DUE
Le settimane passavano e quella cosa si ostinava ancora a restare aggrappata al suo ventre.
Credeva di avere dei crampi quando non erano altro che spasmi dovuti alla paura. Nel frattempo, i busti le diventavano sempre più stretti e poiché era sempre stata magra, quasi ossuta, fu subito visibile la prima protuberanza dello stomaco. Ringraziò i vestiti da lavoro che cadevano morbidi, il cappotto largo, il fatto che Henry preferisse fare l’amore al buio, e l’abilità che aveva di allargare le cuciture in modo invisibile.
E presto, di sicuro, il ciclo sarebbe ricominciato, come aveva immaginato un centinaio di volte, un migliaio di volte. L’incubo sarebbe finito e la vita sarebbe andata avanti, così come doveva essere.
Diventava sempre più difficile alzarsi dal letto, e una fredda mattina di aprile continuò a dormire nel buio grigio della stanza fino a che sua madre la svegliò con dolcezza.
«Beattie. Beattie, cara. Farai tardi a lavoro.»
Beattie strizzò gli occhi e li aprì.
«Mi dispiace» disse sua madre. «Ma non sopporterei che il tuo capo ti riprendesse su qualcosa. Non sono tempi facili. E non puoi permetterti di perdere il lavoro.»
«Grazie mamma» disse togliendosi di dosso le coperte e strofinandosi gli occhi. La mamma rimase in piedi, tossendo forte. La tosse sembrava andare avanti all’infinito, poi finalmente riuscì a controllarla. Nel frattempo Beattie si vestì in fretta.
«Quella tosse è davvero brutta» disse.
«Ah, starò bene.»
«È una settimana. Forse dovresti andare da un dottore.»
Sua madre si girò verso di lei con lo sguardo triste. Aveva le palpebre che si abbassavano negli angoli più esterni degli occhi, come se quello fosse il punto in cui portava il peso di tutte le sue preoccupazioni.
«Figlia mia, non possiamo né permetterci un dottore, né un giorno di riposo. Tra un paio di giorni starò meglio.»
Beattie la guardò mentre andava nella zona giorno, poi si diede una pettinata ai capelli e si truccò in un piccolo specchio opaco tenuto in piedi su una fila di valigie. Papà non vedeva cosa stava passando la mamma? Non aveva pensato neanche una volta che se avesse trovato un semplice lavoro… Certo che non lo vedeva. La mamma lo aveva sposato per la sua mente geniale, la stessa che adesso l’aveva incatenata.
La boutique di Camille dove Beattie lavorava quattro giorni a settimana apparteneva ad Antonia Hanway, la sorella del celebre James Hanway che gestiva un’attività di taglio della stoffa per vestiti su Bath Lane. La segreta speranza di Beattie era che facendo una buona impressione su Antonia, il suo zelo un giorno potesse trasformarsi in un lavoro da James: come cucitrice, tagliatrice di abiti o forse addirittura come stilista. Nella borsa teneva piegati alcuni schizzi, giusto nel caso in cui fosse passato dalla boutique. Non passò mai.
Stava ancora sbadigliando quando arrivò al lavoro, cosa che provocò lo sguardo severo di Antonia. Antonia era una donna difficile, anche se Beattie credeva che non lo fosse volutamente. Le clienti dovevano prendere appuntamento prima di andare alla boutique, Beattie e le altre assistenti dovevano essere al loro servizio come se fossero delle regine. A volte, infatti, erano dei reali e Beattie supponeva che fosse quella continua tensione ciò che rendeva tanto sgradevole lavorare per Antonia. Ma non le importava, perché adorava il negozio. Gli abiti appesi alle stampelle aspettavano in file diritte da una parte all’altra del pavimento a scacchiera, i camerini del piano interrato erano illuminati da lampadari scintillanti e un canarino giallo in una gabbia di ferro battuto agitava le ali, guardando la strada attraverso la finestra a golfo. Si chiamava Rex. Lorna, una delle altre assistenti, le aveva detto che era il quarto canarino giallo di nome Rex che Antonia aveva piazzato davanti alla finestra. «Muore uno e lei ne porta un altro il giorno dopo» disse Lorna. «Non le piace che le sue clienti debbano pensare alla morte, anche se spetterà a tutte loro. Vacche arroganti.»
Imparò ad amare alcune delle clienti che andavano da Camille, ma per altre provava un odio furioso, per nessuna più di lady Miriam Minchin, una donna sui quarant’anni, sottile come un rasoio, tanto avara di buone parole per gli altri quanto generosa di regali per se stessa. Era Beattie a servirla quella mattina quando sentì una prima fitta di dolore violenta al fianco sinistro.
All’inizio pensò di poterlo ignorare. Andava a prendere un abito dopo l’altro portandoli di corsa al piano di sotto nei camerini. Il battito del cuore accelerò e vi si infiltrò la speranza: stava accadendo davvero. I bagni caldi, l’olio di fegato di merluzzo, quel continuo sperare avevano funzionato. Ma allo stesso tempo era terrorizzata. E se fosse stato doloroso? Problematico? Come avrebbe potuto gestire la cosa in modo discreto al lavoro?
«Mi piace quello azzurro su di lei» stava dicendo Antonia a lady Miriam mentre Beattie cercava di sembrare calma. «Cosa ne pensi Beattie?»
«Il taglio è bellissimo» rispose. «E il colore le dona moltissimo.» Uno spasmo di dolore la colpì all’inguine facendola ansimare e stringere forte il ventre.
«Che c’è Beattie?» chiese Antonia con severità.
«Ho… un dolore…» Non doveva andare così! Avrebbe dovuto sanguinare in silenzio e rapidamente a casa, con il bagno nelle vicinanze. Nessuno avrebbe mai dovuto saperlo.
Passò un momento in cui non successe niente, durante il quale l’unico movimento fu quello degli occhi di lady Miriam che passavano dal viso di Beattie alla sua pancia e poi di nuovo al suo viso. Beattie indietreggiò. Lady Miriam lo sapeva.
«Devo andare a casa» riuscì a dire Beattie, voltandosi e correndo verso le scale.
«Aspetta ragazzina!» disse Antonia, chiaramente preoccupata dall’idea che lady Miriam si stesse facendo di Beattie.
«La lasci andare» disse lady Miriam.
Scappò. In cima alle scale e fuori dalla boutique, nella strada piovigginosa.
Un secondo dopo, il dolore scomparve. Recuperò il respiro.
Casa: doveva andare a casa. Aveva già fatto tre isolati quando si accorse di aver dimenticato il cappotto al negozio. Le venne la pelle d’oca. La strada umida e grigia si stendeva sotto i piedi, il respiro era più forte del caos nella strada.
Poi un altro dolore. Forte e acuto, la fece piegare in due. Cercò di immettere aria nei polmoni, sapendo che non poteva tornare a casa in queste condizioni. Suo padre l’avrebbe vista e inoltre aveva bisogno di un dottore.
Trovò un posto asciutto sotto la tenda da sole di un negozio e cercò di schiarirsi la mente quel poco che bastava a pensare. Non aveva soldi per un dottore: sua madre ne aveva parlato proprio quella mattina. Ma era terrorizzata. Poi si ricordò della volta in cui al club, Henry e Billy Wilder avevano bevuto troppo per sopportare ancora oltre le battute l’uno dell’altro. Erano arrivati alle mani e Billy aveva rotto un bicchiere sulla testa di Henry, la ferita non smetteva di sanguinare. Henry, con il fazzoletto premuto sul taglio, aveva fatto una visita di mezzanotte al dottor Mackenzie sulla West George Lane, insieme a un Billy sfrontatamente pentito. Il dottor Mackenzie aveva fatto venire al mondo Henry trent’anni prima e da allora era diventato il medico di famiglia. Forse se avesse chiesto il suo aiuto, se si fosse completamente affidata alla sua compassione, dicendogli che il bambino che stava perdendo era di Henry…
Ma avrebbe causato a Henry problemi e vergogna.
Il dolore era troppo forte, aveva bisogno di aiuto. Si girò e tornò indietro in direzione di West George Lane. Le nuvole in cielo diventarono scure e la pioggerellina si intensificò diventando pioggia. Pioggia dura e fredda che inondava le grondaie e saltava dietro le ruote delle macchine a motore che le passavano accanto veloci. Rimase vicino ai palazzi in modo da non essere schizzata, ma quando arrivò aveva le scarpe bagnate fradicie. A quel punto rimase immobile nelle scarpe zuppe, incapace di spingere e aprire la porta dell’ambulatorio del dottor Mackenzie. Non c’erano tende sotto cui ripararsi e la pioggia le cadeva addosso come se non fosse stata molto diversa da una di quelle cassette piene di spazzatura dall’altra parte del vicolo stretto.
E in quell’istante, credeva davvero di non esserlo.
Le lacrime le sgorgarono dagli occhi e per la prima volta da quando si era accorta di essere incinta, Beattie si lasciò andare al pianto. Piangeva per la perdita della sua innocenza e del suo orgoglio, per quei brandelli di rispetto per se stessa che le restavano dopo il degrado in cui era finita la vita dei suoi genitori. Ma piangeva anche per il bambino, che non aveva chiesto di essere concepito e che non avrebbe mai avuto la possibilità di respirare l’umida aria di Glasgow, di sentire il contatto di sua madre o di vedere il sorriso degli occhi grigio tempesta di suo padre. Pianse tra le mani mentre la pioggia le cadeva addosso scrosciando e poi, come per magia, il diluvio si fermò all’improvviso.
«Sta bene, ragazzina?»
Alzò gli occhi. La pioggia cadeva ancora a dirotto tutto intorno, ma un signore alto, con le spalle larghe e con un grosso ombrello stava accanto a lei, riparandola.
Beattie si asciugò le lacrime con i palmi delle mani ricomponendosi. «Grazie, è molto gentile. Io… devo andare a casa.»
«Ha bisogno del dottore?» disse indicando la porta dell’ambulatorio.
Voltò lo sguardo dalla porta al signore, e scosse la testa. «Non ho abbastanza soldi.»
«Oh, non c’è problema. Venga dentro. Non posso lasciarla fuori sulla strada con la pioggia e in queste condizioni.» Agitò un mazzo di chiavi e aprì la porta facendola entrare per prima, allora capì che quel signore era il dottor Mackenzie. Mise l’ombrello in un contenitore accanto alla porta e sbottonandosi il cappotto le chiese di aspettare nella stanza vuota di fronte, sgocciolando sul pavimento di legno. La scrivania di accoglienza, dietro la quale il dottore andò a prenderle un asciugamano bianco e ruvido, era vuota.
«Di solito non lavoro di giovedì pomeriggio» disse. «È stata fortunata a trovarmi.»
Si tamponò i capelli con l’asciugamano. La stanza aveva un forte odore di cera al limone e pomata.
«Entri» disse, facendole strada in una stanza per la visita medica dove c’era un letto stretto sotto una luce bianca appesa a una catena. Il dottore si sedette alla scrivania, ma Beattie non si sentiva a suo agio e non riuscì a fare niente tranne che rimanere in piedi di fronte a lui, come una scolaretta disubbidiente.
«Avanti signorina, che disturbi ha?»
«Sono incinta e…» Le guance le diventarono di fuoco nonostante i brividi in tutto il corpo. «Forse sto perdendo il bambino. Ho un dolore tremendo…»
Non aggrottò le sopracciglia né fece alcun segno di disapprovazione. Invece si alzò e la aiutò a salire sul letto. «Allora, mi faccia vedere» disse stendendole il vestito umido sul ventre e scorrendoci sopra le mani con decisione. Beattie gli guardò il viso trattenendo il respiro. I pori del naso erano larghi e le basette grigie crescevano alte sulle guance.
«Le dispiace?» le chiese. «Devo sollevare il vestito.» Fece di sì con la testa e chiuse gli occhi. Dopo di che sentì la mano fredda sulla pelle nuda che le abbassava il busto, premendo e palpando. Scendendo con sicurezza più in basso, in quei punti che solo Henry aveva toccato. Ma questa volta la sensazione fu diversa. Non calda e dissoluta, ma fredda e distaccata.
«Non sta affatto sanguinando. C’è stato del sangue?»
«No» rispose.
«Quanti anni ha?»
«Ventuno» disse mentendo.
«Il dolore è simile ai crampi che si hanno durante i cicli mensili?»
Beattie si agitò sentendosi a disagio, imbarazzata nel parlare di queste cose con un uomo. «No, è molto più giù, sul lato sinistro. Infatti…» Tra vergogna e paura, non lo aveva notato. «Credo che stia andando via di nuovo.»
Lo sentì armeggiare e si accorse che era di nuovo vestita. Aprì gli occhi e si sedette. Il dottor Mackenzie era tornato dietro la scrivania, ma lei rimase sul letto.
«È piuttosto normale in questo stadio della gravidanza avere il tipo di dolori che sta descrivendo. È il suo corpo che si prepara al parto. I legamenti del suo utero si stanno allungando. Lei è giovane, quindi fa male un po’ di più. Probabilmente ha solo smesso di crescere.»
Parto? Non ci aveva neanche pensato. Le girò la testa.
«Perciò non deve preoccuparsi. Il bambino è assolutamente sano e salvo.»
L’irrimediabilità della sua situazione fu come una pietra che le cadde sullo stomaco. «No!» disse, prima di potersi fermare. Affiorarono di nuovo le lacrime, ma le spinse indietro.
Le sopracciglia del dottor Mackenzie si sollevarono notevolmente. «Oh, capisco.»
«Grazie» disse, fingendo che andasse tutto bene e saltando giù dal letto. «Non dovrei portarle via un altro istante del suo tempo…» Ma i singhiozzi le saltarono fuori e lui la fece sedere con risolutezza su una sedia accanto alla sua scrivania e le porse il suo fazzoletto.
«Non è sposata, vero?»
«No» rispose.
«Il padre lo sa?»
Pensò a Henry, al fatto che il dottor Mackenzie lo conoscesse da quando era piccolo. «Non ancora.»
«Deve dirglielo.» La sua voce diventò dolce. «Ha un bambino lì dentro, signorina. Lui o lei è lì da circa tre mesi. La possibilità che possa esserci un aborto adesso è piccolissima. Capisce quello che le sto dicendo. Non c’è via d’uscita adesso. Deve dirglielo.»
Spinse forte le dita dei piedi dentro le scarpe. «È sposato» riuscì a dire.
Il dottore serrò le labbra schiacciandole una contro l’altra, creando due linee profonde che svanirono nella barba. «Capisco.»
«Dovrei dirglielo lo stesso?»
«Signorina, non credo che lei abbia altra scelta.»
Fuori, le nuvole si erano sollevate e la pioggia era diventata sottile. Beattie ritornò da Camille, pronta a scusarsi con Antonia, pronta a inventarsi una storia per tenersi questo lavoro a tutti i costi, in un modo o nell’altro. Non era il momento per restare senza un impiego. Tutti parlavano di «recessione»; anche le grandi compagnie navali erano caute nell’assumere altre persone. Beattie sapeva che avrebbe dovuto supplicare. Quindi suonò il campanello e andò verso la finestra a golfo per sbirciare dentro. Antonia spuntò dalle scale dei camerini. Quando vide Beattie, la sua espressione si corrucciò.
Antonia aprì un pochino la porta. «Che c’è?»
«Volevo dirle che mi dispiace, io…»
«Sembra che ti abbiano annegato. Non voglio quelli come te nel mio negozio, Beattie Blaxland. Ho una reputazione da mantenere.»
«Vado a casa a cambiarmi e sarò subito di ritorno» disse Beattie, consapevole di suonare disperata e sconvolta.
«Cambiare? Puoi cambiarti i vestiti, ma non puoi cambiare quello che sei. Lady Miriam mi ha fatto notare quello che era proprio sotto il mio naso. Aspetti un bambino. Non sei neanche sposata. E girano voci che frequenti Henry MacConnell. Allora il bambino è suo? Lo sai, vero, che ha una moglie.»
«Per favore Antonia» la scongiurò Beattie, affranta. «Non posso vivere senza la mia paga. La mia famiglia è…»
«Avresti dovuto pensare a tutto questo prima di portare problemi oltre la mia porta. Dozzine di ragazze ogni giorno mi supplicano perché dia loro un lavoro, e tutte non incinte. Non avrò difficoltà a scegliere. Perché dovrei tenere te?»
«Per favore… Per favore!»
«Lady Miriam ha espressamente detto che non tornerà al negozio a meno che tu non te ne sia andata. Devo pensare agli affari.»
Beattie mandò giù la cosa con difficoltà. Probabilmente il suo viso assunse un’espressione davvero afflitta, perché per un istante Antonia si intenerì.
«Mi dispiace, bambina.» Lo disse a bassa voce senza incontrare lo sguardo di Beattie. «Ma non devi più mettere piede nel mio negozio.» Poi spinse la porta chiudendola.