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1806 Parole
3La cura me la sogno “No, non c’è nessuna cura. Certo, non è mortale questa sua rara forma di dermatite seborroica, ma non si cura” mi ha detto la dottoressa scuotendo la testa e spostando la grossa lente dalla mia faccia. Ogni volta che mi rendo conto di non avere più nessuna possibilità, che sia un medico o una pistola a dirmelo, io di solito non ho reazioni particolari. Anzi, la certezza di non avere più futuro mi tranquillizza, in un certo senso, e ho come la sensazione che le cose stiano andando al loro posto. L’anomalia è la vita, per me, e la mia, in particolare, mi risulta più anomala di tutte le altre. Questa volta però è diverso, perché rischio di restare vivo, ma costretto a girare di nascosto, di notte, o con un sacchetto del pane in testa. E soprattutto temo che mi toccherà vivere senza più poter dare conforto al peperone se non cuocendolo con le mie stesse mani, che va anche bene, ma poterlo affidare ad Angela o a una delle altre puttane di bocca buona se lei proprio si ostinasse a negarsi, è tutta un’altra cosa. “Rimetta pure in testa il suo sacchetto del pane” mi ha detto la dottoressa Vinelli, calma, con quella sua espressione sempre neutra dietro gli occhiali con la montatura rossa. Non si stupisce di niente, quella lì. Del resto, con le foto che tiene appese nel suo studio... Ricordo ancora le didascalie di due o tre: eczema da leccamento (interessante, ma che cosa bisogna leccare per averlo?), fistola anale (poi ho capito...), lebbra di Lucio (cavoli suoi)... La mia pelle, al confronto di quelli, era una buccia di pesca. Ma che la dottoressa Vinelli fosse una tipa tosta l’ho capito subito, fin da quando sono entrato nel suo studio, in via della Rocca. Mi ha accolto lei, in camice bianco e con quei suoi occhiali vistosi. Mi ha lumato e mi ha pregato di entrare, così, subito, tranquilla, senza fare una piega, indifferente al mio sacchetto del pane calato sulla teiera e alla possibilità che potessi avere intenzioni non amichevoli. Ma la cosa robusta è che lei è rimasta ancora più tranquilla, dopo, nello studio medico, quando ha potuto vedere la mia faccia da fetta di formaggio andata a male. “Si sieda lì” mi ha detto, indicando la poltrona del paziente, e ha mosso verso di me un braccio di metallo che terminava con una grossa lente. “Dunque lei è amica di Ribò?” le ho chiesto, mentre curiosava fra le mie macerie. “Amica è una parola grossa, di difficile definizione...” ha risposto lei, sorridendo appena. E grazie a questa risposta ho capito che la dottoressa e Ribò sono senza dubbio della stessa pasta, dato che Ribò, come è noto, sostiene di non avere amici in quanto non riesce a definire la parola. “Vi conoscete, però...” ho insistito, venendo meno al precetto del divieto della seconda domanda. Ma io sono da sempre allergico alle regole e perciò me ne infischio. E poi non eravamo alla bocciofila. “Abbiamo seguito un corso insieme… Un corso di morte apparente”. “Un corso per riconoscere le morti apparenti?” ho chiesto stupito. “No, no, ma che cosa dice? La morte apparente, in gergo poliziesco, è l’azione di chi riesce a non lasciare tracce. In quel corso si imparavano le tecniche usate dai truffatori per rendersi irreperibili, niente carte di credito, niente Internet, niente telefonino, niente telepass... E poi si apprendevano le tecniche che usano i grandi malfattori per non esistere, gente furba e scaltra che non desidera la notorietà, che non sogna di andare in televisione, gente che sa bastare a se stessa...”. “Sarà...” ho commentato, e poi ho aggiunto piano, più per me che per lei: “Ribò non mi sembra il tipo che ne abbia bisogno...”. “Ma Ribò era il docente” ha concluso lei. Volevo ben dire… Intanto, chiacchiera e conversa, alla fine dell’esplorazione la dottoressa mi ha detto che non esiste una guarigione per il mio caso. E ha aggiunto, mentre mi rimettevo il cappuccio in testa, che però forse ci poteva essere un rimedio capace di portare un miglioramento temporaneo... “Spero che non sia quello di diventare astemio” ho implorato. “No, no, stia tranquillo” ha risposto, “non voglio avere morti sulla coscienza…”. Ecco una persona seria, ho pensato. “E allora? Che cosa devo fare? Devo forse smettere con i rasp... Mi scusi... Com’è che dice sempre Ribò? C’entra quel tale... Onan...”. “No, no” mi ha interrotto lei, “può continuare con i suoi giochi solitari come e quando vuole. Il rimedio di cui le parlo è più semplice. Si tratta soltanto di stare al sole, perché i raggi ultravioletti hanno una azione antisettica che contrasta per qualche tempo la produzione sebacea. E poi ci vuole aria di mare per tenere basso il pH della pelle. Insomma, senza metterla sullo scientifico, lei deve andare al mare e stare al sole”. L’ho guardata come se mi avesse detto di andare a confessarmi o di iscrivermi a scuola per prendere la Terza Media. Mi ci vedo, io, in spiaggia... Ho visto in televisione come vive la gente sulla spiaggia... La sola idea di infilare il costume da bagno mi fa scassare dalle risate. E poi mi viene da vomitare al pensiero di stare lì a rosolare come un filetto, in mezzo ad altri fessi che giocano a pallavolo con i piedi nell’acqua, vicino a femmine con quel tanga che le apre in due dal di sotto, tutte prese a spalmare creme e a spostare i capelli... “Io, al mare…” ho balbettato. “Può andare nelle spiagge libere, o sugli scogli, dove non c’è gente” ha detto lei, che deve aver letto e tradotto lo sgomento nei miei occhi, “ma le consiglio di farlo, e di starci almeno quindici giorni, al sole, esponendosi con gradualità, s’intende. E non solo per la dermatite, ma anche per le altre sue numerose...”. Per un attimo le sono mancate le parole, chissà per quale ragione. “Numerose?”. “Numerose patologie, tutte trascurate da anni... L’alopecia areata, ormai irreversibile; l’acne, su cui non c’è rimedio; la psoriasi, che potrebbe tenere sotto controllo con il sole... E inoltre, al mare, magari potrebbe prendere l’abitudine di lavarsi, che non guasta... Giusto per spiazzare un po’ i parassiti che ho notato fra i suoi capelli, e che potrebbero allignare anche altrove, su di lei...”. Ecco di nuovo qualcuno che alligna. Questa volta su di me... “Vede, dottoressa, io non ho la biro…”. Lei ha afferrato una delle due stanghette rosse dei suoi occhiali e ha portato le lenti in avanti, come se non avesse capito bene le mie parole o come se avesse le orecchie negli occhi. “La biro?”. “Già, non ho la biro... E non ho nemmeno il notes. Perciò i numeri di telefono li scrivo sulle braccia e sulle gambe. E sulla pancia, dove capita... Se mi lavo perdo l’agenda”. Ha stretto gli occhi cercando di mettermi a fuoco oltre la linea dello sguardo. “Ribò, in effetti mi aveva detto qualcosa, intorno al suo modo di vivere... Per via di certe sue... Abitudini di vita, diciamo così... Ma non importa, lei adesso è qui per la dermatite, che in questo momento è il nostro obiettivo clinico. Dunque, vada al mare, in un modo o nell’altro, poi torni da me, a fine estate”. La fa facile, lei, a dirmi di tornare. Non ho nemmeno i soldi per pagare questa visita... Adesso salta su un bel casino. Le dirò che mando Ribò a pagare, visto che abita qui vicino, sopra i Murazzi. “Allora, dottoressa Vinelli” ho detto, alzandomi dalla poltrona e unendo poi le punte delle dita per formare una sfera con le mani. Questa posa, dice Piattola, è un po’ da prete, ma di solito trasmette calma e confidenza e placa l’interlocutore irato. Io me la gioco in forma preventiva, la mossa, e spero che trasmetta anche la volontà di fare credito. “Adesso dovrei pagare…” ho mormorato, mantenendo le mani in posa e senza dar l’idea di ficcarne una in tasca. “Lasci stare” ha risposto lei, pronta, “il nostro comune amico Ribò mi ha detto che ci penseremo a fine cura. Vada tranquillo, adesso, vada...”. E mi ha invitato a uscire mentre tornava dietro la sua scrivania per scrivere qualcosa. “Sì, vado” ho balbettato, “e grazie, per adesso...”. “Stia tranquillo, vada al mare. E si rimetta subito il sacchetto del pane in testa”. Sono uscito dallo studio, ma sono rimasto fermo in quello spazio che mi sembra si chiami bussola e che è compreso tra la porta interna, quella con il vetro smerigliato, e la porta che si apre sul pianerottolo. Avevo il cervello pieno di suoni, di confusione, di parole misteriose. Dermatite seborroica, che fa più schifo a dirlo che ad averla. E poi la storia di andare al mare, di lavarmi... E ho cominciato a rimuginare. Io non sono adatto a prendere decisioni, mi sono detto, perché non mi hanno dato la capacità di pensare più in là che non ai successivi cinque minuti. Per prendere decisioni bisogna farsi un’idea di quello che accadrà, di che cosa si vuole fare, bisogna sapere con chi si dovrà parlare... Non sono cose per me. Io sono soltanto capace a perdere tempo, a bere e a dar giù di cetriolo. La sola cosa che so fare è vivere dentro la mia gabbia di felicità istantanea, immediata, fisica. Altro che prendere decisioni. Andare al mare... E come si fa? A chi si chiede la strada? Per pensare al futuro bisogna avere desideri che superino quelli del presente, ma io non ne ho. Nemmeno l’idea di guarire da questa merda seborroica riesce a essere più seducente di quella che mi invita a non fare un cazzo, tornare sul mio pallet a spararmi un raspone o passare in bocciofila a rosolarmi con la barbera al cianuro di Aldo. Non so perché, ma io vivo dentro, proprio dentro, nel cuore della felicità. Mi ci hanno destinato e non so perché. E siccome io ci sono ben dentro già di mio, alla felicità, mi è impossibile darmi da fare per cercarla. Già, dato che sono pienamente e completamente felice non ho bisogno di nulla, non cerco nulla. Non riesco a immaginare qualcosa che vada oltre il mio presente. Ogni pensiero teso in avanti, verso un progetto, anche il più banale, come quello di avvitare la maniglia della porta del mio tugurio mi fa venire sonno e mi annoia, perché mi butta in una dimensione progettuale che non ho, che non conosco, che mi angoscia. E la maniglia resta rotta. Perciò, ho pensato infine, credo proprio che non ci andrò, al mare. Poi, però, dopo meno di un secondo, mi sono tornate in mente le parole di Angela, il suo rifiuto di toccarmi, e ho deciso che non avevo ancora deciso... Ma mentre ero ancora lì, nella bussola, la voce della dottoressa Vinelli mi è arrivata di colpo alle orecchie. “Sì, sono la dottoressa Vinelli, parlo con la ditta Sanifix? Sì, bene, tutto come eravamo d’accordo, mi mandi pure il suo operatore per la disinfezione completa dello studio. Sì, livello massimo, anche di più, se si può. Il suo tecnico è in già in arrivo? Bene, lo attendo, grazie”. Era ora di andare, prima che il signor Sanifix disinfettasse anche me. Mi sono calato ben bene il sacchetto sulla testa e mi sono fiondato in via della Rocca. Ho pensato che sarei andato al mare…
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