2

1443 Parole
2Ci volevano anche i vigili “Lei, per cortesia, accosti. Accosti, accosti, prego…”. Ho girato la testa e ho visto la macchina dei vigili che rallentava, lì al mio fianco. La gente andava e veniva, sul marciapiede di via Madama Cristina, ma ho capito subito che si stavano rivolgendo a me anche se per colpa del tram che stava frenando a centro strada non avevo inteso del tutto le parole. La mia solita sfortuna. Fossimo pure in mille, se c’è uno da fermare, per strada, quello sono io. E dire che c’era quel bel sole di giugno, c’era quella luce che rende i contorni nitidi e che mette voglia di tutto tranne che di rompere i coglioni al prossimo... Ma non è così per tutti, forse... “Accosti” ha ripetuto il vigile, sporgendo il braccio destro fuori del finestrino e muovendo la paletta in un senso e poi nell’altro, come le domestiche che tolgono la polvere dai mobili. “Ma se sono a piedi” ho detto. “Accosti e non si muova” ha ordinato quello, con tono più energico. Non avendo nulla da nascondere, ho ubbidito e mi sono appoggiato al muro di mattoni rossi della casa che fa quasi angolo con corso Vittorio, sotto la lapide e il mazzo di fiori di un partigiano ucciso nel ‘45. Pare che quella porzione di muro stimoli la volontà omicida, mi sono detto. La macchina bianca e verde dei vigili si è parcheggiata lì di lato, infilando il muso fra altre due macchine, e ne è subito sceso il re della paletta, alto alto e in divisa, puntando una mano aperta dritto verso di me e tenendo l’altra ben arrotolata sul manganello. Sai che paura, mi sono detto… “Fai attenzione, Rizzo” gli ha gridato il collega, da dentro la macchina. “Tranquillo, Pizzo, so il fatto mio” ha risposto Rizzo. Rizzo e Pizzo, che splendida coppia. Li avranno messi insieme per via dei cognomi? Ma subito dopo ho deciso di prestare più attenzione al manganello tenuto ben saldo sull’impugnatura da Rizzo, che non ai nomi dei miei due nuovi amici. “Ne parli con sua moglie, non con me” ho detto al primo vigile, indicando con un dito il suo vigoroso manganello, tanto per sdrammatizzare e per metterla sull’amichevole. Ma lui l’ha presa male. Ha drizzato il suo duro strumento di seduzione e me lo ha puntato dritto contro il pomo d’Adamo. La gente non sa davvero più accettare una battuta, mi sono detto, e non ho replicato. “L’ultimo che ha fatto il furbo con me è ancora in ospedale, amico” mi ha risposto Rizzo. “Immagino sia il medico che le ha prestato le prime cure… Lui ci lavora, in ospedale, sa?” ho detto, con voce innocente. Allora mio virile nemico ha impugnato il manganello per le estremità, a due mani, e me lo ha di nuovo messo contro la gola, ma in orizzontale stavolta, spingendo adagio in avanti per non farmi respirare. Ma siccome io so dai racconti dei papponi della bocciofila che se stai calmo e inspiri piano con il naso la pressione del manganello sulla gola non blocca il fiato, e siccome so anche che i vigili non possono uccidere le persone fermate, ma fanno i duri soltanto per dovere di ufficio, ho lasciato fare, mi sono tenuto il manganello contro il pomo d’Adamo e ho aspettato, applicando la regola del finto morto, come fanno gli opossum, secondo quel documentario che c’era in televisione tempo fa e che ho visto alla bocciofila. “Il medico servirà a te domattina, dopo che ti avremo lasciato cadere dalla macchina in corsa” ha detto lui, sibilando. Intanto, però, la mia teoria sul respiro dal naso è stata soppiantata dalla dura esperienza. Tutti ballisti, i papponi. Non riuscivo più a respirare. Perciò ho deciso di collaborare. “Non ho fatto niente…” ho detto con la voce di uno a cui abbiano appeso un ferro da stiro allo scroto. “Dove credi di andare, amico?” mi ha chiesto il vigile Rizzo, ignorando la mia documentata arringa difensiva. “Sto andando dal medico” gli ho risposto, sempre con quella voce dovuta all’ipotetico ferro da stiro appeso laggiù, ed era la verità, ma lui ha creduto che mi riferissi al medico immaginario delle frasi precedenti, e ha spinto con più forza il manganello sulla mia gola. “Vedo che hai ancora voglia di giocare, eh, finocchio?” ha detto, ma intanto la gente ha cominciato a radunarsi intorno a noi, avendo cura di stare un po’ alla larga, per prudenza, e allora quel simpaticone ha mollato la presa e ha ritirato a sé lo scettro del suo potere. “Grazie, Rizzo” ho guaito, mentre il ferro da stiro abbandonava la mia coppia di gemelli. “Togliti quel sacchetto dalla testa, subito” ha intimato lui, glaciale. “Cazzo, il sacchetto” ho gridato, “ha ragione, Pizzo... Ecco perché mi avete fermato... “. “Io sono Rizzo” ha risposto Rizzo. “Scusi, Rizzo” ho corretto, subito. Mi ero dimenticato di avere il sacchetto del pane calato sulla testa per nascondere le mie squame... Ai loro occhi, o a quelli di chi ha segnalato loro la presenza nel centro di Torino di un tizio con la testa nascosta da un sacchetto del pane, rappresentavo un pericolo, potevo apparire come un possibile scippatore, rapinatore, sequestratore, terrorista o che so io. E fin qui va tutto bene. La cosa che non mi quadrava, invece, è che avevo camminato per i sette o otto chilometri che separano la bocciofila di Stupinigi, che sta alla periferia sud di Torino, da questo incrocio di centro città senza che nessuno si fosse insospettito e che avesse chiamato i vigili o la polizia, prima di quel momento, o che mi avesse evitato, spostandosi di lato al mio passaggio. Niente, nessuno. Ho incontrato centinaia di persone lungo tutto il percorso, ma nessuno che abbia anche soltanto mostrato stupore o raccapriccio nel vedermi passare. E dire che ho scelto le strade più affollate della città. Sono risalito per un bel pezzo lungo tutto corso Unione Sovietica fino all’ospedale Mauriziano, tenendomi sempre sulla destra. Ho svoltato in corso Dante e ho piegato poi a sinistra, dopo il cavalcavia, in via Madama Cristina, percorrendola di buon passo, fischiettando, fino al suo punto di inizio, in corso Vittorio. E non uno sguardo, non un dito puntato, nemmeno quello dei bambini. Ah, che città meravigliosa è questa, dove tutto diventa subito normale, che passi per via un idiota con un sacchetto in testa o il divo del momento: nessuno che ti dia importanza, nessuno che si stupisca, mai, di niente. Come fosse abitata da gente che ha visto e sentito tutto e non possa più davvero sorprendersi di niente e di nessuno, o che se anche non ha visto e sentito tutto si comporta in modo da non dover sembrare inferiore a nulla e a nessuno, evitando di mostrare la minima emozione, la minima attenzione, qualunque cosa accada. Insomma, come che sia, fino all’incontro con Pizzo e Rizzo è stato come se nessuno si fosse accorto di me. Nessuno tranne il vigile Rizzo, naturalmente, sempre pronto a mostrare la diretta relazione fra il suo cognome e il manganello… “Non fartelo ripetere: togliti quel sacchetto di carta dalla faccia” ha ripetuto, infatti. Non me lo sono fatto ripetere. Ho assunto una posa statuaria, ho poggiato la mano sinistra sul fianco portando la destra in alto, ho afferrato il lembo superiore del cappuccio, ho atteso un attimo per dare solennità al gesto e infine ho tirato su il sacchetto mostrando un sorriso allargato come quello del jolly delle carte da poker. Gli occhi di Rizzo, da piccoli e cattivi che erano, sono diventati di colpo tondi e opachi, come quelli del ragioniere che si rende conto di non poter più trattenere la diarrea mentre è in ascensore con la vicina di casa, giovane e bella. Poi, il mio coraggioso milite è arretrato, riafferrando di nuovo il manganello per le estremità, ma usandolo questa volta come strumento per tenermi distante, come si fa di solito con una croce davanti ai vampiri. Intanto, fra tutti i presenti è corso un mormorio, una specie di grido trattenuto seguito da una coda di piccole esclamazioni e di mani portate alla bocca. Io sono rimasto immobile con il cappuccio di carta tenuto alto sulla testa e ho continuato a sorridere, e intanto gli spazi fra le persone si sono fatti più larghi. A poco a poco, tutti sono arretrati ancora, piano, continuando a guardarmi da dietro le dita delle mani tenute aperte come per doversi riparare da una coltellata. “Tu… Lei... Lei dovrebbe andare da un dermatologo” mi ha sussurrato Rizzo. “Ci stavo proprio andando, dal dermatologo…” gli ho spiegato. “Si copra subito la faccia con il sacchetto e vada, di corsa…” ha aggiunto, balbettando. “Sì, le ho già detto che è quello che stavo facendo” ho risposto. “Ci scusi...” ha mormorato Rizzo, regalando così metà della sua arroganza all’autista della macchina. Prima di rimettermi in cammino, guardando attraverso i fori nella carta da pane ho alzato gli occhi verso la lapide che ricorda il partigiano e ho letto la data di nascita. “A te è andata peggio...” gli ho detto piano.
Lettura gratuita per i nuovi utenti
Scansiona per scaricare l'app
Facebookexpand_more
  • author-avatar
    Scrittore
  • chap_listIndice
  • likeAGGIUNGI