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Il Cardo e la cura del sole

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Trafiletto

Il Cardo che scappa da tutto e da tutti è davvero uno spasso. Una strana malattia della pelle lo costringe dapprima a nascondersi e a rendersi invisibile, e poi a rifugiarsi a Sestri Levante per la cura del sole. Deve guarire al più presto,se vuole ottenere di nuovo i favori di Angela. Ma non è una buona idea smaltire una sbornia in spiaggia, di notte, infilandosi sotto una barca rovesciata, perché al mattino può accadere di risvegliarsi e scoprire di non essere soli... Da quel momento, tutto il mondo sembra dare la caccia al Cardo, che fugge ancora, ricercato per omicidio,braccato e soprattutto riconoscibile per la sua deformità.

Ancora una volta, sarà Ribò a correre in suo aiuto, tra Sestri e Montemarcello, ma la faccenda è seria, perché i morti spesso sono più pericolosi dei vivi... E allora il Cardo dovrà cambiare faccia e abiti, ma l’appuntamento con il destino e con chi lo vuole morto è soltanto rimandato. Così, tra Torino e il Levante ligure, il Cardo compie l’ultimo terribile viaggio con chi ha deciso di fare piazza pulita e di lavare l’orrore del mondo con un fiume di lacrime.

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1Fiorisco “No, Cardo, niente da fare. Sparisci, vai via, curati, fai qualcosa, ma non farti più vedere da me in queste condizioni. Mi fai paura...”. Non riuscivo a crederci... Non era mai successo... Angela non mi aveva mai detto di no. E credo che sia stata anche la prima volta, più in generale, che rifiutava un cliente. “Ma Angela…” ho piagnucolato, “lo sai che ho sempre avuto questo…”. “No, Cardo, così come adesso non l’hai mai avuto...”. Ero nudo, disteso sul mio pallet a pancia in su, già bello e pronto per il buongiorno dopo la ciucca della sera precedente. Angela è entrata senza bussare nel mio rudere abbandonato, secondo gli accordi di poche ore prima, quando le avevo chiesto di passare da me a fine lavoro. Le avevo anche sventolato sotto il naso il biglietto da venti euro che avevo vinto poco prima ad Aldo, il suo pappone. E lei, puntuale, si è presentata all’appuntamento. Una lama di sole radente, entrata con lei, mi ha ferito gli occhi. Si è avvicinata, mi ha guardato piegandosi in avanti, ha lanciato un urlo ed è arretrata, si è negata, e mi ha lanciato in faccia quelle parole... “Ma, Angela” le ho risposto guardando là e non trovando nulla di anormale nelle mie misure, pur amplificate dalla fregola. Lei però non è sembrata convinta. Eppure non era certo la prima volta che mi vedeva ingrifato come un mulo. Al contrario, sono anni che mi concede la sua esperienza, la mattina, in cambio di pochi euro. “No, no, Cardo, niente da fare” ha detto, invece, “sei mostruoso. Stavolta è davvero troppo... Troppo... Devi farti curare, Cardo. Io non ti tocco. Ho anche paura che tu sia contagioso...”. “Contagioso?” ho mormorato, stupito, balzando in piedi, “ma se mi fai sempre lavare il fagiolone, prima; e gli metti tu stessa l’impermeabile alla fragola lavorando in punta di incisivi… Contagioso… E poi nemmeno le tocco le tue colleghe, da anni, lo sai… Mi piaci solo tu”. “La faccia, Cardo, sto parlando della faccia, non del tuo carciofo” ha detto con tono da soldato, e se ne è andata. Sono rimasto lì a pensare, nudo, dritto dritto (devo proprio spiegare la ripetizione?) sul mio amato pallet, che poi potrebbe meritare anche il titolo di letto, dato che gli ho sbattuto sopra, tempo fa, un materasso fregato in discarica. La faccia... Dovevo guardarmi la faccia, secondo Angela. Allora ho cercato uno specchio, ma poi mi sono ricordato che io non ce l’ho, uno specchio, nemmeno nel cesso, e perciò sono uscito così com’ero e ho raggiunto la tettoia degli attrezzi, oltre lo sterrato dell’aia. Mi sono fatto largo tra i mezzi agricoli abbandonati, ho raggiunto l’aratro, mi sono accovacciato vicino alla lama più esterna e ho cominciato a pulirla sputandomi in una mano. E mentre c’ero ho anche pisciato, favorito da quella postura da scimmia che sgrava. Un minuto dopo, sfrega e sfrega, il ferro è apparso lucente sotto la polvere e mi sono visto riflesso in quella porzione di metallo non corrosa dall’aria e dall’umidità. E ho capito. Già, perché lì, bislunga e deformata dalla convessità della lama, ho visto la mia faccia e ho capito perché Angela era scappata terrorizzata. Non riuscivo a credere all’immagine nitida se pure distorta che il metallo rifletteva... Ho guardato e riguardato, toccandomi la faccia con la punta delle dita per fare credere al tatto ciò che la vista non voleva vedere, ma era tutto vero. Era vero... Tra la parte alta della fronte e l’attaccatura dei miei pochi capelli ridotti a cespugli, e anche in mezzo alla testa, fra le chiazze irregolari di alopecia, erano apparse numerose squame bianche, scaglie secche e spesse che cadevano senza rumore se soltanto le sfioravo con l’indice, o che piovevano in briciole diffuse, come parmigiano grattugiato, appena scuotevo un po’ la testa. E ce n’erano altre sugli zigomi, sotto le basette, e sulle sopracciglia, fra gli occhi... Insomma, la lama dell’aratro mi stava restituendo l’immagine di un mostro fiorito che si sbriciola. “Cazzo” ho detto ad alta voce, “ho la lebbra”. E per la prima volta nella mia merdosa vita credo di aver pianto. Ma non per la paura di essermi beccato la malattia definitiva, quella che in pochi giorni ti trasforma in ciccia putrefatta. No, l’idea di crepare non mi spaventa poi così tanto (credo) e nemmeno mi turba, e al contrario semmai mi stupisce il fatto che una persona schifosa come me sia venuta al mondo e ci stia ancora, dato che conduco una vita simile a quella di uno scarabeo stercorario: abito, ma Ribò dice che ci alligno, che non so cosa significa, in questa bicocca cadente, a due passi dalla Palazzina di Caccia di Stupinigi e svolgo le tre sole attività che non mi annoiano, bere la barbera di Aldo come un’idrovora, dare sfogo al cetriolo con grandi rasponi o grazie ai favori di Angela e infine, terzo ma non ultimo, ridere di tutto e di tutti. Lo dico subito: se mi è scappato da piangere, quel mattino, che poi sarebbe soltanto il mattino di tre giorni fa, vedendo nell’aratro la mia faccia trasformata in un intonaco marcio e secco che cade a pezzi, non è stato per la paura di morire, ma per la certezza che Angela non avrebbe davvero mai più voluto saperne di me. E potevo anche capirla... Con quelle squame secche, bianche e grigie sulla faccia, io stesso mi facevo schifo. Angela non si sarebbe mai più avvicinata a me e perciò sarei presto sprofondato nella solitudine del fai da te, nella malinconia del manufatto, per parlare pulito. Ci sono sempre le altre, mi ha detto una vocina sgusciata dal profondo della prostata, mentre piangevo il destino che mi separava per sempre da Angela, ma l’ho subito zittita, la vocina. Se faccio schifo ad Angela, che mi conosce da anni, mi sono detto, posso immaginare la reazione delle altre... Ho pianto e ho lasciato che le lacrime si mescolassero al piscio, nel terriccio. Certo, mi sono detto, cercando di consolarmi con un ragionamento logico, mi rimanevano sempre le altre due occupazioni, bere e ridere, ma non è la stessa cosa, e chi ha un po’ di esperienza nell’arte di puntellare il fior di magnolia lo sa che si beve con gusto e si ride davvero bene soltanto se e quando si ha la coscienza a posto, svuotata, inoffensiva, non ingrossata dalle voglie e non irrigidita dal tempo... Ma con quelle scaglie che mi facevano sembrare un imbianchino su cui qualcuno aveva rovesciato in testa il secchio della calce, non potevo certo sperare di liberare la coscienza facilmente. Quale femmina avrebbe accettato di sfiorarmi, vedendo le mie squame? Sì, lo so, i papponi sono chiari con le ragazze e insegnano loro che il cliente è sempre il cliente, bello o brutto che sia, e che sul lavoro non bisogna fare storie, ma un conto è farsi pacioccare da un ciccione sudato, un altro è rischiare di farsi attaccare il virus della faccia che si sbriciola. Che poi, se uno ci pensa, magari il ciccione sudato ha il morbo di Ebola, ma se da fuori sei liscio e rosa come un prosciutto, nessuno ti dà addosso, mentre invece se hai la pelle schifosa, butterata, se hai le macchie rosse o le squame che si staccano dalla testa, tutti pensano che hai qualcosa di contagioso e ti tengono alla larga con il forcone. Ci deve essere qualcosa di strano e di importante nella pelle, per come viene percepita dagli altri. Ma insomma, da quel momento ero segnato, additato, estromesso dal mondo a causa delle squame sulla mia faccia, oltre che da tutto il resto... Perché se proprio devo dirla tutta, non è la prima volta che mi vedo marcire in questi trenta e fischia anni di esistenza biologica: ho visto i capelli cadere via via a ciuffi lasciandomi squarci pelati sulla zucca; le cicatrici dell’acne, da ragazzo, hanno trasformato la mia faccia in una forma di groviera che ancora oggi fa venire l’acquolina alle pantegane, quando passo vicino alle fogne; ho subito l’assalto delle colonie di insetti piliferi che ormai ospito e proteggo tra le ascelle e l’inguine. Ma la pelle che si stacca a grumi secchi è davvero un’altra cosa. Perché va bene fare schifo, e io su quel piano non ho mai avuto rivali, ma suscitare disgusto e paura di essere contagiati è proprio un altro paio di mutande. La pelle fa paura, è chiaro. O è sana o fa allontanare tutti. Proprio come lo sputo con dentro il sangue. Sono cose che non si tollerano, vai a capire per quale ragione. Una canaglia ben vestita e profumata merita stima e genera invidia, una brava persona (non parlo di me, ovvio) con la pelle a chiazze o con le scaglie bianche sulla fronte fa arretrare le signore, comprese le puttane. Insomma, per colpa delle squame bianche, tre giorni fa stavo per cadere per la prima volta nella mia foruncolosa esistenza in un temibile stato di prostrazione e di dolore. Poi ho ripreso coraggio. Mi sono staccato dall’aratro e mi sono allontanato dalla mia immagine riflessa sulla lama. Mi sono rimesso in piedi sentendo i muscoli delle cosce che bruciavano per lo sforzo e ho cominciato a pensare. Cazzo, io sono il Cardo, mi sono detto, sono primitivo, rozzo, scadente e forse anche scaduto, ma sono ancora io, il Cardo. Ho sempre riso di tutto, io, e ho sempre guardato gli altri con la pietà che meritano i miserabili che inseguono sogni e illusioni, perché io, il Cardo, ho sempre voluto un po’ di meno di ciò che avevo (questa cosa qui di volere meno di ciò che si ha non è che sia facile da fare come dirlo, e per metterlo in pratica ci vuole davvero un fisicaccio della malora). Lo ripeto, per i tonti che hanno bisogno delle ripetizioni: me la sono sempre goduta perché ho sempre voluto meno di ciò che avevo. Fin da ragazzo ho scelto di stare alla larga dai miei simili e ho trascorso gli inverni accartocciato sul pallet aspettando il caldo e ubriacandomi alla bocciofila. Dunque, con questi muscoli del carattere non mi faccio mettere in un angolo da quattro scaglie di parmigiano spuntate all’improvviso sulla mia faccia, tra la sera e la mattina. Ed ecco il seguito del ragionamento che ho sviluppato dopo aver ritrovato fiducia in me stesso e nel futuro: per poter toccare di nuovo le bianchissime e tonde sfere di Angela, tutte e quattro, dovevo semplicemente eliminare le scaglie dalla faccia. Ma non potevo certo pensare di toglierle così, con le dita, anche perché sotto ogni scaglia che si staccava appariva una zona rossa di carne viva, dai confini biancastri, e quei confini rivelavano la capacità di generare nuovi frammenti... Dovevo prendere provvedimenti urgenti, chiedere consiglio, scoprire la causa, trovare l’antidoto. Forse bastava una pomata, uno sciroppo, una supposta, che ne so, ma prima o poi sarei guarito e avrei potuto ridare al mio povero alfiere il conforto e il ricovero che merita. Così, mi sono asciugato l’ultima lacrima, ho scrollato l’arnese e ho pensato a Ribò. Non che lui sia un medico o qualcosa del genere, ma parla poco, e chi parla poco di solito sa le cose. Non riesco ancora a capire come faccia Ribò a essere mio amico, anche se lui ripete sempre che non ha amici, ma soltanto conoscenti. Però, amici o non amici, ogni volta che mi sono trovato nella merda lui si è dato da fare per tirarmi fuori. Lavorava in polizia, tempo fa, alla Scientifica. Adesso ha aperto una agenzia di ricerche d’archivio, persone scomparse, documenti, che ne so. Prima, alla Scientifica, faceva le analisi di laboratorio. Non lo avrei mai conosciuto se una volante non mi avesse fermato, una sera, qui davanti alla cascina, mentre rientravo con il mio vecchio Fiorino scassato e senza targa. Chi ero, chi non ero, domande, perquisizioni. E poi documenti, patente, libretto... Tutte cose che non avevo, ovviamente, e quei due mi avrebbero anche arrestato se non avessero deciso che ero soltanto un povero scemo senza fissa dimora. Poi mi hanno chiesto come campassi e io lì me la sono tirata e ho detto che facevo i trompe-l’oeil. Loro si sono guardati come se avessi rivelato che stupravo le minorenni. Allora ho spiegato che dipingevo le pareti a casa delle persone, che ero capace a dipingere, copiando, questo o quello, prospettive e quadri famosi. Ma mica li ho convinti. E infatti uno di loro ha detto che doveva chiamare Ribò per mettermi alla prova. E lo hanno chiamato, gli hanno detto che avevano per le mani uno che dipingeva sui muri. Lui mi ha fatto un paio di domande secche, lì, al telefono, e tre giorni dopo ero a casa sua, al fondo di via Maria Vittoria, al terzo piano, in un appartamento con le finestre sui Murazzi e con vista sul Monte dei Cappuccini, lì davanti. Voleva che gli dipingessi un camaleonte nella strombatura di una finestra, in modo che sembrasse vero. Ecco, in quei pomeriggi diventammo amici, o meglio, io parlavo e Ribò taceva. E dunque, tornando alle mie squame di tre giorni fa, dopo aver visto la mia faccia ho deciso di chiedere consiglio a Ribò. Sono rientrato nel mio tugurio e mi sono infilato i calzoni di tela tutti macchiati di colore. Ho indossato una camicia che stava in piedi da sola grazie alle placche di scagliola e poi, dato che non potevo certo farmi vedere in giro con quella faccia da lebbroso, mi sono calato sulla testa un sacchetto di carta, di quelli del pane, di colore marroncino. Ho spinto due dita sulla carta agendo dall’interno per ottenere i buchi per gli occhi e sono andato alla bocciofila. Piattola, il barista che si gratta sempre nelle mutande, era appoggiato alla macchina del caffè, con le braccia incrociate sul petto, in attesa di clienti. Non ha mosso una palpebra, vedendomi entrare. Qui da noi, alla bocciofila, ci vuol ben altro che un fesso con in testa il sacchetto del pane per stimolare una reazione. Siamo temprati a tutto, alla bocciofila. Ognuno di noi, soci e clienti fissi della bocciofila, ne avrebbe da raccontare tante, fra cose viste, sentite e inventate, che non basterebbero dieci giorni per sentire tutte le storie, una più sbudellata dell’altra. “Devo fare una telefonata” ho detto a Piattola. “Che cosa hai in testa, Cardo?” mi ha chiesto lui, calmo, riconoscendomi forse dalla voce. “Il sacchetto del pane” gli ho risposto. Lui non ha insistito. Una delle regole non scritte della bocciofila, condivisa e applicata da tutti, è quella del divieto della seconda domanda. La ragione è semplice: se uno ti fa una domanda e tu rispondi in maniera chiara, ebbene, la cosa finisce lì, ma se invece la risposta è incompleta o evasiva allora vuol dire che tu non hai voglia di rispondere, che sono cazzi tuoi, che lui deve farsi i cazzi suoi, cose del genere, e allora diventa evidente che la seconda domanda sarebbe subito inopportuna, a meno che chi ha fatto la seconda domanda non sia un cretino o un poliziotto. Ma qui da noi, alla bocciofila, i cretini e i poliziotti non ci entrano se non per sbaglio (i primi) o per lavoro (i secondi). No, nessun cretino, qui. Papponi, quelli sì, ci sono, e Aldo è il veterano. E poi ci sono gli analfabeti, gli alcolizzati, i solitari, gli idioti, come me. E se un fesso si alza e mi dice che se alla bocciofila ci sono gli idioti la regola che ho appena pronunciato è infranta, allora alzo una gamba e gli piscio nella trachea, al fesso, perché solo un fesso può confondere gli idioti con i cretini. Gli idioti, caro il mio fesso, non sanno niente di niente, è vero, e alle volte non sanno nemmeno il loro nome, ma sono privi di arroganza, liberi da certezze, sforniti di boria. Mentre i cretini come te, fesso che non sei altro, cagano sentenze ogni minuto e guardano tutti dall’alto e sono sempre pronti a correggere gli altri. E di solito fanno la seconda domanda, a differenza degli idioti, proprio perché sono cretini. “Dimmi il numero, te la metto sul conto”, ha detto Piattola, domato dalla mia risposta. Già il numero... Io non ho l’agenda e perciò i pochi numeri che mi servono me li sono scritti addosso con il pennarello. Quello di Ribò lo tengo sul polpaccio. Ho posato un piede su una sedia, ho alzato un lembo dei calzoni e gli ho dettato il numero che lui ha subito composto. “Ribò” ho detto, afferrando il cellulare dalle mani di Piattola e poggiandolo contro la carta del pane in corrispondenza dell’orecchio, “ho la faccia piena di squame bianche che si staccano. Faccio schifo e Angela non vuole più farsi puntellare. Che cosa posso fare?”. “Devi andare da un dermatologo” ha detto lui, pratico. E mi ha dato un numero e un indirizzo, che io ho subito trascritto all’interno del braccio usando la biro di Piattola, quella vecchia bic tenuta insieme con il nastro isolante e appoggiata vicino alla cassa. “Devo fare un’altra telefonata” ho detto a Piattola E lui mi ha strappato di mano il telefono e ha composto il nuovo numero. Mi ha risposto una segretaria e ho preso l’appuntamento per il giorno dopo. “Ragazzi” ha sbraitato Piattola, intanto, volgendo la testa verso l’altra sala, quella delle carte, “il Cardo ha la rogna sulla faccia”. “Sei bello tu” gli ho risposto, e me ne sono andato. “Metti una crema per le emorroidi” ho sentito gridare, mentre uscivo, ma non so se la frase era diretta a me.

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