5Il mastino ringhioso
“Ma guardi che sul biglietto del treno che sta bucando non c’è la mia foto” ho detto al controllore che mi ha intimato di mostrare la faccia. La signora con il bambino, seduta di fronte a me, ma in diagonale, sui sedili più distanti, ha mosso la testa in segno di assenso. Non ha avuto il coraggio di andarsene, quando sono entrato, anche perché il bambino si è subito messo a ridere vedendomi arrivare con un sacchetto del pane in testa. E ha tentato più volte di far domande, il pargolo, zittite ogni volta sul nascere dalla madre.
“Non è questione di biglietto, signore. Quello è a posto. Ma nessuno può andare in giro con il volto coperto o mascherato, qui da noi. Quindi, o mi mostra la faccia o sono costretto a informare l’autorità”.
Io, per come sono fatto, tendo a stare alla larga dagli esseri umani, perché sembrano tutti dotati della capacità di rompere i coglioni. Non ho mai capito se questa facoltà sia innata o se sia il prodotto della vita sociale, ma purtroppo non serve a nulla saperlo, perché il risultato è comunque che la gente muore dalla voglia di venire a frugare con un bastoncino fra i miei peli, non appena mi vede, da quando sono nato. Ed è per questa ragione che ho dovuto scegliere di vivere nel mio tugurio a godermi una forma di vita più simile alla gioia vegetale che non a quell’altra forma, aggregata, rabbiosa e zannuta degli altri esseri umani.
Ma ho un bell’evitarli, i miei simili, loro mi arrivano addosso lo stesso, mi cercano, mi fiutano, sentono da lontano l’odore di chi si apparta o di chi fa il cazzo che vuole, e allora attaccano. E ti chiedono qualcosa, chi sei, dove vai, cosa fai. Cosa fai? è fra tutte la domanda più idiota e non perdo nemmeno un secondo per spiegare la ragione, perché chi non capisce la stupidità di questa domanda non capirà mai nulla nemmeno del resto.
Insomma, quel mastino del controllore, vedendomi incappucciato e notando la stranezza (a loro non fa paura il pericolo, ma la stranezza: se pensano al pericolo, codardi come sono, nemmeno si avvicinano, ma chiamano la polizia; la stranezza, invece, li eccita e ringhiano e sbavano per eliminarla), ha voluto a tutti i costi esibire la sua forza, sperando nella mia resistenza per avere la scusa di gonfiare lo scroto.
Ribò, però, una volta mi ha detto che non voleva litigare con nessuno perché non voleva avere amici. E allora, io che sono un deficiente, ma che ricordo sempre i buoni consigli, ho deciso di ubbidire subito alla richiesta del mio ringhioso funzionario e mi sono sfilato con eleganza il sacchetto del pane dalla testa.
Il bambino, manco a dirlo, è scoppiato a ridere puntandomi l’indice addosso e gridando:
“Mamma, mamma, guarda, quel signore ha la faccia come quella della bisnonna quando l’hanno tirata fuori dalla bara, l’anno scorso”.
“Zitto, tu non c’eri nemmeno”.
“Me lo ha raccontato papà”.
“Zitto” ha insistito la madre, posando la mano sulla bocca del pargolo e sollevandolo per portarlo fuori di corsa, ma trovando il tempo per bisbigliare al controllore: “E se fosse contagioso?”.
Il controllore non ha risposto, dato che la mascella gli si era abbassata fin quasi al livello della pancia, ma con un gesto deciso della mano mi ha fatto capire che potevo ricoprire le mie squame. Poi si è guardato attorno come per cercare aiuto, ma ormai c’eravamo soltanto noi due, nello scompartimento, e il corridoio era deserto.
“Non sono contagioso, stia tranquillo, signor generale” gli ho detto, puntando al grado più alto che conosco, dato che per me tutte le divise si somigliano, “ma la mia dermatologa, che porta gli occhiali con la montatura rossa anche se è bruna, mi ha detto di prendere un po’ di sole, dato che il sole ha quei raggi speciali capaci di bloccare le squame. Però, come forse anche lei sa, a Torino il mare non c’è e allora Aldo e gli amici della bocciofila mi hanno dato i soldi per venire al mare a guarire. Il sacchetto del pane invece, quello è mio, ma ci tenevo la scagliola. E non so se ho fatto bene, adesso che ci penso, a mettere la scagliola sulle squame, ma ormai è fatta e non posso certo farmi vedere così, con questa faccia. Pensi che addirittura Angela, la puttana che lavora proprio di fronte a me e che mi frequenta da anni, ma solo nei giorni in cui ho qualche euro da darle, non ne vuole più sapere. Io, fosse solo per me, me ne fregherei delle squame, ma capisce anche lei, signor generale, senza Angela che vita è? Pensi un po’ se sua moglie un bel giorno saltasse su e decidesse di ignorare il suo chihuahua, lei come ci starebbe? Ecco, lo vede, lo vede? Anche lei trema al pensiero di farselo ammuffire sotto la pancia, è normale. E allora anch’io, che starei bene lo stesso anche con le squame, visto che non fanno male, ho deciso di prendere un po’ di sole. Per Angela, che se no...”.
Ho interrotto a metà la mia spiegazione perché a un certo punto lui ha fatto un passo indietro, nel corridoio, e prima di chiudere la porta dello scompartimento ha detto:
“Noi non ci siamo mai visti... Scenda appena può... Dovrei fare rapporto... Ma vista la situazione... Il chihuahua... Scenda dove deve scendere, non ricordo più...”.
Stavo per dirgli che sarei sceso a Sestri Levante, ma se ne è andato.
La teoria di Ribò, comunque, ha funzionato. Non ci avrei mai creduto. Evitando di oppormi e rendendomi del tutto disponibile al più completo stadio di obbedienza, e armando quella stessa obbedienza con proiettili di innocenza e di verità, spiegando i fatti nella loro nuda essenza, quelli veri, uno per uno, senza tralasciarne neanche mezzo, la faccenda si è sgonfiata in un minuto, il molosso si è spaventato, io non ho intrapreso una guerra inutile e sono rimasto solo, sotto il mio sacchetto di carta da pane, ad aspettare la stazione di Sestri.
Ha un bel dire, Ganascia, che bisogna sempre alzare la voce per primi, e se non basta anche le mani, per evitare che qualcuno ci pesti i piedi... Ganascia, lui è così, spavaldo. Sempre con il gilet, anche d’estate, perché secondo lui il gilet è la vera divisa del pappone, e ha le mani di ferro.
Se ci fosse stato lui, Ganascia, qui, al mio posto, non sarebbe mai più finita, con il generale. Si sarebbero presi per i denti, si sarebbero sfidati, si sarebbero offesi e menati, magari. E poi sarebbero arrivati a conoscersi a fondo, avrebbero riconosciuto ognuno il coraggio dell’altro, si sarebbero stimati e alla fine, magari, lui, Ganascia, avrebbe dovuto anche offrirgli una puttana gratis, al generale, per sancire l’amicizia raggiunta a causa della lite. E non se lo sarebbe più tolto dai coglioni, perché il generale ci avrebbe preso gusto, sarebbe diventato un cliente fisso della bocciofila, lui e il suo chihuahua... No, no, ha ragione Ribò, ha davvero ragione lui.
Così, mentre rimuginavo queste scemenze nella testa sotto il sacchetto del pane, il treno è arrivato alla stazione di Sestri. Sono sceso e sono andato verso il mare, d’istinto, come le tartarughe dei documentari, ma prima di tutto ho sistemato il sacchetto del pane in una foggia un po’ meno equivoca, tirandolo alto sulla fronte fino a farlo diventare più simile al cappello di un cuoco che non alla maschera di un malavitoso, per evitare che a qualche altro sapientone in divisa venisse in mente di considerarmi un pericolo pubblico.
Mentre camminavo ho capito dall’inclinazione delle ombre che era ormai pomeriggio inoltrato, ma non avevo bisogno del sole per sapere che era ora di bere un bicchiere di prosecco, quello fresco che annuncia la sbronza della sera dalla quale parte poi la sarabanda da pintone che va avanti fino a notte e che mi lascia brasato sul pallet, quando ci arrivo, e con una testa di anaconda al posto della lingua, la mattina dopo. Me lo diceva la gola e me lo diceva tutto il mio organismo, ripugnante e fatiscente, che era ora di un prosecco. E allora ho ficcato una mano in tasca, ho sentito il rotolo dei tremila euro raccolti dai ragazzi, mi sono commosso e ho deciso di dedicare a loro, ai miei amici della bocciofila, il primo bicchiere del primo giorno al mare della mia vita, perché io non c’ero mai stato al mare, prima, e anche questo mi avrebbe dato da pensare, se fossi il tipo che pensa. Però io non ho pensato e ho cercato il bar adatto a me.
Girellando un po’ a caso ho capito che Sestri ha due golfi, uno più grande e uno più piccolo, separati da una striscia di terra che termina con una rocca. Dopo avere evitato la zona del lungomare più ampia, dove tutta la gente per bene caracollava con il gelato in mano, ho raggiunto la baia più piccola di Sestri, sul lato opposto, quella che qualcuno, mentre passavo, ha definito la baia del silenzio, con le case direttamente sulla sabbia o quasi e senza l’apparato scenico di palme e ombrelloni. Insomma, un posto come si deve, normale. E ci ho trovato anche un bar, lì alla baia, un bar lungo e stretto con una porta di là, verso il paese, e una di qua, sul lato della spiaggia, e sulla spiaggia c’erano tante barche in secca appoggiate su un lato, e ce n’erano altre rovesciate a chiglia in su, come stessero a riposo, a godersi la vista dell’acqua placida e verde di quell’angolo di mare.
E lì, seduto sul muretto di pietra fuori da quel bar, con il prosecco in mano e il sacchetto tenuto sopra gli occhi, ho avuto l’idea, un’idea vera, forse la prima idea che mai abbia attraversato il mio cervello deserto e arido. Ho rimesso la mano in tasca per sentire il conforto della sommetta che possedevo, ho sorriso e mi sono calato il sacchetto del pane giù fino al mento.
S’intende ho sorriso alla maniera dei gatti, tra me e me, soddisfatto e contento per la mia astuzia, per la mia idea. Me la sono gustata, quell’idea, me la sono palleggiata fra i lobi del cervello, come un boccone da tenere sul palato per goderne fin quando si può.
E per colpa di quell’idea adesso sono nella merda.