Il duplice delitto della Rue Morgue - di Edgar Allan Poe-1

2054 Words
Il duplice delitto della Rue Morgue di Edgar Allan PoeQuale canzone cantavano le Sirene, o qual nome assunse Achille, allorché si nascose fra le donne? Domande imbarazzanti, ma che non sono, però, al di fuori di ogni possibilità di congettura. Sir THOMAS BROWNE LE facoltà dello spirito cui si dà il nome di analitiche sono in sé stesse poco suscettibili di analisi. Noi le apprezziamo soltanto nei loro risultati. Sappiamo di esse, tra le altre cose, che costituiscono una fonte di godimenti vivissimi per colui il quale ne è dotato in un grado fuor del comune. Come un uomo robusto si compiace delle proprie attitudini fisiche e si diletta di quegli esercizi che fanno entrare in gioco i suoi muscoli, così l’analista si esalta in quell’attività mentale che consisté nel districare e ritrae un piacere anche dalle occasioni più comuni, se permettono al suo talento di entrare in funzione; ama gli enigmi, i rebus, i geroglifici; spiega nel risolverli un grado di perspicacia tale da apparire sopra-naturale agli occhi dell’uomo ordinario; e in realtà i risultati che ottiene per mezzo di ciò che costituisce la vera e propria quintessenza del metodo hanno in tutto e per tutto l’aspetto dell’intuizione. Può darsi che tale facoltà di risoluzione sia notevolmente invigorita dallo studio della matematica e specialmente di quel ramo altissimo di questa che molto impropriamente e soltanto in ragione del corso retrogrado delle sue operazioni è stato chiamato analisi, come se fosse l’analisi per eccellenza. Però calcolare e analizzare non sono la stessa cosa. Un giocatore di scacchi, per esempio, fa la prima di queste due cose, ma non si sforza affatto di fare la seconda. Ne consegue che l’idea che abbiamo del gioco degli scacchi e dei suoi effetti sulla formazione mentale è grandemente errata. Io non mi propongo di scrivere un trattato, ma semplicemente di formulare alcune osservazioni destinate a servire di prefazione a un racconto piuttosto strano; colgo perciò l’occasione per proclamare che le più alte facoltà di un intelletto riflessivo sono molto più attivamente e utilmente sfruttate nel modesto gioco della dama che in tutta la complicata futilità degli scacchi. In questo gioco, nel quale i pezzi compiono mosse diverse e strane e rappresentano valori differenti e variabili, siamo tratti, ed è un errore nel quale si cade di frequente, a considerare profondo ciò che è soltanto complicato. L’attenzione vi ha una parte preponderante, giacche, se vien meno un istante, si commette una svista da cui deriva un danno, se non addirittura la sconfitta. Poiché le mosse sono non solo molteplici, ma complicate, le probabilità di tali sviste risultano moltiplicate e nove volte su dieci chi vince è il giocatore più attento, non il più acuto. Nella dama, invece, le mosse sono uniche e poco variate, le probabilità di disattenzioni sono molto minori, e poiché l’attenzione pura serve relativamente a poco, i vantaggi che il giocatore riesce a conseguire sono dovuti alla superiorità del suo acume. Per esprimerci in maniera concreta, supponiamo una partita a dama, nella quale la totalità dei pezzi sia ridotta a quattro dame e, naturalmente, non vi sia motivo di attendersi a qualche svista. È evidente che in tal caso la vittoria non può esser decisa, dato che le due parti sono in condizione di perfetta eguaglianza, se non da qualche mossa fuor del comune, frutto di un poderoso sforzo intellettuale. Privato delle risorse consuete, l’analista penetra nello spirito dell’avversario, si identifica con esso e spesso gli basta un’occhiata sola per scoprire il metodo, che talvolta è di una semplicità assurda, atto a indurlo a commettere uno sbaglio o a farlo precipitare in un calcolo errato. Il whist è noto da tempo per la sua influenza sulla facoltà calcolatrice; e si sa di uomini dotati di un’alta intelligenza i quali mostravano di trovare in questo gioco un piacere inesplicabile, mentre disprezzavano gli scacchi come un gioco frivolo. Non esiste infatti altro gioco che richieda un così notevole impiego delle facoltà analitiche. Il miglior giocatore di scacchi di tutta la Cristianità ben di rado è capace di essere qualcosa di più; mentre l’abilità nel whist implica la capacità di riuscire in tutte quelle imprese, ben altrimenti importanti, in cui l’intelletto è chiamato a misurarsi con l’intelletto. Dicendo « abilità » intendo parlare di quella perfezione di gioco che giunge fino alla comprensione di tutte le fonti da cui si può legittimamente ritrarre un vantaggio e che sono non solo molteplici, ma multiformi e spesso si celano in qualche angolo del pensiero assolutamente inaccessibile a un’intelligenza ordinaria. Osservare attentamente equivale a ricordare esattamente; e, da questo punto di vista, un giocatore di scacchi capace di un’attenzione intensissima giocherà molto bene al whist, giacché le regole di Hoyle, basate esse stesse sul semplice meccanismo del gioco, sono facilmente e generalmente comprensibili. Per conseguenza, avere una memoria sicura e procedere secondo « il libro » vengono considerati comunemente come il summum del ben giocare, mentre è proprio nei casi che escono dai limiti della regola pura che si manifesta l’abilità dell’analista. Questi, in silenzio, fa una quantità di osservazioni e di deduzioni. Probabilmente anche i suoi compagni fanno altrettanto; ma la diversa estensione dei dati raccolti in questo modo risiede non tanto nella validità della deduzione, quanto nella qualità dell’osservazione. Occorre sapere che cosa si deve osservare. Il nostro giocatore non pone a sé stesso alcun limite; e benché per il momento lo scopo sia costituito dalla partita, non per questo respinge le deduzioni che può trarre da cose estranee alla partita in corso: esamina il contegno del compagno e lo confronta accuratamente con quello di ognuno dei suoi avversari; considera il modo col quale ciascun giocatore dispone le carte che tiene in mano e spesso riesce a contare ad uno ad uno gli atouts e gli onori in base alle occhiate che vi dà colui che li ha in mano. Nel corso della partita, nota le mutevoli espressioni dei volti e accumula un patrimonio di idee a seconda che questi esprimono certezza o sorpresa, trionfo o disappunto. Dal modo col quale un giocatore raccoglie una presa riesce a giudicare se chi l’ha raccolta sarà in grado di farne un’altra in quel seme. Dal modo col quale una carta vien giocata riconosce se la giocata costituisce una finta; una parola accidentale, involontaria, una carta caduta o rivoltata per caso e l’ansietà o l’indifferenza colla quale si provvede a nasconderla; il modo di contare le prese o di disporle in ordine; l’imbarazzo, l’esitazione, la vivacità, la trepidazione, tutto questo costituisce, per la sua percezione apparentemente intuitiva, una serie di indicazioni sul vero stato delle cose. Dopo i primi due o tre giri, egli è completamente in possesso del gioco che ciascuno ha in mano e può giocare ormai le proprie carte con una sicurezza così assoluta come se tutti gli altri giocassero a carte scoperte. La facoltà analitica non va confusa con la semplice ingegnosità, poiché, mentre l’analista è necessariamente ingegnoso, accade spesso che l’uomo ingegnoso sia straordinariamente incapace di analisi. La facoltà di combinazione e di costruzione colla quale generalmente si manifesta l’ingegnosità e alla quale i frenologi — secondo me a torto — assegnano un organo separato, supponendola una facoltà primordiale, si incontra spesso anche in esseri la cui intelligenza confina coll’idiozia, cosa che ha dato luogo a molte osservazioni di carattere generale da parte degli scrittori di psicologia. Tra l’ingegnosità e l’attitudine all’analisi il divario è molto maggiore che tra l’immaginazione e l’immaginativa, pur essendo di carattere strettamente analogo. In realtà si può constatare che l’uomo ingegnoso è sempre pieno d’immaginazione, mentre l’uomo veramente immaginativo non può non essere un analista. Il lettore troverà nel racconto che segue, in certo qual modo, un commento a queste affermazioni. Durante il mio soggiorno a Parigi nella primavera e parte dell’estate feci la conoscenza di un certo C. Augusto Dupin. Questo giovane signore apparteneva a un’eccellente famiglia, anzi a una famiglia illustre; ma una serie di casi disgraziati l’aveva ridotto in un tale stato di povertà da fiaccare in lui qualunque energia, tanto che aveva rinunziato a qualsiasi attività nel mondo e neppure si curava più di migliorare le proprie sorti. Per la cortesia dei creditori aveva conservato un rimasuglio del suo patrimonio di una volta; e con la rendita di questo, imponendosi una rigorosa economia e rinunciando a qualunque superfluo, trovava modo di provvedere ai bisogni della vita. I libri erano il suo unico lusso e a Parigi non è difficile procurarseli. Ci incontrammo per la prima volta in un’oscura biblioteca della Rue Montmartre, dove facemmo amicizia perché, per combinazione, andavamo entrambi in cerca dello stesso rarissimo e importantissimo volume. I nostri incontri divennero a mano a mano sempre più frequenti. La sua piccola storia familiare, che egli raccontava dettagliatamente, con tutta la sincerità alla quale i Francesi si abbandonano quando parlano soltanto di se stessi, m’interessò profondamente. Fui sorpreso dalla straordinaria vastità della sua cultura; ma l’animo mio fu preso sopratutto dal fervore ardente e dalla freschezza vivace della sua immaginazione. Ebbi la sensazione, e gliela confidai francamente, che la compagnia di un uomo come lui avrebbe costituito per me un tesoro inestimabile, mentre continuavo a Parigi le ricerche che mi occupavano. Finimmo col decidere di vivere insieme per tutta la durata del mio soggiorno in quella città; e, poiché mi trovavo in condizioni un po’ più floride delle sue, mi assunsi la spesa di prendere in affitto e di ammobiliare, in uno stile appropriato alla malinconia un po’ fantastica dei nostri caratteri, una casetta antica e bizzarra, abbandonata da tempo a causa di certe superstizioni delle quali non ci demmo alcun pensiero, che stava andando lentamente in rovina in una parte remota e poco frequentata del Faubourg St. Germain. Se la gente avesse conosciuto il nostro modo di vivere in quel ritiro saremmo stati considerati due pazzi, sia pure inoffensivi, ma pazzi. Il nostro isolamento era assoluto. Non ricevevamo mai visite. Io avevo tenuto accuratamente nascosto ai miei amici di un tempo l’indirizzo del nostro ritiro; e quanto a Dupin, egli già da molti anni aveva cessato di conoscer gente e di esser conosciuto a Parigi. Vivevamo segregati da tutti. Il mio amico, per una fantasia che non si può non chiamare morbosa, amava la notte per amor della notte; e io pure mi abbandonai senza resistenza a quella bizzarria, come a tutte le altre che egli aveva, arrendendomi interamente alle più strane sue originalità. La nera divinità non poteva star sempre con noi; ma noi potevamo creare una contraffazione della sua presenza. All’alba chiudevamo tutte le pesanti imposte della nostra dimora, accendevamo un paio di candele fortemente profumate che davano il più pallido e più tenue dei chiarori, e con l’aiuto di questo le nostre anime si abbandonavano ai sogni. Leggevamo, scrivevamo e conversavamo fino al momento in cui l’orologio ci informava che la vera oscurità era tornata. Allora ce ne andavamo a braccetto per le strade, continuando la conversazione del giorno, vagando senza meta fino a tarda sera e cercando tra le luci e le tenebre violente della città popolosa quegli innumerevoli eccitamenti dello spirito che l’osservazione tranquilla procura. In quei momenti, e nonostante che la sua dovizia di idee avesse dovuto prepararmici, non potevo trattenermi dal constatare ed ammirare in Dupin una spiccata attitudine analitica. Egli sembrava provare un’acuta delizia nell’esercitarla e forse anche nel farne sfoggio e confessava senza ritegno tutto il piacere che ne traeva. Più volte mi disse, con una risatina sommessa, che per lui i più degli uomini avevano nel seno una finestra aperta; e soleva far seguire a questa asserzione qualche prova diretta e sorprendente della sua profonda conoscenza della mia personalità. In quel momenti i suoi modi erano gelidi e astratti, i suoi occhi assumevano una espressione vaga e la sua voce, che ordinariamente era una calda voce tenorile, saliva a una intonazione acuta che avrebbe potuto sonare petulante se non fosse stato per l’energia e per la perfetta chiarezza del suo modo di parlare. Osservandolo in questi suoi atteggiamenti, meditavo spesso sulla vecchia filosofia dell’anima doppia e mi divertiva l’idea di un doppio Dupin, quello atto a creare e quello atto a risolvere. Quello che ho detto non deve lasciar credere che io stia per rivelare qualche mistero o per scrivere un romanzo. Ciò che ho descritto di quel Francese era semplicemente il risultato di un’intelligenza eccitata e forse morbosa; e un esempio servirà meglio di ogni altra cosa a dare un’idea del genere di osservazioni che egli faceva in quei momenti. Una notte stavamo passeggiando per una strada lunga e sordida nei pressi del Palais Royal, immersi ambedue nei nostri pensieri, almeno apparentemente, tanto che da quasi un quarto d’ora non avevamo pronunciato una sillaba. A un tratto Dupin interruppe il silenzio con queste parole:
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