TRE
Inspira, espira.
Beattie era in piedi nella strada sotto il club. Stanotte lo avrebbe detto a Henry. Davanti a lei, il suo respiro creava una sottile nebbia. L’ansia le faceva pizzicare lo stomaco. Cercò di capire perché aveva paura di lui. Lui l’amava, o almeno così diceva. Le sarebbe stato accanto. Non si sarebbe arrabiato… giusto? Aveva perso un po’ più tempo a truccarsi, per avere gli occhi scuri e dolci, le labbra rosse e appuntite. Se fosse stata abbastanza carina sarebbe stato gentile con lei. Avrebbe avuto compassione per lei.
Ma come era finita a questo punto in cui doveva elemosinare pietà? Era sempre stata orgogliosa dei suoi grandi sogni, della sua risata fragorosa, della sua contagiosa vivacità. Ferma in strada, con l’odore di carne alla griglia e fumo di sigarette che si spandeva dal ristorante, si rese conto con orrore che quelle cose erano solo una messa in scena, una presunzione infantile. In fondo era più facile per lei parlare dei suoi grandi progetti anziché fare qualcosa per realizzarli. Era facile essere in sintonia con lo spirito pungente di Cora e la sua sfacciata sicurezza dopo aver ingerito quattro litri di alcol. In realtà, non era altro che la figlia impacciata, goffamente magra e povera di una madre così fragile da far impazzire e di un padre ingenuo e idealista. La consapevolezza la colpì con tanta forza che quasi si girò e si mise a correre.
Ma non lo fece. Perché adesso non doveva prendersi cura solo di lei. Il bambino di cui quella mattina aveva sentito i primi teneri colpi contro le pareti del suo ventre aveva bisogno di un padre.
Il primo gradino fu il più difficile. Poi sentì il familiare odore del fumo di sigaro, le solite risate – stanotte più forti del solito − e salì verso di loro. Il torace era troppo piccolo per il suo cuore. Lo avrebbe detto a Henry, avrebbe messo tutto allo scoperto. E poi in qualsiasi modo fossero andate le cose non avrebbe potuto farci niente.
Non aveva tenuto conto della festa.
Il club era strapieno di gente. I festoni appesi da un lato all’altro della sala penzolavano pericolosamente accanto al camino. Il tavolo da carte non c’era più, sostituito con un lungo tavolo da pranzo che reggeva un’incredibile quantità e varietà di cibo. Batté le palpebre velocemente, cercando Henry nella stanza. Non voleva parlare con nessun altro. Aveva le labbra pronte a dire una solo cosa: «Henry sono incinta». Ma non riuscì a intravederlo.
«Entra, entra, Beattie!» Era Teddy Wilder, nei suoi pantaloni Oxford e il pullover Fair Isle. Aveva le guance rosse e brillanti. «È una festa di addio. Abbiamo immediatamente bisogno di te al bar.»
«Di addio?» Le balzò il cuore in gola. Henry se ne va. Sta scappando via con il suo levriero irlandese. «Chi parte?»
«Nessuno che ti piaccia, non preoccuparti» disse Teddy con una risata nasale. «Billy, mio fratello. Cambierà città. Via, su una nave diretta in Australia, dopodomani.»
Dopo arrivò Cora, prese con la sua mano fredda e bianca quella di Beattie e la trascinò verso il bar gridando per superare il volume alto della musica jazz che proveniva dal grammofono. «Hai sentito? Billy se ne va!» Cora riuscì a malapena a trattenere l’emozione nella voce. Detestava Billy. Molte persone lo detestavano. Era imprevedibile, maleducato, vanitoso. C’erano voci su di lui che dicevano facesse parte di una gang di strada, che fumasse oppio e che sfruttasse la prostituzione. Beattie non aveva mai saputo con sicurezza quante di quelle storie fossero vere.
Teddy si allontanò con fare seducente, gridando e ridendo a un’altra amica, mentre Beattie si strinse a Cora. «Dov’è Henry? Devo parlargli.»
«Non è ancora arrivato. Sigaretta?»
Beattie fece di no con la testa e Cora ne accese una, alzando il mento così che la sua gola bianca ed elegante fosse visibile. «Allora, stanno conducendo delle indagini su Billy per la falsificazione di alcune somme di denaro da Proudmoore.»
Beattie si riconcentrò riportando l’attenzione su Cora, nel presente. Henry non era lì. Tutto quel coraggio cominciò ad abbandonarla; si augurò di poterlo raccogliere di nuovo quando sarebbe arrivato. «La falsificazione di…?»
«Sì, la falsificazione dei libri contabili. Sta scappando prima che la polizia lo prenda. Suo padre gli ha trovato un lavoro con un suo amico in Tasmania. In fondo al mondo. Il posto a cui appartiene.» Diede uno sguardo intorno per assicurarsi che nessuno stesse ascoltando. «Beattie, è stato lui. Sicuro come la morte. Così ha detto a Teddy. Ha rubacchiato duecento sterline per sé.»
«Henry non è coinvolto?» Billy lavorava nella contabilità in una compagnia navale ed era il supervisore di Henry.
Cora scosse la testa con enfasi. «No, Henry ne è rimasto fuori. Ma Billy è una cattiva pianta. Sarà felice di sbarazzarsi di lui.»
Beattie fece un sorriso forzato. «Teddy sentirà la sua mancanza. Si sentirà solo.»
«Teddy starà bene» disse l’altra a bassa voce con gioia e sollevando le sopracciglia in modo ammiccante. «Gli terrò stretta compagnia.»
Beattie non riuscì a guardarla. Perché era rimasta incinta lei e non Cora? Questa ingiustizia la fece infuriare e all’improvviso sentì il bisogno di allontanarsi dall’amica, dal suo ventre e dal suo seno perfettamente piatti. Si voltò e si allontanò in fretta, con la testa bassa, spingendo via le persone per farsi strada. Cora la chiamò con fare imperioso, non abituata al fatto che Beattie la piantasse, ma ignorò la sua voce, tutte le altre voci, le risate, la folla pressante.
Poi lui la afferrò.
«Beattie?»
«Henry!» Disse con voce tra il sollievo e lo spavento.
«Che succede? Sei piuttosto pallida.»
«Sono…» Si ricompose. «Devo parlarti. Adesso.»
«Mi stai parlando.»
«Intendo dire di una cosa importante.» Si guardò intorno. «Da qualche parte in privato.»
Abbassò le sopracciglia, un’espressione che conosceva bene. Amava il suo viso serio, gli occhi intelligenti. Li amava così tanto da farle male. Provò a sperare. Lui avrebbe saputo cosa fare. L’avrebbe aiutata.
«Va bene, allora» le disse afferrandole il polso con delicatezza. Raggiunsero la stanza sul retro e quando Henry spinse la porta per aprirla, trovò una coppia mezza svestita sul lettino. Mormorò una parolaccia e chiuse di nuovo la porta.
«Fuori» disse senza lasciarla andare.
La condusse attraverso la folla e giù per le scale. Le sue dita salde erano rassicuranti e Beattie iniziò a sentire una strana sensazione di tranquilla accettazione, quasi come se fosse in un sogno. L’aria della notte invece era fredda e non aveva il cappotto con sé. Sentì l’odore della pioggia che si avvicinava, l’odore forte dei gas dell’autobus che provenivano su da Douglas Street.
«Allora, perché tutto questo?» chiese Henry. Abbassò lo sguardo su di lei, occhi grigi e fermi, e lei si gustò quell’attimo. Era follemente innamorata di lui; l’amore avrebbe risolto tutto. Poi si levò una brezza fredda che le ricordò che aveva le braccia scoperte e la pancia piena di un bambino.
«Henry, sono incinta.»
Lui si immobilizzò. Una statua. Anche al buio riuscì a vedere le sue pupille rimpicciolirsi. Per la prima volta da quando lo conosceva, sembrò insicuro. Passò un secondo, poi un altro e tutta quella certezza da sogno fu spazzata via. Henry non si mosse, né disse una parola. Sentì le lacrime che si avvicinavano pungenti, poi il caldo sollievo mentre si formavano e fluivano via.
«Oh Beattie» disse finalmente, in modo così dolce e tenero da spaventarla.
«Mi dispiace» disse lei. «Mi dispiace tanto.» Come se fosse solo colpa sua, come qualcosa di cattivo e difettoso dentro di lei l’avesse fatta restare incinta. Come se lui non avesse avuto alcun ruolo.
«No, no. A me dispiace» disse. «Non posso…» Lasciò cadere la testa, pizzicandosi il setto nasale. Poi si riprese e la guardò negli occhi. «Tesoro mio, sono sposato con un’altra donna. Lo sai.»
Il sangue le si gelò nelle vene. «E… io?»
«Molly è mia moglie. Non è così facile…»
«Oh, Dio. Oh, Dio.» Beattie si allontanò da lui barcollando, il suo istinto la spingeva a correre via.
Ma lui la afferrò, la tirò a sé, ricoprendo di baci quel viso rigato di lacrime. «Ti amo, ti amo. Ma questa è la verità. Molly non mi concederà mai il divorzio.»
«Cosa dovrei fare?» singhiozzò Beattie. «Ho già perso il lavoro. Non riesco neanche a occuparmi di me stessa, figuriamoci di un bambino.»
«Se posso ti aiuterò io» disse Henry. «Per favore calmati e abbassa la voce, mia cara. Devi dirmi una cosa: lo sa qualcun altro?»
«Cora» confessò.
«Lo ha detto a Teddy?»
Beattie disse di no con la testa.
Henry fece un respiro profondo. «Ecco cosa faremo. Andremo sopra a prendere il tuo cappotto, e diremo a tutti che non ti senti bene e che stai andando a casa. Dovrai restare lontana dal club per un po’.»
«Ma…»
«Ho bisogno solo di tempo. Per organizzare le cose» disse. «Ti fidi di me, vero?»
Dentro di lei si aprì un immenso vuoto. Non si fidava. Certo che non si fidava. Dopotutto era questo il motivo per cui ci aveva messo così tanto a dirglielo. Rendersene conto fu straziante.
«Farai come ti ho detto?» le chiese.
Quale altra scelta aveva? Annuì, ma non trovò la forza di dire sì.
Passarono due settimane senza ricevere alcuna notizia da Henry. Ogni giorno, cadeva sempre più in fondo al baratro della disperazione. Tutte le mattine si vestiva e lasciava l’appartamento, così che sua madre e suo padre non scoprissero che non aveva più un lavoro. Senza alcun dubbio, se ne sarebbero accorti quando sua madre avrebbe cercato i soldi nella sua borsa e non li avrebbe trovati. Ogni giorno camminava fino ad avere i piedi gonfi e ogni volta si ritrovava a Glasgow Green. Ovunque stava sbocciando nuova vita: i germogli stretti e verdi sugli alberi di betulla e di tiglio, lungo le sponde del Clyde, e i fiori selvatici creavano un’esplosione di colori, e poi c’erano le oche fiere con i loro treni di pulcini dalle zampette goffe. E anche dentro di lei. Il suo bambino si muoveva a scatti contro il ventre che diventava sempre più vistoso e inesorabilmente più rotondo.
Ma durante quelle passeggiate attraverso Glasgow oltre alla nuova vita vedeva anche altre cose: immagini che la perseguitavano. Donne vestite di stracci e senza una casa, bambini sporchi che elemosinavano monete o cibo, vecchie e luride coperte raccolte nel retro di un vicolo in attesa che il padrone di casa tornasse a dormire. L’immaginazione, che una volta si lasciava andare solo alla moda e al successo, attraversò per questi vicoli senza il suo permesso. Vide se stessa e suo figlio, vide la morsa dell’inverno freddo avvicinarsi come un’ombra. Vide un futuro cupo e di fame.
Ogni giorno ritornava a casa al tramonto. Suo padre era ancora alla macchina da scrivere mentre sua madre si sfilava le scarpe dopo una giornata di lavoro alla lavanderia, senza dire niente a suo padre con le labbra anche se i suoi occhi lo pregavano, in silenzio, di cercarsi un lavoro vero. Beattie si ritirò senza che se ne accorgessero.
Neanche Cora le aveva fatto visita per vedere come stava. Fu sorpresa di quanto questa cosa la rattristasse. L’amicizia di Beattie era stata così marginale per Cora? Neanche una volta, dal giorno in cui Beattie le aveva confessato di essere incinta, le aveva chiesto come si sentisse o se potesse esserle d’aiuto. Era come se avesse dimenticato la sua situazione difficile. E con la stessa rapidità, adesso, sembrava si fosse dimenticata anche di Beattie.
Beattie aspettava. Aspettava Henry. Aspettava che i suoi genitori si accorgessero che era senza lavoro. Aspettava che il suo ventre crescesse abbastanza da non poter essere più nascosto dai vestiti. Aspettava che arrivassero le conseguenze.
E poi una mattina, arrivarono.
Beattie era in bagno, stava uscendo dalla vasca con i rubinetti arrugginiti e lo smalto scheggiato. Sua madre entrò.
Ovviamente fu liberatorio. Il sospetto doveva averla stuzzicata e sapeva che Beattie era lì dentro. Il chiavistello della porta del bagno non funzionava da mesi e tutti i residenti avevano preso l’abitudine di lasciare le pantofole fuori dalla porta per avvisare che era occupato.
Beattie restò senza fiato, mentre allungava la mano per prendere l’asciugamano. Così nuda non poteva nascondere il ventre ingrossato. Sua madre chiuse la porta dietro di lei con un calcio, avanzò a grandi passi e strappò via con forza l’asciugamano. Poi afferrò bruscamente le mani di Beattie e le aprì.
«Mamma…»
I suoi occhi viaggiarono lungo il corpo di Beattie dalla gola alle cosce, poi lasciò andare le mani di sua figlia e per finire la guardò in faccia.
«Mamma, mi dispiace» disse Beattie, ma non vide nessuna pietà negli occhi di sua madre. Solo sgomento.
«Devi andartene.»
«No! Mamma, non buttarmi fuori.»
«Tuo padre non dovrà mai saperlo. La vergogna. La vergogna.» Le mani di sua madre si agitavano simili a uccelli in trappola. «Vestiti. Vattene.»
Beattie si raccolse l’asciugamano intorno, il cuore le batteva sordo in gola. «Non so dove andare.»
«Non m’importa!» La voce di sua madre stava diventando isterica. «Tuo padre morirà dalla vergogna. Non troverà mai un altro lavoro onesto se si viene a sapere che sua figlia è una… una…» Sua madre non riuscì a trovare le parole, mentre la voce si perdeva nel rumore della tosse.
«Ma io…»
Le proteste di Beattie furono interrotte da uno schiaffo brusco sul viso. Alzò gli occhi verso sua madre: aveva l’espressione stravolta.
«Mamma?» disse con le lacrime agli occhi. Si dimenò per afferrare le mani di sua madre, ma quest’ultima le allontanò con freddezza.
«No» disse sua madre. «Lasciami stare. Le cose sono già abbastanza difficili.»
Le tornò in mente il frammento di un ricordo di sua madre che una mattina mentre la neve cadeva fuori dalla finestra, le pettinava i capelli prima che andasse a scuola. Le sue mani calde e la voce gorgheggiante, che cantava una vecchia canzone popolare scozzese. Quel ricordo era in così forte contrasto con questo momento che lo stomaco di Beattie fluttuò come se dovesse vomitare. «Non puoi farlo» disse ansando. «Sono tua figlia.»
«No» disse con lo sguardo torvo. «Non lo sei. Non abbiamo nessuna figlia.»
In strada l’aria era spessa e oleosa. Beattie era vestita, aveva la borsa che sua madre le aveva lanciato nella tromba delle scale, altrimenti sarebbe stata a mani vuote mentre correva via dall’isolato. Ad alcune strade di distanza si fermò con il polso che le pulsava, non sapendo decidere da quale parte andare. All’ufficio di Henry per supplicarlo? A Tannochside, a casa di sua nonna con il giardino umido sul retro su cui cresceva più muschio che erba? O nel vicolo più caldo e più asciutto che potesse trovare per prepararsi alla rovina finale? Per lunghi, orribili minuti rimase ferma e fu come se riuscisse a sentire il mondo che girava, a sentire appoggiato su di esso il suo sottile trespolo.
Riuscì a pensare solo a una persona che avrebbe saputo cosa fare. Cora.
Beattie non era mai stata a casa di Cora, anche se sapeva dove era, Henry gliela aveva indicata una notte, mentre la riaccompagnava a casa a piedi. Una villetta a schiera di pietra arenaria color miele a Woodlands Terrace. Il padre di Cora era un magnate dell’industria navale e possedeva anche una tenuta di campagna. Beattie provò a non pensare a come sarebbe stato avere due case, invece di un minuscolo appartamento senza spazio. Ad avere un padre che si occupava di lei.
Quando arrivò era ansante e si fermò ai piedi dell’ampia scalinata per riprendere fiato. Non si era nemmeno accorta che si era messa a correre. Il sole del mattino si era fatto spazio tra le nuvole, trasformando la pioggia della notte precedente sulla strada in vapore. Nel parco, gli uccelli cantavano in coro. Beattie aspettò che il cuore si fermasse, si asciugò il viso rigato di lacrime con il palmo della mano, salì e suonò il campanello.
La porta pesante si aprì leggermente. Un viso autoritario sotto un cappello bianco con i volant la scrutò.
«Sì, ragazzina?» chiese la vecchia donna.
«C’è Cora?»
La donna – Beattie immaginò fosse la governante − inarcò un sopracciglio. «Chi sei?»
«Mi chiamo Beattie. Sono una sua amica. Per favore. Devo parlarle solo per qualche minuto.»
«Aspetta qui» disse la governante, poi chiuse la porta.
Il tempo trascorreva. Sembrarono ore, ma probabilmente furono solo dieci minuti. Si sentivano lontani i rumori del traffico: la giornata era iniziata con normalità per tutti gli altri. Beattie cominciò a pensare che si era dimenticata di lei. A quel punto la porta si aprì e apparve Cora.
«Dio, Beattie Blaxland. Sono solo le nove del mattino.»
«Mi dispiace. Spero di non averti svegliata. Solo che non sapevo dove altro andare.»
«Non c’è problema. Hai un aspetto terribile. Hai mangiato? Posso prepararti un tè.»
«Io…» per non piangere Beattie fece un respiro profondo che la fece rabbrividire. «Del tè sarebbe perfetto.»
«Allora entra. Attenta al gradino piccino qui. Non hai messo neanche un’oncia di trucco. Sembri morta. Vuoi che ti prenda del rossetto?» La voce di Cora suonava rumorosa mentre conduceva Beattie attraverso un ampio atrio e in un salotto col parquet e le finestre che arrivavano fino al pavimento. «Qui, siediti. Ti porto il tè e poi puoi raccontarmi che cosa sta succedendo.»
Beattie aspettò nella stanza silenziosa e soleggiata, intrecciando le mani e sciogliendole con impazienza. Si sentiva come se fosse seduta fuori da se stessa e si stesse guardando a distanza. Ovviamente nessuna delle due cose poteva essere reale. Guardò i suoi polsi sottili e pallidi e si sentì così giovane. Erano i polsi di una bambina. Cora ritornò portando un vassoio con il tè e fumando una sigaretta. Lo appoggiò e ne versò una tazza a Beattie. Tè forte e nero.
Un sorso e Beattie si scottò la lingua.
«Allora, che succede? Credevo che ne avessi abbastanza di me» disse Cora con un broncio grazioso. «Il modo in cui mi hai scaricato alla festa. Non sei più ritornata al club.»
«Henry mi ha detto di non farlo.»
«Davvero? Perché?»
«Per via del bambino.»
«Il…» I suoi occhi scesero piano fino alla vita di Beattie e si ingrandirono fino a diventare tondi. «Oh Signore, Beattie, non sarai ancora incinta! Pensavo ti fossi sbarazzata del bambino. Non ne hai più parlato.»
Beattie non riuscì a fare nient’altro che scuotere la testa e serrare le labbra, tenendole strette, per trattenere i singhiozzi.
«Allora, che cos’ è successo? È venuto a trovarti? Baderà a te?»
«Ha detto che lo avrebbe fatto, ma non l’ho più sentito. Sua moglie…»
«Quella vecchia vacca smunta non può avere bambini. Dovrebbe lasciarlo andare.» Cora mise un braccio protettivo attorno alle spalle di Beattie.
«Cosa posso fare per aiutarti?»
«Mia madre mi ha cacciata di casa. Non so dove andare. Dovrei andare da Henry? Solo che non voglio rendergli la vita difficile…»
«E perché no? Lui l’ha resa abbastanza difficile a te.» Con la mano libera, Cora spense la sigaretta a metà. «No, non andare da Henry. Non ti tratterebbe bene.»
«Henry non è così cattivo. È buono, è…»
Cora la zittì sollevando una mano bianca. «Beattie, ci sono due tipi di donne nel mondo, quelle che fanno succedere le cose e quelle che lasciano che succedano. Prova a essere il primo tipo.» Si mise comoda e guardò Beattie dritto negli occhi. «So di un posto nel nord dell’Inghilterra, gestito da un’amica della mia zietta. Ci vanno le ragazze come te. Partoriscono e poi lasciano i bambini lì per l’adozione. Saresti di ritorno a Glasgow entro Natale, come se niente fosse successo. Posso organizzare tutto io per te.»
Il cervello di Beattie girò come un vortice. Ecco che Cora le stava offrendo tutto quello che aveva voluto: un riparo, sollievo, una fuga dalla responsabilità di diventare madre. Ma Beattie era cambiata. Con gradualità, ma senza dubbio, a mano a mano che le settimane passavano e il suo destino era diventato inesorabile, aveva finito per sentire un affetto inatteso per il bambino dentro di lei. Era morbido come una corda di seta e la legava al bambino. Appartenevano l’una all’altro, non era così?
Le sopracciglia di Cora si avvicinarono. «Non ti sarà mica venuta la stupida idea di tenere quella cosina, spero!»
Era disperata. O faceva quello che le suggeriva Cora, o avrebbe dovuto affrontare la rovina. Si sforzò di usare un tono allegro. «Certo che no» disse velocemente. «E comunque non l’ho mai voluto.»