UNO
Beattie: Glasgow, 1929
Beattie Blaxland faceva dei sogni. Grandi sogni.
Non quel miscuglio confuso che riempie il sonno. No, i suoi erano sogni con cui si rincuorava prima di addormentarsi nel suo lettino a rotelle, dispiegato sul pavimento del gelido appartamento che i suoi genitori avevano in affitto nelle case popolari. Sogni nitidi e intrisi di ambizione. Una vita di moda e tessuti e ovviamente di ricchezze. Una vita in cui la triste verità sulla sua pietosa famiglia potesse sbiadire, rimpicciolirsi e scomparire. Una cosa che non aveva mai sognato era rimanere incinta del suo amante sposato, appena prima del suo diciannovesimo compleanno.
Contò con ossessione le settimane per tutto il mese di febbraio, riportando la mente indietro nel tempo, provando a dare un significato a quei giorni. All’odore del cibo le girava lo stomaco, il seno le cresceva morbido ed entro gli inizi di marzo Beattie aveva finalmente capito che un bambino – il figlio di Henry MacConnell − stava crescendo dentro di lei.
Quella notte arrivò al club come se niente fosse. Rise alle barzellette di Teddy Wilder appoggiandosi alla calda mano di Henry premuta sui suoi reni e combattendo per tutto il tempo la voglia di vomitare dovuta al fumo del sigaro. Il primo sorso del cocktail al gin fu aspro e acido sulla lingua. Tuttavia continuò a sorridere. Era abituata a navigare nel golfo tra ciò che provava e il modo in cui si comportava.
Teddy batté forte le mani due volte e il fumo salì muovendosi insieme agli uomini e ai loro bicchierini di brandy verso il tavolo da carte rotondo che dominava la stanza. Teddy e suo fratello Billy gestivano questa sala da gioco non proprio legale che si trovava sopra l’assolutamente legale ristorante di suo padre su Dalhousie Lane. Li aveva incontrati la prima volta al ristorante, in cui aveva lavorato come cameriera, ed era quello che i suoi genitori credevano facesse ancora. Teddy e Billy l’avevano presentata a Henry e subito dopo l’avevano presentata anche al club: l’oscuro e scintillante punto debole di Glasgow, dove non importava a nessuno chi fosse a patto che fosse carina. Serviva drink per metà della notte e nell’altra metà teneva compagnia a Cora, la ragazza di Teddy.
Cora invitò Beattie a sedersi accanto a lei dando dei colpetti leggeri della mano sulla chaise-longue. Le altre donne erano raccolte intorno al camino; Cora, i cui ricci corti erano appiattiti sulle orecchie con un cerchietto rosa satinato, era la riconosciuta regina della stanza, anche se l’idea non piaceva a nessuna delle altre, le quali erano piuttosto attente a non starle troppo vicino per paura di ingiusti paragoni. Beattie forse avrebbe fatto la stessa cosa, se Cora non avesse deciso che dovevano essere amiche del cuore.
Cora prese la mano di Beattie nella sua stringendola con forza: era il suo solito modo di salutare. Beattie provava allo stesso tempo una reverenza solenne per Cora e un’atroce gelosia per i suoi occhi neri assai truccati e i capelli color platino, per il suo fascino disinvolto e l’infinita disponibilità economica che le faceva acquistare vestiti con le nappe in mussola o crespo di Cina. Beattie ci provava, ci provava davvero a essere all’altezza. Comprava la stoffa e si cuciva da sola i vestiti e nessuno avrebbe potuto affermare che non erano stati disegnati e realizzati a Parigi. I capelli scuri erano corti, come voleva la moda, ma aveva il sentore che il suo viso largo e i grandi occhi azzurri rovinassero ogni possibilità di sembrare misteriosa e affascinante. Naturalmente Cora era nata con quel fascino; Beattie avrebbe sempre dovuto lottare per avere quella sicurezza.
Soffiò una lunga striscia di fumo nell’aria e poi disse: «Allora, a quanto sei?».
Il cuore di Beattie si bloccò e guardò Cora bruscamente. Lo sguardo dell’amica era rivolto dritto davanti a lei, le labbra rosse erano serrate intorno all’estremità del bocchino. Per un momento Beattie aveva persino creduto di aver solo immaginato di sentire quella domanda: di certo il suo vergognoso segreto non poteva uscire allo scoperto nel club vivacemente illuminato, saltando fuori dal buio della sua intimità.
Ma poi Cora si girò, le sopracciglia sottili ricurve si sollevarono sugli occhi a mandorla, e sorrise. «Beattie, il fumo ti ha quasi fatta diventare verde e non hai toccato vino. La settimana scorsa avevo pensato che forse stavi male, ma questa settimana… Ho ragione, vero?»
«Henry non lo sa.» Le parole le uscirono fuori per sbaglio, piene di angoscia.
Cora si addolcì e le toccò la mano. «Non c’è nessun rischio che io dica una sola parola. Lo prometto. Riprendi il respiro, cara. Sembri terrorizzata.»
Beattie fece come disse Cora e costrinse le sue membra a rilassarsi in quella languida mitezza che ci si aspettava da lei. Accettò la sigaretta che le offrì anche se le strinse lo stomaco. Non poteva permettere che qualcun altro lo notasse o le facesse delle domande. Per esempio Billy Wilder, con le guance rosse e la risata crudele: oh, lui lo avrebbe trovato molto divertente. Ma sapeva anche che non poteva nasconderlo per sempre.
«Non hai risposto alla mia domanda. A quanto sei?» le chiese Cora, con lo stesso tono superficiale con cui avrebbe potuto chiederle cosa aveva mangiato in pausa pranzo quel giorno.
«Il ciclo è in ritardo di sette o otto settimane» mormorò Beattie. Non sopportava di essere così vulnerabile, era come se le avessero staccato la pelle. Non voleva né parlarne né pensarci un minuto di più. Non era pronta per diventare mamma: il pensiero le fece gelare il cuore.
«È ancora presto, allora.» Cora tirò fuori il portacipria dalla borsa e lo aprì facendo scattare il coperchio. Dal tavolo da carte si alzò una risata forte. «C’è ancora la possibilità che non rimanga piantato.»
Per uno o due respiri quella soffocante paura si placò. «Dici sul serio? Io non ne so niente. Lo so, sono una stupida, ma io…» Aveva creduto alla promessa di Henry che se si fosse ritratto dal suo corpo al momento giusto, questo non sarebbe mai successo. Si era rifiutato di prendere qualsiasi altra precauzione. «I preservativi sono per gli incapaci» aveva detto. «So quello che faccio.» Aveva trent’anni, aveva combattuto durante la guerra. Beattie si fidava di lui.
«Adesso, ascoltami» disse Cora abbassando la voce. «Ci sono alcune cose che puoi fare, mia cara. Un bagno caldo ogni giorno, prendi dell’olio di fegato di merluzzo, corri di qua e di là fino a essere stanca morta.» Chiuse con un colpo secco il portacipria e la voce ritornò come al solito al suo tono indifferente. «Sono i primi giorni. L’amica di mia cugina era di tre mesi quando le uscì fuori il bambino. Prese quella cosina, non più grande di un topo, tra le mani. Era distrutta infatti. Desiderava tanto avere un bambino. Ovviamente era sposata.»
Sposata. Beattie non era sposata, Henry invece lo era. Con Molly, il levriero irlandese, come a lui piaceva chiamarla. Henry le aveva assicurato che si trattava di un matrimonio senza amore, tra due persone che credevano di conoscersi bene e che erano diventati pian piano degli estranei. Nonostante questo, Molly era ancora sua moglie. Beattie no.
Fumò, senza alcuna eleganza, metà della sigaretta, poi si allontanò scusandosi e cominciò a lavorare. Mentre passava in giro con il vassoio dei drink, osservò la mascella quadrata di Henry e i suoi capelli rossooro, sentì il desiderio di toccarlo, ma con attenzione per non deconcentrarlo. Non voleva ancora arrischiarsi a dirgli del bambino: se Cora aveva ragione e c’era una possibilità che potesse abortire, allora perché creare dei problemi? Non avrebbe portato da nessuna parte. Sarebbe potuto finire tutto domani, o nelle prossime settimane. Tutto finito. Bastava qualche lungo bagno caldo; senza dubbio, sarebbe stato difficile stare troppo a lungo nel bagno in comune del suo piano nel palazzo delle case popolari, ma se ci fosse andata di mattina abbastanza presto…
Henry sollevò lo sguardo dalle carte e la sorprese a guardarlo. Le fece un cenno con la testa: quello era Henry, senza grandi gesti, né stupide strizzatine d’occhio o cenni della mano. Solo i suoi fermi occhi grigi in quelli di lei. Dovette distogliere lo sguardo. Spostò di nuovo l’attenzione alle carte intanto che lei riportava il vassoio al piccolo bar nell’angolo della stanza e mise in fila le bottiglie di gin e brandy sulle mensole specchiate. Adorava il colore pallido degli occhi di Henry; atipicamente pallidi. Le bastava guardarli per capirlo quando non parlava, e parlava di rado. Una volta, proprio all’inizio della loro relazione, mentre lo guardava giocare a poker si accorse di quanto fosse marcato il contrasto tra le pupille e l’iride. Difatti riusciva a leggere la mano di carte dai suoi occhi: se prendeva una carta buona le pupille si dilatavano, mentre una carta che non lo era le faceva restringere. Era quasi impercettibile e solo la donna che fissava quegli occhi senza sosta avrebbe potuto notarlo.
Ovviamente, questo la spingeva a guardare gli altri uomini al tavolo e provare a predire le loro mani. Non era sempre facile, soprattutto con Billy Wilder i cui occhi erano praticamente neri. Nei casi in cui la posta in gioco era alta gli uomini ce la mettevano tutta per avere un’espressione neutra, ma lei riusciva quasi sempre a capire se stavano bluffando. Henry credeva che fossero un sacco di cavolate. Aveva provato a mostrargli cosa voleva dire, ma lui l’aveva fatta scendere giù di colpo dalle gambe e l’aveva mandata via dal tavolo da carte. Aveva perso la partita per non aver seguito il suo consiglio ed era stato di pessimo umore per giorni. Ora aveva lasciato perdere. Non era così importante.
Cora le fece segno di ritornare, aveva un pettegolezzo da raccontarle. «Guarda cosa indossa Penelope O’Hara, da non credere!»
Beattie spostò l’attenzione su Penelope. Indossava un tubino di paillettes con una rete di perline su una sottoveste di seta, al collo portava un fiore di seta e un paio di Louis con i tacchi alti. Il vestito luccicante aveva un taglio troppo stretto per il suo bacino largo: la moda del momento era molto intransigente con i fianchi. Non era colpa di Penelope. Una buona sarta avrebbe potuto drappeggiare i tessuti e farla sembrare divina, alta, una dea.
«Oh Signore» disse Cora «sembra una mucca.»
«È il vestito.»
Cora alzò gli occhi al cielo. Ma stanotte Beattie non se la sentiva di tollerare le sue osservazioni, affilate come rasoi, sui difetti di qualsiasi altra donna. Affranta, ascoltò per un pochino, poi ritornò al bar.
La serata trascorse lenta. Il tintinnio dei bicchieri, le risate degli uomini, la musica jazz ad alto volume che proveniva dai grammofoni e il fumo sempre presente. Cominciò a sentirsi stremata e a desiderare di andare a letto. Non poteva neanche dirlo; a Teddy Wilder piaceva chiamarla Beattie Spunta-Alba, e tante volte si era presentata al lavoro al negozio di abbigliamento femminile di Camille dopo solo un’ora o due di sonno. Ma stanotte Beattie si sentiva estraniata dal rumore e dall’allegria. Nella sua piccola bolla di infelice apprensione.
Finalmente, Henry si alzò dal tavolo e raccolse con difficoltà una pila disordinata di banconote da cinque sterline. Aveva avuto una buona serata e, diversamente dagli altri, sapeva quando fermarsi. Delle lamentele solo in parte scherzose lo seguirono attraverso la stanza. Si fermò di fronte al bar, in apparenza inconsapevole di quello che gli stavano dicendo i suoi amici. Senza sorridere, allungò la mano per prendere quella di Beattie. Henry trasmetteva una tacita autorevolezza cui nessuno si opponeva. Beattie lo amava per questo; gli altri uomini al confronto sembravano degli stupidi chiassosi. Un solo sguardo alla sua mano, al polso forte e alle unghie pulite e quadrate, le ricordò in fondo perché si trovava in quella situazione difficile. Bastò guardarlo per scaldarle la pelle.
La tirò accanto a sé appoggiandole la mano in basso sul fianco e lei capì cosa voleva. La piccola stanza sul retro li aspettava con il soffice lettino-divano tra le pile di cassette e botti. Beattie rabbrividì come al solito allontanandosi dal calore emesso dalla luce del camino all’interno del club, Henry le sorrise teneramente pensando che quei brividi fossero di desiderio, scatenati dal suo respiro caldo nell’orecchio di lei. Ma in quell’istante, fu il peso della sua mancanza di buon senso a ridurre in polvere ogni fantasia.
Non diede alcun segno di essersi accorto della sua riluttanza. L’ultimo frammento di luce scomparì mentre chiudeva la porta e poi la prese tra le sue braccia.
Il violento calore dei suoi vestiti, il suono del respiro, il battito del cuore. Si lasciò cadere su di lui, e sentì sciogliersi tutte le sue ossa perché ne era innamorata. Era così dolce lontano dagli occhi dei suoi amici.
«Tesoro mio» le disse tra i capelli. «Lo sai che ti amo.»
«Anche io ti amo.» Voleva ripeterlo ancora e ancora, con parole più grandi e più chiare.
Con dolcezza la fece stendere sul letto e iniziò a sollevarle l’orlo della gonna. Beattie si irrigidì; si spinse contro di lei con più forza e lei si rese conto di quanto fosse stupido resistere. Ormai era troppo tardi. Suo padre avrebbe detto: «Perché chiudere il cancello dopo che il cavallo è scappato?».
Suo padre. Un’altra ondata di vergogna e di colpa.
«Beattie?» disse Henry, con voce dolce, anche se le sue mani erano chiuse come ferro sulle sue ginocchia.
«Sì, sì» sussurrò. «Certo.»
Beattie si rivestiva nel bagno freddo e umido, aveva la pelle rosa per il calore dell’acqua. Era trascorsa una settimana e i suoi bagni caldi non erano serviti a niente se non ad attirare gli sguardi strani della signora Peters, la loro vicina.
Ritornò all’appartamento, dove trovò suo padre seduto al tavolo della cucina, già al lavoro sulla macchina da scrivere. Nonostante l’aria gelida, sul naso aveva una goccia lucente di sudore carica d’ansia. Non ricordava più l’ultima volta che lo aveva visto tranquillo. Col passare dei giorni diventava sempre più piccolo e più sottile, come un ragno che ritira le zampe per morire. Il bucato era steso sulla carrucola parallela al soffitto della cucina. La mamma stava ancora dormendo dietro la tenda che separava il soggiorno dalla zona notte.
«Hai cominciato presto?» chiese Beattie.
Sollevò lo sguardo e fece un piccolo sorriso. «Potrei dire lo stesso di te» rispose con un chiaro accento inglese. Sua madre, scozzese, aveva l’accento più spesso della nebbia di Glasgow e quello di Beattie si trovava in qualche punto a metà tra i due.
«Sei tornata tardi dal ristorante, ed eccoti qui, in piedi e pronta per ritornare al lavoro.»
Beattie lavorava alla boutique Camille su Sauchiehall Street. O almeno ci aveva lavorato nelle ultime tre settimane. Prima era stata al reparto abbigliamento da Poly, un emporio dove i clienti erano meno esigenti e i vestiti meno belli. Tutti gli ultimi articoli di moda dal continente arrivavano da Camille e le donne più benestanti di Glasgow − le mogli e le figlie dei magnati dell’industria navale e degli investitori delle ferrovie − andavano lì a fare i loro acquisti. Beattie le vedeva puntualmente spendere cinquanta sterline o anche di più per un vestito senza battere ciglio, mentre lei portava a casa quattro scellini a settimana.
«Non dovrai fare due lavori ancora per molto» disse suo padre chinando la testa e sistemandosi gli occhiali. «Sono sicuro che finirò presto.»
«Non fa nulla.» Fu assalita dal senso di colpa. Suo padre sarebbe rimasto sconvolto se avesse saputo che stava lavorando al club, contando sulle mance degli uomini che la trovavano carina, o su Henry che le passava qualche sterlina quando aveva una serata vincente. Lui credeva che fosse una rispettabile giovane donna con la verginità intatta.
Si rimise al lavoro. Tap, tap, tap… Guardarlo, con l’apprensione che gli solcava la fronte con tanta evidenza, le provocò un dolore al petto. Solo un anno fa era tutto talmente diverso. Suo padre era stato professore di filosofia naturale al Beckham College di Londra. Non erano ricchi, ma erano stati piuttosto felici nell’accogliente appartamento del college con il sole che nel pomeriggio entrava dalle finestre. La vita di Londra era stata entusiasmante per Beattie, dopo essere cresciuta nella piccola cittadina di confine Berwick-upon-Tweed, con il loro giardino ordinato e freddo di cui sua madre si occupava con tanta cura. Ma suo padre era un ateo dichiarato − anche se la mamma era una scozzese protestante − e il nuovo preside, un cattolico, aveva ben presto sviluppato un’antipatia per lui. Tempo due mesi e aveva perso lavoro e appartamento.
Proprio nel momento in cui stava per oltrepassare la tenda per riavvolgere il letto e prendere le scarpe, suo padre le disse: «Bada a te, Beattie, tesoro mio».
Si fermò. Suo padre non mostrava mai molto affetto, e questo briciolo, questo «tesoro mio» le ghermì il cuore. Ritornò al tavolo, sedendosi di fronte a lui per guardarlo mentre batteva a macchina. Aveva ereditato i suoi capelli neri e gli occhi azzurri ma non, piccole fortune, il naso particolare e la bocca senza labbra. In quel momento le sembrò come le era sempre sembrato: uno sconosciuto proprio accanto a lei, qualcuno che conosceva bene, ma che non conosceva affatto. La mancanza di soldi li aveva portati da Londra a Glasgow, dove la nonna materna di Beattie si divertiva ad avere pietà di loro. Nessuno aveva ancora offerto a suo padre un lavoro di insegnante e lui si rifiutava di cercarne qualsiasi altro. Si era attaccato all’idea che il suo intelletto avrebbe trionfato. Quindi lavorava sul suo libro, sicuro che quando lo avrebbe finito un editore lo avrebbe comprato e un’università, da qualche parte nel mondo, lo avrebbe preso. La nonna pensava fossero sciocchezze. La mamma non aveva mai rivelato se fosse d’accordo con lei.
Suo padre si accorse dello sguardo di sua figlia e sollevò gli occhi, disorientato. «Beattie?»
«Mi vuoi bene, papà?» Da dove erano venute fuori quelle parole? Non aveva intenzione di dirle.
«Ecco… io…» In preda all’agitazione, si tolse gli occhiali e strofinò le lenti con forza sulla camicia. «Sì, Beattie.»
«Qualsiasi cosa faccia? Sempre?» Il cuore le batteva veloce, guidato da una primitiva paura che potesse leggere nei suoi pensieri.
«Come un padre dovrebbe.»
Si alzò, ebbe il desiderio di toccargli il polso dolcemente ma poi ci ripensò. «Non sono stanca» mentì. «Sto bene.»
Lui non la guardò. «Brava. Devo continuare a lavorare. Questo libro non si scriverà da solo.»
Il suono della macchina da scrivere la seguì nella camera da letto, dove trovò le scarpe e si allacciò le fibbie. La mamma russava leggermente, osservare il suo viso così tranquillo mise Beattie un po’ di buon umore. Era tanto tempo che la vedeva solo stanca e preoccupata. Attaccato al muro c’era il disegno di un vestito su cui Beattie stava lavorando. La carta marrone si deformava contro i chiodini che la tenevano fissata: non se l’era sentita di andare avanti da quando aveva scoperto di essere incinta. Perché fare un vestito che avrebbe potuto indossare solo per poco tempo?
Beattie si sedette sul bordo del letto e spinse l’avambraccio contro il ventre. Quali misteri si schiudevano lì dentro? Quale sconosciuta e nuova vita si stava muovendo e stava crescendo? Il pensiero le fece venire le vertigini dalla paura. Abbassò le sopracciglia e le strinse, sperando che il suo grembo espellesse il contenuto. Ma non successe nulla.