PROLOGO

881 Words
PROLOGO Sydney, 1989 La bambina danzava. Gamba destra, pas de chat. Gamba destra, petit jeté. «Emma, la nonna ti ha fatto una domanda.» «Mh?» Gamba sinistra, pas de chat. Gamba sinistra, petit jeté. E ancora e ancora, passando da una parte all’altra del parquet, da un raggio di sole all’altro. Adorava la casa della nonna, soprattutto la stanza della musica, dove il sole creava dei disegni attraverso le tende trasparenti e dove c’era tanto spazio per danzare e danzare. «Emma, ho detto…» «Lasciala stare, cara» rispose la nonna con quel suo tono di voce basso e musicale. «Mi piace vederla ballare.» Gamba destra, pas de chat… «Se si esercitasse nelle buone maniere così come fa nella danza, non l’avrebbero buttata fuori già da due scuole.» La nonna rise sommessamente. «Ha solo undici anni. Quando sarà più grande avrà tanto tempo per imparare le buone maniere. Tu piuttosto, che continui a iscriverla in quelle scuole spocchiose.» Gamba sinistra, pas de chat… «No, no, no!» Emma si calpestò un piede. Un respiro profondo. E si riparte. Gamba sinistra, pas de chat. Gamba sinistra, petit jeté… Si accorse del silenzio della stanza e sollevò lo sguardo aspettandosi di essere sola. Invece, la nonna era ancora lì, seduta sull’ampio divano accanto al pianoforte a guardarla. Emma trasalì, raddrizzò perfettamente la schiena e ricambiò lo sguardo. Sopra il divano era appeso l’enorme dipinto di un eucalipto al tramonto: era il quadro preferito di sua nonna. A dire il vero, non capiva come si potesse essere così interessati a un albero, ma le piaceva perché piaceva a lei. «Pensavo te ne fossi andata» disse infine Emma. «No, ti sto guardando. Tua madre se ne è andata dieci minuti fa. Credo sia con il nonno in giardino.» Sorrise. «Ti piace proprio tanto la danza, vero?» Emma riuscì solo a fare di sì con la testa. Non aveva ancora imparato nessuna parola che potesse descrivere quello che provava per la danza. Non era amore, era qualcosa di più grande e di più importante. Con la mano, la nonna diede dei colpetti leggeri accanto a sé sul divano. «Siediti per un piccolissimo minuto. Anche una prima ballerina ha bisogno di riposarsi.» Emma dovette confessare che le facevano male i polpacci, ma non le importava. Desiderava con forza che i muscoli le facessero male e che le dita del piede le sanguinassero. Le avevano detto che era migliorata. Inoltre la nonna era stata così gentile a guardarla per tutto quel tempo, quindi attraversò la stanza e si sedette. Da qualche parte, nel profondo della casa, si sentiva arrivare della musica: era la canzone di una vecchia ed enorme orchestra che piaceva al nonno. Emma preferiva di gran lunga la nonna a lui. Il nonno parlava tantissimo, soprattutto quando si trattava del suo giardino. Anche se non era molto interessata a sapere cosa facevano o avevano fatto i suoi nonni, Emma si era resa conto che erano persone importanti e con molti soldi. La nonna era divertente e il nonno noioso e questo era tutto. «Raccontami della danza» disse la nonna prendendo la sottile mano di Emma tra le sue soffici dita. «Diventerai una ballerina?» Emma annuì. «La mamma dice che quasi nessuno è una ballerina e che dovrei fare qualcos’altro perché non si sa mai. Ma così non avrei abbastanza tempo per ballare.» «Sai, conosco tua madre da quando è nata.» A quel punto la nonna sorrise increspando gli angoli degli occhi azzurri. «E non ha sempre ragione.» Emma si mise a ridere e si sentì piacevolmente birichina. «Ma devi lavorare sodo» disse la nonna. Emma diventò seria e alzò il mento. «Lo sto già facendo.» «Sì, sì, ma a detta di tutti, lavori così tanto sulla danza che non hai tempo per nient’altro. Neanche per farti degli amici.» Il viso di sua nonna fu attraversato da un’espressione che Emma non seppe interpretare. Era preoccupazione? O qualcos’altro? Rimasero sedute in silenzio per qualche istante. Fuori, il sole autunnale penzolava sui rami che si agitavano pieni di vita. Ma dentro tutto era fermo e caldo. «Sai» disse la nonna, muovendosi appena nel suo posto e stringendo la mano di Emma prima di lasciarla «mi piacerebbe farti una promessa.» «Quale?» «È un piccolo incentivo.» Emma aspettò, non del tutto sicura sul significato della parola. «Se diventerai davvero una ballerina, ti farò un regalo. Uno molto prezioso.» Emma non voleva sembrare scortese, ma non riuscì a fingere alcuna eccitazione. Sorrise con dolcezza e disse: «Grazie» come sua madre avrebbe voluto che facesse. La nonna scoppiò in una risata. «Oh tesorino mio, l’idea non ti entusiasma nemmeno un po’, giusto?» Emma scosse la testa in un no. «Nonna, se divento una ballerina, avrò già tutto quello che voglio.» La nonna annuì. «Un sogno che diventa realtà.» «Sì.» «Nonostante ciò, manterrò la mia promessa» disse la nonna. «Perché avrai bisogno di qualcosa per dopo. Le ballerine non possono danzare per sempre.» Ma Emma si era di nuovo allontanata. Il pensiero di realizzare il suo sogno aveva riempito tutti i nervi e i muscoli del suo corpo di intensa energia: doveva muoversi. Pas de chat. Petit jeté. «Emma» continuò con dolcezza sua nonna «cerca di ricordarti che il successo non è tutto.» Lo disse con voce triste, perciò Emma non si guardò intorno. Continuò semplicemente a ballare.
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