QUATTRO

2308 Words
QUATTRO Attraverso la finestra coperta di brina della camera che condivideva a Morecombe House, Beattie vedeva le cime dei tetti che bloccavano la vista del mare oltre le case. Una volta a settimana, il martedì pomeriggio, le quattordici ragazze che risiedevano qui venivano portate in spiaggia − tardi, così che solo poche persone potessero sentirsi oltraggiate dal numero di ventri illegalmente in attesa −, dove raccoglievano conchiglie nelle borse e rimanevano in piedi fino alle caviglie nell’acqua pungente del mare, facendo tanti profondi respiri, per fare in modo che quell’aria fresca durasse fino alla prossima volta che avessero consentito loro di uscire. Beattie avrebbe alzato un po’ la finestra, ma era stata chiusa con i chiodi. Un gabbiano sul tetto di fronte si arruffava le piume contro la brezza che si alzava dal mare ogni giorno al tramonto. Posò una mano sul ventre. Dentro, il suo bambino si agitava e dava calci. Non più il suo bambino. La direttrice l’aveva informata che avevano già trovato una famiglia per il neonato, una buona coppia di cristiani di Durham che aveva già adottato due bambine e che questa volta speravano di avere un maschio. La direttrice glielo disse con austerità, quasi come se la stesse avvertendo di non deluderla con una femminuccia. Beattie provava a non pensare se il bambino fosse un maschio o una femmina: questi pensieri lo facevano sembrare così reale, così vicino. Se doveva rinunciare a lui, non serviva a niente immaginarlo in ogni dettaglio. Cosa avrebbe dato, in quel momento, per il conforto di sua madre. Per la saggezza di suo padre. Eccola lì, in procinto di partorire, ma che ancora si sentiva come se fosse una bambina. Giovane, spaventata e desiderosa di conforto. Ma non c’era conforto qui a Morecombe House. Solo una dieta giornaliera di informazioni su quanto dovesse essere spaventata, sempre servite con freddezza. Beattie si allontanò dalla finestra e trovò un libro da leggere. La direttrice consentiva che nelle stanze ci fossero solo la Bibbia e i classici. Beattie non aveva alcun desiderio di leggere la prima, ed era molto annoiata dai secondi, ma era riuscita a trovare un romanzo di Charles Dickens che aveva catturato la sua attenzione. Si distese sul letto e provò a leggere. La stanza era piccola e sarebbe stata fredda in autunno, quando era previsto il parto. Non c’erano tappetini sul pavimento, né carta da parati o quadri alle pareti a interrompere la pietra fredda dei muri, tra i quali vagava indolente, a partire dai soliti lavoretti mattutini fino a pranzo, dall’ora d’arte alla cena. Il suo letto era rifatto per bene, ma quello di Delia era una confusione di lenzuola e coperte. Era stata la sua compagna di stanza per le ultime tre settimane, da quando era arrivata. La notte scorsa a mezzanotte l’avevano portata via, tra pianti e lamenti per partorire. Poi, in parte sveglia e in parte addormentata, Beattie aveva fatto strani sogni di sangue e morte e di bambini che piangevano. Aveva i nervi consumati. Non riusciva a concentrarsi sulle righe di fronte a lei. La porta si aprì con un colpo sordo e Beattie alzò lo gli occhi per guardare Delia, con un vestito a fiori così sbiadito che le margherite erano grigie. «Delia? Sei tornata?» le chiese sedendosi. Delia sorrise, ma fu un sorriso simile a una crepa. Una fessura nera sul viso. «Tutto finito.» Beattie lanciò uno sguardo alla pancia di Delia, che era stata rotonda e matura e che adesso sporgeva dolcemente contro il vestito. «Hai…» «È fatta» disse con risolutezza. «Sarò fuori tra una settimana.» «Il bambino?» «Non l’ho visto. Lo hanno avvolto… in una coperta… di fronte alla mia faccia…» Il sorriso di Delia si indebolì e scomparve. «Non so neanche se era un maschio o una femmina.» Si sedette con attenzione sul letto e si distese. A Beattie si strinse il cuore. «Lo hai sentito?» Scivolò verso Delia, si sedette accanto a lei e le accarezzò i capelli per allontanarglieli dal viso. «Un rumore piccolino» rispose Delia. «Come un gatto.» Le ritornò il sorriso. «Adesso è tutto finito, la settimana prossima sarò a casa e potrò andare avanti con la mia vita. Grazie a Dio.» Allontanò le mani di Beattie e si tirò su le coperte. «Faceva male?» «Un dolore infernale.» Rispose sbadigliando. «Sono stanca, Beattie. Potresti lasciarmi stare e farmi dormire?» Beattie si alzò, ritornò alla finestra e appoggiò la fronte contro il vetro gelido. Mancavano ancora molti mesi al parto, ma la paura aveva cominciato ad assalirla a poco a poco. Il bambino di Delia non c’era più. Quel fagotto di vita che si muoveva legato dentro il suo corpo adesso era nelle cure di qualcun altro e il suo ventre era vuoto. Beattie pianse a questo pensiero, lasciò che le lacrime le corressero lungo il viso in silenzio e le gocciolassero dal mento, con la consapevolezza di non piangere per Delia, ma per se stessa. La schiuma grigia, compatta e spumeggiante si stendeva lungo la spiaggia in linee fluttuanti e le ragazze si facevano attentamente strada lungo il sentiero. Beattie alzò lo sguardo verso il cielo plumbeo, tenendo il cappello ben fermo con la mano contro il vento. Avrebbe senz’altro piovuto, il che voleva dire che la loro uscita settimanale sarebbe stata breve e sarebbero state rimandate a Morecombe House prima del dovuto. Forse avrebbero ricevuto qualche approfondimento aggiuntivo della Bibbia per i loro peccati. «Prendete un po’ di aria fresca, ragazze» gridò la direttrice mentre si sparpagliavano in direzione della spiaggia. Quelle più prossime al parto si sedevano a guardare le onde grigie, stremate e ansiose. Quelle che erano agli inizi della gravidanza correvano verso la battigia per immergere le dita dei piedi nell’acqua. Quelle di mezzo, come Beattie, vagavano lungo la costa in cerca di conchiglie, o pezzi di vetro colorati e levigati dal mare. Beattie aveva deciso di passare là fuori la maggior parte del tempo e camminava spedita sulla sabbia umida. L’aria del mare e il battito sordo del cuore lavarono via le ragnatele che le si erano accumulate nella mente durante tutto il tempo in cui era stata chiusa dentro quelle sale con i pavimenti di linoleum e l’odore di cavolfiore. In lontananza, al limite della spiaggia, vide una sagoma. Non ci fece caso fino a che non la vide alzare una mano, quasi come se la stesse salutando. Come se la salutasse con incertezza. Rallentò. Osservò con attenzione. Era un uomo con un vestito grigio e il viso nascosto dal cappello. Di sicuro stava facendo un segno con la mano. Guardò dietro di lei. Le altre ragazze erano a venti metri di distanza e nessuna di loro stava guardando l’uomo. Si rigirò e il cuore cominciò a ballare: lo aveva riconosciuto prima dei suoi occhi. Henry. Beattie si immobilizzò per la violenta emozione. Non poteva semplicemente correre verso di lui; la direttrice l’avrebbe vista. Ma non poteva neanche fare finta di non vederlo. In quell’esatto istante, le nuvole sopra di lei si aprirono e iniziò a piovere. La direttrice disse a voce alta contro il vento: «Ritornate ragazze. Dobbiamo rientrare subito». Rientrare? Come avrebbe potuto? Henry era lì, a soli novanta metri da lei, sotto la pioggia. «Qualcuna prenda Beattie! Per amor di Dio, Beattie, stiamo aspettando tutte te!» Una mano si chiuse attorno al suo braccio. Una delle nuove ragazze, Beattie non si ricordava il nome. «Forza» le disse con un forte accento di Newcastle «ci prenderemo un bel raffreddore qui sotto la pioggia.» Beattie si liberò della mano e si girò a guardare Henry. Non c’era più. «Forza» le disse la ragazza, incitandola. Beattie vide le ragazze davanti allontanarsi in fretta dalla spiaggia e la matrona che agitava con forza le braccia grassocce. Diede un altro sguardo dietro di lei: non c’era nessuna sagoma. E se non fosse mai stato Henry? Ma solo un’immagine vomitata fuori dal suo cuore infelice? Asciugandosi le lacrime piene di rabbia, Beattie camminò con passo pesante sulla spiaggia verso le altre, raggiungendole proprio mentre attraversavano la strada. Dietro il padiglione era parcheggiata una Austin nera identica a quella di Teddy Wilder. Beattie tremò. Molti altri uomini guidavano una Austin. Ma fu tuttavia sufficiente per farla sperare. La pioggia cadde più forte, la direttrice aveva la testa sotto l’ombrello nero. Nessuno la stava guardando. Non in questo preciso istante… Beattie si distaccò dal gruppo e si precipitò verso la spiaggia. Nessuno la richiamò. Corse quanto più velocemente le permettesse il suo corpo considerata la goffaggine che aveva acquisito di recente e rallentò quando si accorse di essere sola sulla sabbia. Il mare grigio, il cielo grigio, completamente sola. Niente Henry. Non stava arrivando. E non sarebbe mai arrivato. E poi, dopo un battito di cuore, cambiò tutto. Sentì la sua voce che la chiamava. «Beattie!» Si voltò, era in cima alla spiaggia che le faceva dei segni. Corse sulla sabbia verso di lui e gli si lanciò contro con tanta forza che temette di farlo cadere. Ma era forte e fermo come una roccia. «Pensavo non saresti mai venuto.» «Ti avevo perso! I tuoi genitori non ne sapevano niente. Alla fine Cora me lo ha detto. Non glielo perdonerò mai per avermelo tenuto nascosto.» La pioggia li bagnava, ma si tenevano stretti l’uno all’altra. Infine Henry si scostò. «Ti vedranno. Presto. Vieni con me, ho la macchina di Teddy.» Fece balzare lo sguardo tutt’intorno. L’avrebbero vista. La direttrice avrebbe mandato qualcuno indietro a cercarla. Henry fece scorrere il braccio intorno a lei e la condusse in fretta verso la macchina. In auto sgocciolò tutta l’acqua sul sedile mentre la pioggia batteva sul tetto dell’auto. Henry non mise in moto. Invece, si voltò verso di lei con il suo sguardo grigio. Beattie aveva il polso caldo e tonante. Non osava parlare. «Scappa via con me» le disse. Se lo stava immaginando o aveva l’alito che odorava di gin? «Che cosa vuoi dire?» Ma era già troppo tardi. Aveva pronunciato le parole che aveva desiderato sentire, ma mai osato immaginare. «Ho telegrafato a Billy, in Australia. Mi troverà un lavoro.» Ebbe le vertigini. «Potremo stare insieme.» «Tua moglie…» disse, cercando di respirare. «Non sono innamorato di lei. Io amo te. Amo il nostro bambino. Non ci troverà mai. Ho prenotato una cuccetta per noi due su una nave da carico che partirà da Londra tra otto giorni. Ho quaranta sterline con me in tasca. Verrai con me? Adesso? A Londra?» Fuori la pioggia battente si attenuò. Beattie lo guardò e i pensieri le attraversarono veloci la mente: deludere Cora dopo che aveva fatto così tanto per lei, allontanarsi così tanto da casa, non rivedere mai più i suoi genitori… Ma nessuno di questi pensieri riuscì a prendere il sopravvento. Nel profondo pozzo della sua anima, voleva andare con Henry. E quel desiderio calpestò ogni cosa. «Sì» gli rispose. «Andiamo.» La sera calò sulle finestre della piccola stanza d’albergo di Bayswater. Beattie guardò la strada in cerca di Henry; era in ritardo. E per ogni attimo in cui tardava lei si chiedeva se stesse facendo la cosa giusta. Di certo non poteva perdere la fiducia in lui ogni attimo in cui lo perdeva di vista. Nella stanza accanto, attraverso i muri sottili sentiva qualcuno fischiare Bye Bye Blackbird. L’allegro motivetto era in contrasto con il freddo della stanza, l’avvicinarsi del buio e l’insistente circospezione nel cuore. Il giorno dopo sarebbero partiti su una nave da carico che aveva abbastanza spazio per due passeggeri e neanche un assistente che si prendesse cura di loro. Henry avrebbe dovuto dare una mano con le pulizie per pagare il viaggio di entrambi. Dovevano viaggiare passando dall’India e ci avrebbero messo otto settimane per arrivare a Hobart. Otto settimane in mare. Nei momenti in cui non era stanca e piena di dubbi, le appariva come un’avventura. Ma adesso sentiva tutto lo sconforto, terribile e smisurato. Le promesse che le aveva fatto Henry! Amore eterno. Crescere insieme il loro bambino (era sicuro che sarebbe stato un maschio, un piccolo Henry). Una nuova vita in un mondo nuovo. Si sarebbero presentati come marito e moglie. Avrebbe smesso di farsi chiamare Beattie Blaxland e da allora in poi l’avrebbero conosciuta come la signora Henry MacConnell. Avrebbe messo al mondo bambini e lui avrebbe lavorato sodo e portato a casa i soldi. Avrebbero avuto una casina tutta loro e sarebbero invecchiati insieme. Ma c’erano troppe note stonate in questa sinfonia di immagini. Lui avrebbe lavorato con Billy Wilder. Sua moglie avrebbe potuto rintracciarli. E non era riuscito a fare l’amore con quel corpo in attesa. «Non è niente» aveva mormorato, respingendo con dolcezza i suoi approcci. «Il tuo aspetto è diverso, tutto qui. Non è la mia Beattie. Dopo che avrai avuto il bambino, tornerà tutto come prima.» Se Henry non fosse andato da lei, sarebbe ancora a Morecombe House ad aspettare, come tutte le altre ragazze, di partorire e di dare via il bambino. Si abbracciò la pancia. Perché non riusciva a liberarsi di questa terribile incertezza? Un attimo prima voleva Henry, il bambino, la nuova vita. Un attimo dopo non voleva più niente. Solamente che tutto questo non fosse mai accaduto. E invece era successo. Eccolo procedere con grandi passi disinvolti lungo la strada. Aveva terminato i preparativi per il viaggio e aveva preso una borsa piena di vestiti più grandi per lei da un’amica di Teddy a Paddington. Beattie non aveva nient’altro che quello con cui era fuggita dalla spiaggia e non le sarebbe andato bene ancora per molto. Henry alzò lo sguardo verso la finestra, la vide che lo guardava e alzò la mano per salutarla. Senza sorridere. Era quello il modo di fare di Henry. Non poteva dubitare di se stessa, non adesso. Aveva preso la sua decisione o meglio, il suo cuore l’aveva presa per lei. Domani sarebbe cominciato il viaggio. Domani non ci sarebbero stati ripensamenti.
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