L’immagine di sua figlia maggiore, Sabreena, le balenò in mente. Uccisa dalle truppe governative solo perché si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ecco perché Adad aveva deciso di imbracciare le armi. Vendetta. Ora, però, le altre loro figlie erano intrappolate in Siria, un paese annientato dalla guerra civile, mentre l’Occidente se ne stava a guardare rifiutandosi di agire. Sargon aveva detto che l’obiettivo era dimostrare come l’instabilità interna della Siria potesse sfociare fin dentro il cuore dell’America, e a quel punto gli americani sarebbero intervenuti per forza. Briciole di prove avrebbero puntato il dito dritto contro il governo siriano e forse l’Occidente avrebbe finalmente armato i ribelli, aiutandoli a espellere il brutale tiranno dal potere. Sargon aveva richiesto il suo aiuto, promettendole di crescere le sue figlie insieme alle proprie, in caso le fosse capitato qualcosa, e di portarle al sicuro se avesse raggiunto gli obiettivi prefissati. Be’, li aveva raggiunti, a quanto pareva. Aveva lavorato in un negozio del centro commerciale per mesi e aveva fornito tutte le informazioni necessarie per pianificare l’attacco. Le si strinse lo stomaco. Molte delle persone con cui aveva lavorato oggi erano state uccise. Singhiozzò forte e qualcuno le diede dei colpetti sulla spalla per confortarla. I volti delle persone morte le lampeggiavano davanti agli occhi e singhiozzò ancora più forte. Poi tra quei volti apparvero quelli delle sue adorate figlie e di suo marito. Non doveva finire così. Erano una famiglia normalissima, che conduceva una vita ordinaria e tranquilla. E ora si ritrovava a dover tirare fuori le sue due figlie dalla Siria, lontano dal pericolo. Doveva salvare le sue bambine prima che la vera guerra scoppiasse. *** Sargon Al Sahad sedeva nella sua villa a Rabieh, appena fuori dal centro urbano di Beirut, e ridacchiava guardando le notizie in TV. Aveva già controllato il suo conto in banca e trasferito la prima parte del pagamento su un conto svizzero. Ora era davvero un uomo molto ricco. Certo, ricco lo era già, ma attendeva con ansia la seconda parte del pagamento insieme al lusso di avere il tempo per godersi le sue ricchezze. Si infilò un fico succulento in bocca e ne assaporò la dolcezza, che gli inondò tutti i sensi. Il telefono accanto a lui sul divano suonò. Aspettava quella chiamata. «Ottimo lavoro» disse la voce senza presentarsi. Sargon si pavoneggiò. «Non ti avevo detto che potevo farlo?» «La tua gente sospetta qualcosa?» La voce dell’uomo era profonda e pregna di un immenso potere. Sargon bramava quel tipo di potere. «Credono tutti che stiamo cospirando contro il regime così che l’Occidente intervenga, il che suppongo sia vero. Nessuno sospetta altro. Il nostro segreto è intatto, come promesso.» Siriano di nascita, Sargon era stufo marcio di vedere il suo paese sistematicamente distrutto dall’interno. Nel bene o nel male, la sua terra natia sarebbe stata ripulita del vecchio regime e pronta per essere ricostruita. E quando la guerra sarebbe terminata, era intenzionato ad assumere un ruolo di rilievo sul fronte politico. Fino ad allora, avrebbe passato il suo tempo in Libano, anche se la gente che aveva reclutato negli Usa pensava che lui stesse ancora combattendo in prima linea. Un sotterfugio necessario. «Basta che gli americani non sospettino da dove proviene realmente l’attacco.» Il nemico del mio nemico è mio amico. «Sarebbe una condanna a morte per entrambi» convenne Sargon. L’uomo sospirò. «È tutto a posto per la seconda parte del piano?» Un velo di sudore gli coprì la schiena, e il sottile cotone della camicia si incollò alla pelle. Questa era la parte che lo rendeva nervoso. Era un complotto molto ben organizzato, ma che poteva crollare da un momento all’altro. Pregò che tutto funzionasse come doveva. «Non preoccuparti, amico mio.» Se il suo coinvolgimento in tutto questo fosse venuto a galla, sarebbe diventato l’uomo più ricercato del pianeta. Non voleva né la fama di Bin Laden né fare la sua fine. «Entrambi abbiamo troppo da perdere perché il piano non vada in porto. Nessuno ci assocerà all’attacco. Le prove puntano altrove.» Nulla poteva ricondurli a lui o ai suoi potenti alleati. «Non ti contatterò più» disse l’uomo. Sargon rimise il telefono sul tavolo e si alzò piano. Tempo di muoversi. La gente pigra non viveva abbastanza da diventare vecchia, e Sargon aveva intenzione di diventare molto, molto vecchio. *** La neve oscurò la vista di Elan, rendendogli difficile la visuale dalla sua posizione sul tetto di un palazzo di assicurazioni, a mezzo chilometro dal Minneapolis Mall. Il centro commerciale era circondato da veicoli d’emergenza. La gente correva per le strade, cercando di allontanarsi dal caos e dal pericolo. Come nel suo paese, ma le persone qui parevano non accorgersene. Degli elicotteri ronzarono sopra la sua testa; rischiavano parecchio, col tempo che preannunciava una tempesta artica. Nelle strade sotto di lui, le ambulanze andavano a sirene e luci spiegate, mentre attraversavano gli incroci con un senso di impellente urgenza. Fino ad ora, tutto stava andando secondo i piani, ma non era così stupido da affidarsi alla fortuna cieca. Un elicottero virò e puntò nella sua direzione, tornando verso l’aeroporto. Si nascose nell’ombra. Il fiato si condensò sul binocolo, costringendolo a pulirlo. Aveva il cuore pesante. La vita era preziosa, ma la posta in gioco era troppo alta per perdere il controllo. Aveva ordini da eseguire: osservare, controllare, e ripulire qualsiasi casino che potesse ricondurli a loro. Era bravissimo a ripulire i casini degli altri.
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