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Vivi chiuse piano la porta scorrevole dell’armadietto, lasciando un minuscolo spiraglio, così che Michael non sarebbe rimasto completamente al buio. Nessuno lo avrebbe visto a meno che non avesse aperto l’anta. Soddisfatta, sbirciò da sopra il bancone.
Il centro commerciale era avvolto da un silenzio inquietante, come se tutte le persone intrappolate lì dentro stessero trattenendo il fiato, nascoste. Nessun segno degli attentatori. Si immaginò, con orrore, un cecchino fermo in attesa che la gente provasse a fuggire. Le giostre lampeggiavano ancora di mille colori, ma erano immobili. Guardò le montagne russe in lontananza. Se avessero fatto un giro, come voleva Michael, ora probabilmente sarebbero morti. Le tremarono le gambe mentre realizzava l’intera situazione. Aveva visto queste cose nei telegiornali, ma non si sarebbe mai aspettata di trovarcisi nel mezzo, specialmente non con suo figlio.
C’erano piccoli gruppetti di persone rannicchiate che si nascondevano nei vari punti del negozio. Incontrò gli occhi terrorizzati di un uomo di mezza età che stringeva una bambina al suo fianco, e sembrava supplicarla di aiutarli, ma cosa poteva fare lei? Non era addestrata e non aveva armi. Gli rispose comunque con un cenno del capo. Avrebbe tentato il possibile per portarli fuori di lì.
Dalla posizione in cui si trovava, sfruttò il riflesso di alcune vetrine dei negozi di fronte per controllare se arrivava qualcuno. S’immobilizzò quando scorse uno di quegli uomini aggirarsi a poca distanza in cerca di vittime, lungo il corridoio. Il bimbo sul pavimento di fronte a lei iniziò a sgambettare cercando di liberarsi dal braccio inerme della madre. Gli occhi di Vivi guizzarono di nuovo sul cecchino. Lui entrò in un negozio, e lei si fece coraggio e si mosse. Un rumore assordante di spari si diffuse nell’aria dal posto in cui era entrato. Non pensarci. Corse verso il bambino, lo trascinò via da sotto la madre e lo prese in braccio. Si voltò un attimo, e vide che nella carrozzina c’era la neonata, tutta infiocchettata di rosa, che la guardava con gli occhioni spalancati e un gran sorriso.
Oh, merda. Non poteva lasciare lì quella creatura.
Vivi fece scendere il bambino sul pavimento e lui le si aggrappò alla gamba. Alzò le copertine per slacciare le cinture che tenevano la bambina. Le tramavano le mani e non riusciva a far scattare le dure fibbie di plastica. Lanciava continue occhiate per vedere dov’era l’uomo. Ancora altri spari. Il sangue le pulsava nelle orecchie così forte che sentiva solo il battito del suo cuore. Finalmente la liberò e la prese in braccio. Afferrò la mano del bambino e lo incitò a correre verso il negozio di vestiti di fronte a loro.
Scrutò velocemente l’interno. Era vuoto, il che forse indicava che c’era una via di fuga. Si diresse verso i camerini. La porta del magazzino era chiusa a chiave. Lei bussò piano. «C’è nessuno? Ho due bambini con me, fatemi entrare.»
Nessuno rispose da dietro la porta e il peso della paura la colpì come un’ondata. Fanculo. Certo, non poteva biasimarli per non voler rischiare la loro pelle, ma…
La piccola si accucciò contro la sua spalla e iniziò a gorgogliare. Le si strinse il cuore al pensiero di sua madre e di tutte le altre persone che erano già morte in quella crudele e inutile perdita di vite umane. Chi erano quei tre mostri? Cosa volevano?
Il pensiero di aver lasciato Michael la stava logorando al punto che faticava a reggersi in piedi, ma doveva farsi forza. Era nascosto e sarebbe stato al sicuro finché lei non avesse trovato una via di fuga. Stare in un posto angusto e stretto lo confortava, anzi più era stretto e meglio era. Ma se gli fosse accaduto qualcosa? O a lei? Dubbi e incertezze si accavallavano nel suo cervello, e il cuore iniziò a pompare così forte che temette di stare per avere un infarto. Si costrinse a calmarsi. Respiri yoga. Non lasciare che questi bastardi ti spaventino a morte.
Aprì tutte le porte non chiuse a chiave del negozio, ma erano solo sgabuzzini. Non c’era via di fuga. Tornò all’entrata principale e si accucciò dietro a una barra appendiabiti. Il bimbetto stava abbarbicato a lei e si muoveva come una terza gamba. Gli passò una mano tra i ricci. Povera creatura, sarebbe rimasto traumatizzato a vita.
Usando il riflesso nello specchio, scrutò di nuovo il corridoio. Non c’era nessuno in vista. Si infilò nel ristorante lì accanto e si nascose. Era poco illuminato, con molti angoli bui. Forse era un buon posto per nascondersi, ma non vedendo nessuno sperò di nuovo che ci fosse una via di uscita da quell’incubo infernale. Nel caso, sarebbe corsa a riprendere Michael.
Premette la piccola contro la sua spalla, lanciando occhiate in ogni angolo prima di andare avanti. Raggiunse la cucina e fu colpita da uno strano mix di odori. Cibo bruciato sui fornelli e odore di morte violenta.
Tre corpi giacevano a terra contorti. Oh, no.
Si voltò, prese in braccio il bambino sull’altra spalla e scavalcò i corpi per andare in fondo alla cucina vicino a due enormi celle frigorifere.
Dove diavolo erano i poliziotti?
La sensazione collosa del sangue sui suoi piedi inguainati dalle calze le fece venire i conati. Le braccia le dolevano per il peso dei due bambini, ma strinse i denti e andò avanti. Intravide una porta con su scritto «USCITA ANTINCENDIO». Eccola!
Il click metallico di un’arma la raggelò e la fece voltare piano. L’uomo che l’aveva buttata a terra prima le stava puntando in faccia un fucile da assalto, nero opaco. Strinse forte a sé la piccola e mise a terra il bambino, cercando di spingerlo dietro le sue gambe.
Il killer era alto, più di un metro e novanta, aveva fattezze arabe e piccoli occhi duri color ebano su un viso tondo che non dimostrava più di trent’anni. La sua pelle olivastra non era sudata. Nessun segno visibile di rimorso.
«Perché lo fai?» gli domandò.
Lui allargò le narici.
Glielo chiese di nuovo, in arabo.
Gli occhi dell’uomo si spalancarono e poi passarono in rassegna i capelli scoperti di Vivi. Lo vide inspirare profondamente e sapeva che avrebbe sparato una volta liberato il respiro, perciò si lanciò a terra dietro il bancone della cucina. Provò a fare da scudo al bambino, che cominciò a piangere per l’improvviso balzo e per il rumore sordo di pallottole che bucavano il muro davanti al quale si erano trovati solo due secondi prima. Le pallottole presero a seguirla, mentre il killer si avvicinava. Lei inciampò, là dietro, mentre trascinava i bambini per gli abiti, come dei sacchi, cercando di fuggire. Il nylon delle calze la fece scivolare sul pavimento coperto di sangue. Cadde scomposta e provò a rimettersi in piedi artigliandosi al pavimento. L’uomo arrivò dietro l’angolo del bancone e lei chiuse gli occhi e si preparò a morire. Invece, udì un suono soffocato e altri spari colpire il metallo intorno a loro, mancandoli. Il silenzio che seguì era rotto solo dai respiri affannosi. Aprì gli occhi, ma non vide nessuno.
Rimase immobile, insicura di quello che era successo.
«È morto, puoi uscire.» La voce era stranamente familiare.
Si rimise in piedi e vide l’uomo che prima l’aveva aiutata a rialzarsi. Dal coltello che aveva in mano colavano gocce di sangue color cremisi sul pavimento. Il terrorista giaceva a terra agonizzante, ai suoi piedi. Le si rivoltò lo stomaco, il sollievo che lottava contro la paura. Il suo salvatore afferrò il fucile del killer e gli frugò i vestiti per cercare altre armi e munizioni, che si mise in tasca.
«Grazie. Di nuovo.» La voce di Vivi era roca come se avesse la gola piena di sassi. Se non fosse stato per lui, lei e quei bambini sarebbero morti.
Lui fece un cenno col capo. «Agente speciale dell’FBI Jed Brennan al suo servizio.»
Non era solo attraente, adesso era anche un supereroe.
«Molto lieta di fare la sua conoscenza, agente speciale Brennan. Ci ha appena salvato la vita.» La piccola iniziò a piangere e lei la fece sobbalzare lievemente e le baciò la fronte. Si diresse verso l’agente dell’FBI. Adesso poteva andare a prendere Michael e sarebbero finalmente usciti da quell’incubo. Gli porse la bambina, lui gliela ripassò.
«Non capisce» gli disse. «Io devo andare a prendere mio figlio. L’ho lasciato nascosto dentro un armadietto dietro le casse del negozio di giocattoli.»
Lui si accigliò, confuso. «E questi chi sono?» le chiese, indicando i bambini.
«Li ho trovati fuori. La loro madre è morta.» La voce le si strozzò. Provò di nuovo a dargli la bambina ma lui fece un passo indietro. Okay, ora era meno supereroe e più ufficiale delle forze dell’ordine, un’altra tipologia di uomo con cui aveva avuto a che fare in passato. Non osò alzare la voce per non attirare attenzione, ma era disperata. «La prego. Devo portare il mio bambino fuori di qui. Ci sono altre persone.»
«Quanti?»
«Almeno una quindicina, forse venti solo in quel negozio. E ci sono molti bambini.»
Al suono di passi che correvano nella loro direzione, il tizio dell’FBI li spinse dietro di sé e si accucciarono tutti dietro il bancone. Il signore di mezza età che aveva visto prima nel negozio di giocattoli irruppe frenetico in cucina seguito da un lungo corteo di gente che gli correva dietro. Si bloccarono tutti quando videro l’agente Brennan con in mano una pistola.
«Tranquilli, è dell’FBI» li rassicurò lei.
Le facce di quei poveretti si rilassarono un istante, ma il terrore per la situazione era tutt’altro che svanito. Non erano affatto al sicuro.
Lei scrutò la folla e si accigliò. «Dov’è mio figlio?»
L’uomo dai capelli grigi fece un passo in avanti. «Ho provato a farlo uscire ma non c’è stato modo di farlo muovere.»
Il cuore le si schiantò. Oh, no. Gli aveva fatto promettere di non muoversi.
«Dobbiamo uscire di qui.» L’agente Brennan parlò piano, ma era chiaramente un ordine. Aprì la porta dell’uscita antincendio e guardò fuori nel corridoio. «Da questa parte, veloci. Tenete le mani alzate in caso ci siano poliziotti. Potrebbero pensare che siete parte della banda. E tenete gli occhi aperti per eventuali cecchini.»
Vivi provò a passare la piccola a un’altra donna, ma la bambina non la mollava e anzi iniziò a piangere più forte.
«Cosa sta facendo?» le chiese impaziente l’agente. Quegli occhi color cioccolato ora erano neri come la pece.
«Devo andare a prendere mio figlio. Gliel’ho promesso.»
«Se continua a piangere ci mette tutti in pericolo.» Lo sprazzo vivido di intelligenza nei suoi occhi le ricordò Michael. «Facciamo uscire tutti e poi torneremo a prenderlo, okay?» Tentò di mettere un po’ di calore e dolcezza nella voce.
La stava manipolando, e lei lo odiò per questo. Non la bevve, ma l’idea che quei mostri li trovassero per colpa della bambina che piangeva tra le sue braccia era qualcosa che non si sarebbe mai perdonata. «Non può capire, agente. Mio figlio non si muoverà mai senza di me.» Cercò di calmare la bambina sulla sua spalla. «Perciò, se mi sta mentendo…»
«Non mento mai alle belle donne.» Il brevissimo accenno di sorriso non era un complimento, era più un muovi il culo prima che te lo faccia muovere io.
Non era intimidita, l’unica cosa che le interessava era portare fuori Michael sano e salvo. Aprì la bocca per protestare, ma fu spinta dalla calca. Il bambino si aggrappò di nuovo alla sua gamba, e lei lo tirò su in braccio anche se pesava come un macigno. Le bruciavano i bicipiti. Si ritrovò stipata in mezzo a tutta quella gente terrorizzata, mentre correvano lungo il corridoio verso il parcheggio sotterraneo. Fanculo. Digrignò i denti. Okay. Avrebbe portato fuori questi e sarebbe tornata dentro per prendere il suo bambino. Cinque minuti al massimo. Ti prego, Dio, tienilo al sicuro finché non torno. Il suo corpo tremò per lo shock e lo sforzo, ma si dovette concentrare sui bambini. Poi sarebbe tornata e avrebbe salvato Michael.
Un’ondata di aria fredda li colpì quando arrivarono nel parcheggio. I suoi piedi nudi si gelarono immediatamente contro il cemento impietoso. Jed Brennan fece dondolare l’arma che aveva preso al terrorista e mostrò il distintivo.
Vivi sentiva che le braccia stavano per cederle. Si alzarono grida e alcuni uomini in uniforme nera li radunarono verso un cordone di sicurezza. I poliziotti li tenevano sotto tiro e ordinarono loro di mettere le mani dietro la nuca. Ma non lo capivano che erano le vittime? Entrambi i bambini iniziarono a piangere quando qualcuno glieli prese dalle mani. Ora erano al sicuro e potevano fare tutto il rumore che volevano, anche se il suono di quei pianti disperati le spezzava il cuore. Sperava che avessero una famiglia amorevole che si prendesse cura di loro.
Si voltò verso Jed Brennan e lui la stava guardando con quegli occhi attenti, neri come la notte.
«Andiamo a prendere mio figlio, forza» lo incitò.
Un poliziotto la spinse verso gli altri, ma lei rimase ferma e protestò. «Questo agente dell’FBI mi ha detto che una volta portati fuori quei bambini, sarei potuta tornare a prendere il mio.»
«L’agente non è al comando delle operazioni, e nessuno che non sia delle forze dell’ordine rientrerà lì dentro, signora. Lei stia qui, finché non l’avremo identificata.»
«Agente speciale Brennan!» si mise a gridare. Lui stava parlando con qualcuno che sembrava avere il comando delle operazioni. La guardò con un’espressione vuota, e poi le voltò le spalle. Non era più attraente. Era solo un altro tizio che le aveva mentito per ottenere quello che voleva, e poi aveva sputato sulle promesse fatte.
Gridò più forte. «Ha promesso che sarei potuta tornare a prendere mio figlio!» Le montò una rabbia cieca, mentre tentava di eludere i poliziotti di guardia. Un attimo dopo si ritrovò a terra, col mento sull’asfalto bagnato e sporco, mentre veniva ammanettata. «Mi ha mentito. Se succede qualcosa a mio figlio io… fermi aspettate!» disse sibilando di rabbia al poliziotto che la stava maltrattando. «C’è una cosa che deve sapere di Michael!» Crollò, perché se gli fosse successo qualcosa niente avrebbe avuto senso. Brennan la guardò di nuovo, mentre il poliziotto la tirava su da terra e la spingeva lontano dalla porta del centro commerciale. Lei non staccò lo sguardo da quello dell’agente dell’FBI, neanche quando inciampò e cadde. «Lo faccia uscire, la prego. O giuro su Dio…»
***
Jed non riusciva a togliersi di dosso il senso di colpa, né il pensiero della rossa isterica, neanche mentre cercava di concentrarsi sugli aggiornamenti del comandante della squadra d’assalto. Il fatto che le avesse mentito per farla uscire da quell’inferno non avrebbe dovuto disturbarlo, ma aveva lasciato suo figlio là dentro, e il bambino era in estremo pericolo. Quel pensiero gli faceva contorcere le budella.
Non pensarci. Non lasciare che l’empatia per le vittime ti annebbi la capacità di giudizio. Le parole che gli aveva detto il suo capo erano un ottimo consiglio. Cristo, ci stava provando.
I terroristi avevano preso il centro sicurezza prima di attaccare e tutte le telecamere erano state disattivate, perciò non c’erano occhi all’interno del centro commerciale, a parte un paio di guardie di sicurezza armate, bloccate nell’area nordovest, e dei civili intrappolati che twittavano coi poliziotti per farsi aiutare. Era stato detto loro di stare lontani dai social in caso anche i terroristi li tenessero sotto controllo. Non era un’idea geniale condividere col mondo la tua posizione geografica mentre un gruppo di terroristi armati fino ai denti tentava di ucciderti. Si parlava già di molte vittime e almeno sette terroristi, se non di più. Due per piano e uno che vagava nel centro di transito con un fucile d’assalto, aspettando che la gente provasse a scappare o gli agenti a entrare. Molte persone erano uscite. Molte altre erano ancora intrappolate, come il figlio della rossa. Il suo nome era Michael, a quanto pareva, visto che la madre non aveva smesso un attimo di gridarglielo contro.
Il fatto che avesse ucciso uno di quegli stronzi iniziò a farlo stare un po’ meglio, in quella che era diventata una delle peggiori giornate della sua vita… e lui di tipi tosti da combattere ne aveva incontrati. La rossa gli gridò ancora qualcosa e un poliziotto l’abbrancò. Lui aprì la bocca per dirgli di andarci piano, quando incontrò lo sguardo della donna.
Odio e disperazione trasudavano da tutti i pori. Le aveva mentito per farla uscire di lì, ma ora il suo bambino era intrappolato nel mezzo di una sparatoria sanguinosa che sarebbe diventata, a breve, molto peggio. Merda.
Poteva reggere l’odio, ma era la disperazione nei suoi occhi blu scuro che gli rivoltava lo stomaco. Come la certezza che se non fosse stata trattenuta con la forza, sarebbe corsa nella zona di morte armata solo della sua lingua affilata e di un paio di enormi palle, e avrebbe provato a salvare suo figlio da sola.
Perché è questo che fa un vero genitore. La voce dentro di sé era quella di suo padre.
«La scongiuro, Brennan, lo porti fuori di lì, la prego» gridava come un’ossessa.
Lui deglutì a fatica e annuì.
Il tizio della squadra d’assalto lo guardò come se fosse un idiota.
«Devo rientrare.»
«Non abbiamo bisogno di eroi morti.»
«Tu non hai visto i corpi di tutta quella povera gente che è già stata uccisa. Non vogliono ostaggi, vogliono sangue.» Si grattò la nuca. «Io torno lì dentro.»
«Non da solo.» Il capitano lo guardò nello stesso modo in cui lo guardava il suo capo quando pensava che stesse facendo qualcosa di stupido, poi disse qualcosa nel suo microfono.
Jed si raddrizzò e si piantò davanti a lui con le gambe aperte. «Sono addestrato per le squadre speciali d’assalto. Sette anni nell’FBI e prima nell’esercito… cecchino professionista. Dammi degli uomini e inizieremo a pareggiare i conti, proteggendo i civili.»
Gli occhi del capitano guizzarono verso la donna ammanettata. «Che cosa le è successo?»
«Ha lasciato suo figlio nascosto in un mobiletto nel negozio di giocattoli, mentre cercava una via di uscita. Le ho promesso che saremmo tornati a prenderlo insieme, e si è appena resa conto che le ho mentito.»
Il tipo sospirò. «Hai fatto quello che dovevi per portarla fuori di lì.»
«E ora tornerò a prendere suo figlio, come le ho promesso.» Jed resse sguardo fermo dell’uomo. «Dammi un paio di uomini, se no rientrerò solo.»
L’espressione del capitano sembrò quasi divertita. «Ti darò due uomini, ma solo perché avevo già pensato di farlo. Tu sarai di supporto. Ora andate, e provate a tirare fuori il ragazzino vivo.»
Jed annuì. Sapeva che non avrebbe dovuto fare promesse che non poteva mantenere, ma non sopportava di vedere la feroce passione materna sul volto della donna, senza almeno provarci. «Grazie.»
Lo sguardo del capitano si posò di nuovo sulla donna furiosa che stava lanciando sguardi d’odio a entrambi. «Non sperare di riuscirci con quella, ragazzo.»
Jed sbruffò una mezza risata. «Scherzi? Ho più chance di aiutare i Packers a vincere il Super Bowl.»
Due agenti armati fino ai denti si avvicinarono a lui. Uno di loro gli passò un giubbotto antiproiettile, un dispositivo per le comunicazioni, un’arma d’assalto carica e una semiautomatica. Jed si preparò e mise altre munizioni in tasca, controllò entrambe le armi e annuì. «Andiamo.»
Gli altri due, Wright e Marcos, fecero strada verso l’ingresso che conduceva all’interno del centro commerciale. Lui si sentiva molto più tranquillo ora, a rientrare nell’inferno con loro due, di quando ne era uscito con tutti quei civili disarmati. Ciò non significava che le cose non si sarebbero fatte più pericolose.
Li condusse all’uscita di sicurezza del ristorante. Si fermò a fotografare l’uomo che aveva fatto fuori prima e mandò la foto via email al suo capo. Una squadra per la gestione delle emergenze stava arrivando.
Wright liberò l’area della cucina e con una telecamera inviò immagini al comandante che così poteva vedere e sentire tutto.
Si mossero piano, verso l’entrata del ristorante. Jed contava i corpi stesi a terra. Tre fino ad allora, senza contare quello del terrorista che lui stesso aveva aiutato ad andare al Creatore. Arrivarono all’ingresso e si accovacciarono dietro una roccia finta. Merda. La carneficina gli fece rivoltare lo stomaco. Uomini e donne giacevano a terra, scomposti, sparpagliati per tutto il centro commerciale sfavillante di luci, con i pezzi di vetro che sembravano diamanti su un letto di sangue rubino.
Non tutti erano morti. Coglieva dei movimenti qua e là. Un respiro corto e affannoso, il tremolio di una palpebra. Ma tutti erano feriti e vulnerabili e, maledizione, stavano soffrendo. Gli montò una furia rabbiosa che ricacciò indietro. Le emozioni non lo avrebbero aiutato. Addestramento e pallottole ben assestate sì.
Vide il negozio di giocattoli, che da lì sembrava vuoto. L’armadietto bianco dietro la cassa era ancora chiuso e non era crivellato dai proiettili. Buon segno.
Stavano per muoversi, quando apparve alla loro vista uno dei terroristi, che camminava avanti e indietro nel negozio. Tutti e tre rimasero immobili. Il tizio indossava un passamontagna arrotolato sulla fronte. Portava dei Ray-Ban e aveva una corta barba nera. Era difficile individuarne i tratti. Wright prese la mira.
«Non sparare» gli mormorò Jed vedendo un’altra figura all’interno del negozio di giocattoli, riflessa sulla vetrina dal lato opposto. Un altro tiratore, e un’altra persona ancora, che sembrava una donna sotto gli abiti larghi e la testa coperta da un foulard. Che fosse una delle famose vedove nere? Parlava rapidamente con gli altri due, ma Jed non riuscì a vederle il viso. Erano tutti e tre armati fino ai denti, e senza dubbio stavano confabulando sui loro sadici piani di battaglia.
La porta dell’armadietto si mosse appena.
«No, piccoletto, non uscire adesso.» Era in mezzo al gruppo di terroristi e l’ultima cosa che voleva era una sparatoria con un bambino al centro.