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Unico indizio un anello di giada

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Blurb

Laura ha 28 anni si è laureata in medicina ed è una ragazza come tante, senza troppi grilli per la testa. Una vita normale, anche troppo normale, fino alla sua scomparsa. Già, perché Laura sparisce improvvisamente nel nulla senza un apparente motivo. Un nuovo grattacapo per il Commissario Alessandro Meucci, capo della sezione omicidi di Torino e per Maurizio Vivaldi, ex poliziotto ora investigatore privato. Sullo sfondo una sensitiva e l’oscuro mondo dell’occulto in una Torino dalle atmosfere noir. Un giallo intimista che varca il lato oscuro di ognuno di noi per condurci oltre i confini della razionalità e della logica. Un viaggio attraverso le debolezze, le inquietudini e le paure dell’animo umano. (Romanzo finalista al Premio Letterario "Mariano Romiti" 2013)

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Editing a cura di: Sonia Dal Cason-1
Editing a cura di: Sonia Dal Cason A Elena 1 La guardai in silenzio. I suoi occhi erano gonfi e stanchi, ma non singhiozzava più. Aveva smesso di piangere da tempo ormai, da quando aveva prosciugato le ultime lacrime calde e amare. Si toccava spesso l’orecchio destro in preda a un tic nervoso. Poi si soffiava il naso. Era visibilmente sfinita. Appoggiai i gomiti sulla scrivania e posai il viso sulle mie mani incrociate. La signora Cecilia Parodi era una gran bella donna. Aveva 53 anni ed era leggermente sovrappeso, ma assolutamente affascinante. Bionda, vestita con un sobrio tailleur di colore grigio addolcito da una collana di perle bianche abbinata a orecchini in tema. Era seduta in modo composto e ordinato di fronte a me. Sembrava quasi una collegiale d’altri tempi. Osservavo le sue mani. Aveva vissuto con e per quelle mani armoniose e apparentemente delicate tutta la vita. Era violoncellista e aveva suonato nelle migliori orchestre sinfoniche d’Italia. Ora amava definirsi una carretta in disarmo da quando, due anni prima, aveva deciso di smettere di esibirsi e dedicarsi solo all’insegnamento dello strumento al conservatorio Giuseppe Verdi di Torino. Era una persona molto colta e di una grazia infinita. Mi turbava parlare con lei. Subivo una sorta di contaminazione emozionale. Eppure mi era accaduto ben poche volte in passato, né prima, quando ero poliziotto, né successivamente, quando avevo intrapreso l’attività di investigatore privato. È sempre opportuno estraniarsi dai contesti emotivi. Si ragiona meglio da un osservatorio privilegiato. Ma questo era un caso molto particolare. Troppo particolare per non sentirsi chiamati in causa. La figlia della signora Parodi, Laura, era anch’essa una meravigliosa creatura. Aveva 28 anni, laureata in medicina, si stava specializzando in cardiochirurgia. Una ragazza normale, senza tanti grilli per la testa, innamorata della sua futura professione. Una passione forse trasmessale dal padre Luigi, primario di anestesia e rianimazione all’ospedale Molinette di Torino. Un fidanzato ufficiale, anche lui medico, un solo hobby: la pallavolo. Una vita normale, anche troppo, fino alla sua scomparsa. Già, perché Laura Guittini, ragazza per bene, era sparita nel nulla da nove mesi ormai. Le laboriose indagini della squadra mobile di Torino, prima, e degli agenti del Servizio Centrale Operativo giunti da Roma, poi, non erano servite a niente. Scomparsa e basta. Nessun dubbio di amici e parenti su una sua eventuale fuga. Tutti i dati in possesso degli inquirenti erano concordi nell’indicare un rapimento. Il vero problema era rappresentato dal tipo di sequestro. La famiglia Guittini era agiata, ma sicuramente non in condizioni di pagare alcun riscatto. Riscatto che, in effetti, non era mai stato chiesto. Le ipotesi che si erano succedute erano le più sinistre. Un maniaco, un serial killer o peggio, il traffico clandestino di organi umani. Dopo tutto questo tempo anche il magistrato incaricato aveva allargato le braccia e si era affidato alla sorte. Laura Guittini era ufficialmente missing. La famiglia non riusciva a darsi pace e la madre, in particolare, si era rivolta a me nella speranza forse di un miracolo, anche se in verità io di miracoli non ne avevo mai fatti. Nella mia carriera di investigatore privato avevo invece piuttosto analizzato dinamiche diverse da quelle ufficiali, rilevato errori spesso grossolani da parte di inquirenti e poliziotti, ma, soprattutto, ascoltato in religioso silenzio le persone che avevano qualcosa da dire, anche la più banale. Questo lavoro da fine cesellatore mi aveva reso parecchio noto in giro, creandomi in verità non pochi nemici tra gli ex colleghi poliziotti. Invidia, forse. Il cellulare squillò. «Mi scusi…», sussurrai alla signora. «Sì, pronto?» «Il dottor Vivaldi?» «Sì, lei chi è?» «Sono il Professor Guittini, mi scusi se la chiamo al cellulare.» «Professore, si figuri.» «Mia moglie è ancora lì, vero?» «Sì, certo. Vuole che gliela passi?» «No, no, le dica solo che oggi tarderò. Ha il telefonino spento e io devo entrare in sala operatoria.» «Va bene professore.» «Come sta? Lei, mia moglie voglio dire, come la vede?» Questa domanda mi imbarazzò non poco. Inoltre, la signora era seduta davanti a me e non potevo certo sbilanciarmi. «Bene, bene. Magari ci sentiamo in questi giorni…» «Temo in un suo crollo imminente. Sono molto preoccupato. Le dia una speranza. Anche una piccola speranza le può bastare. Un lumicino, la prego.» Ero quasi impacciato e liquidai il professor Guittini in poco tempo. Già, darle una speranza, ma cosa ero io, un sacerdote? Ma che razza di richieste. Alzai lo sguardo e incontrai nuovamente il suo. Spento, vuoto. Forse aveva ragione il marito. Non potevo permettermi un gesto inconsulto della madre proprio ora. «Suo marito tarda. Lei non rispondeva e allora…» Lei abbassò il capo rassegnata. Poco dopo parlò lentamente, quasi al rallentatore. «Sa, mio marito si sta gettando a capofitto nel lavoro. Per non pensarci troppo forse, non intendo giudicarlo. Ognuno reagisce a modo suo.» Si soffiò nuovamente il naso e poi mi guardò. «Non perderò mai la speranza di ritrovare mia figlia», affermò determinata stringendosi le mani e guardandomi severa. Mi spinsi leggermente indietro con la poltrona, poi risposi. «Signora Parodi, mi creda. Ogni genitore che si rispetti direbbe la stessa cosa. Le sono vicino anche se sappiamo entrambi che non sarà una passeggiata di salute. Anzi. Le posso però promettere che farò quanto possibile per scoprire qualcosa. Qualsiasi cosa.» Lei acconsentì con il capo e poi, con uno scatto improvviso, si alzò dalla sedia. Rimase qualche istante in piedi, ferma, come in cerca di nuove parole che non trovò. Mi salutò allontanandosi. Prima di varcare la porta del mio ufficio si girò un’ultima volta verso di me. «Dottor Vivaldi, controlli bene le sue amicizie…» La osservai mentre si allontanava senza attendere la mia risposta. Posai lo sguardo sulla foto di Laura appoggiata sulla mia scrivania. La sfiorai con i polpastrelli delle dita e sospirai. «Dove sei finita Laura? Dove ti sei cacciata?» 2 Quella sera avevo deciso di andare al Jazz Club di Piazzale Fusi. Torino non aveva più i grandi eventi di un tempo, tuttavia non passava sera senza che si potesse trovare qualche cosa d’interessante da fare, vedere o semplicemente da ascoltare. Si esibiva un quintetto che riproponeva vecchi standard di Miles Davis. Chiamai qualche amico, ma tutti, chi per una ragione chi per un’altra, ignorarono l’invito. Pazienza. Presi un pezzo di pizza al taglio con una birra e mi sedetti all’interno del locale in attesa dello spettacolo. Poca gente. Una ordinaria serata di metà febbraio. Il tempo dava segni di clemenza dopo il freddo glaciale dei giorni precedenti. Bevvi un sorso di birra e socchiusi gli occhi nell’assaporarla. Fu quando li riaprii che mi accorsi di non vedere bene. Tolsi gli occhiali e mi stropicciai gli occhi con le mani. Pulii le lenti e li rindossai. Bene. Ora vedevo meglio. Che strana sensazione avevo provato. Per un istante mi era parso di non riuscire più a mettere a fuoco le cose. Sarà la birra? Strano, ho appena iniziato, pensai. Forse la fame, piuttosto. Ero infatti a stomaco vuoto da parecchio tempo. Detto e fatto. Mi alzai e andai ad acquistare un ulteriore panino al prosciutto crudo. Et voilà. Il gioco era fatto. La musica inondò ben presto il locale. Fu più o meno a metà spettacolo che sentii toccarmi la spalla. Mi girai e lo vidi. Era Favaro, il mio vecchio e caro amico poliziotto. Gli feci segno di sedersi al mio fianco, ma lui mi rispose gesticolando che si sarebbe seduto al bancone del bar. Mi alzai e lo seguii. «Che ci fai qui?», esclamai. «Vecchio secchio di nafta, solo soletto eh? Non ti caga più nessuno?» «Che idiota che sei. Capitano le sere in solitario no? A te mai?» Lui nicchiò spavaldo sorseggiando un whisky. «Novità?», lo incalzai. «Forse. Se riesco vado in pensione a giugno.» «Davvero? Fantastico. Il mondo del crimine ringrazierà», risposi sorridendo. Lui si guardò attorno come in cerca di qualcuno mentre anch’io ordinavo un whisky. «Pure Bellavista.» «In pensione? Tutti e due? Però. E che farete dopo, andrete a giocare a bocce? A vedere i cantieri in costruzione? A importunare le vecchiette al parco?», replicai sghignazzando. Lui, serissimo, mi guardò come un istrice incazzato e socchiuse ancor più gli occhi bofonchiando. «No, verremo a lavorare da te.» «Da me?», esclamai divertito. «Guarda che non sono la Caritas.» Lui non si scompose e appoggiandomi la mano sulla spalla ripeté «Vedrai Mauri, avrai bisogno di noi. In fondo ci accontentiamo di poco, pensaci.» Non risposi questa volta. Pensai che forse era vero, a un costo congruo avrei potuto ottenere un servizio di prima qualità da vecchi amici di sempre. Li conoscevo dai tempi in cui io stesso ero stato un poliziotto alla Questura di Torino. Poi, dopo la mia scelta di avventurarmi in un mondo nuovo, loro erano finiti in squadra con Alessandro Meucci, mio amico fraterno. Avevamo collaborato tutti insieme in parecchie indagini per molti anni fino a una tragica rapina in banca. Già, perché il buon Meucci aveva pensato bene di farsi impallinare come un tordo in una sparatoria e aveva rischiato la vita. Si era ripreso molto lentamente dopo mesi di coma e una lunga riabilitazione rientrando in servizio alla Questura di Alessandria. Bevvi d’un fiato il whisky residuo e mi voltai verso Favaro. Lui mi stava osservando serio senza parlare. «Che c’è?», bofonchiai. «Che c’è lo chiedo a te», rispose calmo. «All’improvviso sei cambiato, ti sei rabbuiato.» «Già, pensavo a Meucci e a tutto quello che ha dovuto passare.» Lui sospirò e poi ordinò altri due whisky al barista. «Brutta storia. L’ho sentito qualche giorno fa. Sta meglio ora.» «Sì, sì, lo so. Continuiamo a sentirci, come due fratelli divisi», risposi. Favaro bevve tutto d’un fiato e poi fece una smorfia. «Ho bisogno di fumare. Usciamo?», propose. «Dai.» Fuori dal locale si stava bene. Altri fumatori incalliti creavano capannelli disordinati. Favaro aspirò quasi con rabbia dalla sua sigaretta e sputò fuori il fumo amico. «Da quando se n’è andato è cambiato tutto. Ma tutto veramente», sussurrò. Non ribattei. «Una di queste sere sarebbe bello ritrovarsi tutti quanti, che ne dici?», continuò convinto. «Perché no», replicai. Mi ero rattristato. Era vero. Che strana questa vita, fatta di poche cose importanti. Scrutai piazzale Fusi e la sua prospettiva. Era grande e particolare. I lampioni lanciavano una sinistra inquietudine e certo non favorivano il buon umore. La calma tutto intorno era quasi surreale. Mi voltai verso Favaro. Lui continuava indefesso a osservarmi sospettoso. Chissà che cazzo gli stava passando per la testa. Feci cenno di rientrare. Volevo ascoltare ancora qualche pezzo. Varcai la porta e fui aggredito da Tutu. Mi vennero i brividi. Erano veramente bravi i ragazzi. Sicuramente Miles Davis sarebbe stato fiero di loro. 3 La notte trascorse male. Ero irrequieto e continuavo a gironzolare per casa, ributtandomi nel letto per rialzarmi poco dopo. Insonnia. Mi sentivo strano, ma non riuscivo a comprendere le ragioni del mio malessere. Guardai l’ora. Le cinque meno un quarto. Sbuffai. Scesi al piano inferiore e accesi la televisione per il solito zapping. Ero agitato, ma per cosa? Qualche problema di natura inconscia forse. Osservavo Jago, il mio pastore tedesco, dormire tranquillo. Era così grande da non riuscire a stare coricato nel cuscino. Mi avvicinai lentamente a lui e lo baciai sul muso. Era caldo e russava. Non si accorse di nulla. Andai in studio con un pezzo di cioccolato in mano e mi gettai sul divano. Fu in quel preciso istante che ripiombai nella nebbia. Sì, proprio come una nebbia. Strizzai gli occhi e riguardai nello stesso punto in cui ero stato colto di sorpresa. Tutto era normale ora. Però, pochi istanti prima avevo nuovamente accusato quel problema visivo. Che strana sensazione. Andai in bagno e mi osservai gli occhi allo specchio. Non erano arrossati e tutto pareva in ordine. Forse li avevo affaticati un po’ troppo. Era il caso di ricorrere all’amico farmacista per un buon collirio, pensai. Mi misi al computer, tanto per cambiare. Navigai sconsolato per un paio d’ore fino a quando, prostrato, mi rinfilai nel letto. Prima però, scrissi un sms a Loretta, la mia segretaria. Tardo. Abbracciai il cuscino e mi lasciai trascinare in un sonno ristoratore.

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